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venerdì 30 novembre 2007

Tra Palmera, granito e sughero la Gallura
alle prese con i problemi di trent'anni fa
Grandi punti di forza in crisi per insipienza

di Giacomo Occhioni

L'agonia di Palmera conferma una volta di più che abbiamo perso la memoria delle vicende storiche. Per un semplice motivo: la crisi dell'azienda della famiglia Palau non è fatto recente, ma ha radici più che trentennali. Se andate a leggervi le cronache de La Nuova Sardegna del 1975, troverete pagine e pagine sulla «inevitabile cassa integrazione» per duecento operai della fabbrica, sui timori di una chiusura e i canonici appelli alle istituzioni per salvare capra e cavoli.

Nello stesso periodo rischiava di chiudere i battenti la Granitsarda, si annunciavano licenziamenti alla Cerasarda e alla Biancasarda e ovunque, nella terra baciata dal Turismo con la T maiuscola, quel debole tessuto industriale faticava a restare a galla. E si spegneva l'effimera ebbrezza dei piani di rinascita, quelli che avrebbero dovuto garantire un futuro alla Sardegna.

Non mancavano, nell'anno 1975, tutti i discorsi di rito sull'eccessivo costo della produzione, sui prezzi di trasporto, sulle mancata continuità territoriale e bla bla bla. Strano destino. Quegli articoli su La Nuova erano firmati dal corrispondente Antonio Satta: proprio il parlamentare dell'Udeur che oggi attacca con veemenza banche e proprietà per la gestione della vertenza. Sarebbe a dire che in trent'anni in Sardegna non è cambiato nulla, e la Gallura non fa eccezione. I problemi di allora sono quelli di oggi.

Alla base di tutto c'è la mancanza dei presupposti fondamentali per fare imprenditoria con buone probabilità di successo, come si accennava poc'anzi. In altre parole, non siamo capaci di reggere la concorrenza e di sopportare le leggi di mercato. La globalizzazione e l'assoluta incapacità della politica di fornire aiuti (che non siano semplici sussidi) hanno fatto il resto.

Due tra le principali risorse del nord est erano il sughero e il granito. Nel distretto produttivo di Tempio-Calangianus la vocazione industriale era veramente radicata e la produzione di turaccioli e altri prodotti derivati dalla sughera è stata una formidabile arma di sviluppo e occupazione. I calangianesi, del resto, sono comunità dall'attivismo proverbiale e sotto il Limbara sono nate solide realtà. Le fabbriche dei Molinas, dei Ganau e dei Giagheddu (solo per citare le principali) danno lavoro a centinaia di persone, tanto che l'indotto complessivo è di circa cinquemila occupati.

Calangianus non sapeva cosa fosse la disoccupazione e il reddito pro capite era a livelli da primato. Tutto sino a pochi anni fa, quando anche Marocco e Portogallo hanno iniziato a produrre e ad esportare sughero. Naturalmente, a prezzi più bassi dei nostri. E nonostante la propaganda lo consideri di qualità nettamente inferiore, il sughero straniero ha iniziato ad infliggere pesanti colpi a quello che una volta era il monopolio gallurese. Forse sarebbe bastato creare un marchio di origine controllata per difendersi meglio dalla concorrenza, ma nonostate dibattiti e tavole rotonde a questa soluzione non si è mai pervenuti. Cosicchè oggi il sughero gallurese, con tutta la sua storia e il suo know how, e semplicemente uno dei tanti.

Non molto diverso quanto accaduto per il granito. I cavatori di Buddusò hanno fatto conoscere il loro nome nel mondo riempiendo anche i grattacieli delle metropoli americane con i blocchi delle loro pregiate rocce. Poi è arrivato il granito cinese, che la guerra ce la porta direttamente a casa nostra: la piazza intitolata ai martiri di Nassirya, a Olbia, è stata costruita con lastricati di provenienza asiatica. È il mercato, bellezza: chi produce a prezzi più bassi vince, agli altri è concesso solo recriminare. Non se ne parla da oggi. Se ne parla da trent'anni.

Chiacchiere a parte, quando storiche barriere sono state abbattute e mercati chiusi si sono aperti al mondo è cascato l'asino. E, assieme a lui, quel poco di industria che esisteva in Gallura. Cos'ha fatto la politica per evitare tutto questo? La politica gallurese, per dirla tutta, non esiste. Ridotta ai minimi termini dal suo scarso peso numerico e dalla mancanza di personalità davvero forti, minata dai soliti campanilismi che impediscono ai protagonisti di guardare oltre il proprio orticello elettorale, spesso di angusta dimensione paesana. Gli imprenditori, insomma, devono contare solo sulle loro forze. Ma questo lo avevano già messo in conto.


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