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venerdì 30 novembre 2007

Consorzi, la Regione non paga?
Altroché: 434 milioni dal 1991
appalti, incarichi, affaire-Arbatax
6,7 milioni a Mazzella per lo scalo

di Giorgio Melis

Questo articolo è stato aggiornato alle 22,30 del 30 novembre per correggere alcune imprecisioni e per integrare con nuovi particolari la ricostruzione dell'acquisto dell'aeroporto in Ogliastra.

Qual è il punto di forza che il partito dei Consorzi industriali oppone alla riforma? La Regione non ha ragione di intervenire - ha detto e ribadito il defensor Antonio Biancu, capogruppo della Margherita - perché dal 2001 non finanzia con un solo euro i virtuosi consorzi. A costo zero: dunque, perché rivoluzionarli, poveretti? Ma come hanno fatto allora a pagare le decine di milioni di euro al personale (320 persone, più quelle delle aziende controllate), i gettoni e rimborsi ai 16 presidenti e 112 consiglieri d'amministrazione, i sontuosi stipendi ai direttori generali? E, per citare un caso eclatante, come ha fatto il Consorzio di Tortolì-Arbatax, senza soldi, a decidere di comprare nel 2002 l'aeroporto di Giorgio Mazzella per 6,7 milioni di euro - forse troppi - riducendosi alla bancarotta?

Voci maligne documentano che dal 1991 al 2006 nei consorzi sono transitati, spesi e pagati 282 milioni di euro: ma quelli finanziati e ancora in parte da riscuotere sono 434. E che in questa legislatura, dal 2004 al 2007, già siano stati finanziati con 74 milioni. Dev'essere una calunnia messa in giro dai detrattori. Noi restiamo alle drastiche affermazione di Biancu, che è uomo d'onore: le sue parole sono come le tavole della legge, solenni, definitive.

Però qualcosa, anzi tutto, non quadra. Se i consorzi vivono d'aria, d'arte e d'amore, se non ricevono soldi, perché c'è una difesa estrema del fiore all'occhiello dell'apparato industriale sardo, così rigoglioso di cipressi e crisantemi cimiteriali? Perché le commissioni bilancio e industria alzano barricate? Perché i partiti sono tutti compatti, da sinistra a destra, nel difendere lo statu quo? Se i consorzi sono gusci vuoti, salvadai senza cassa, non si capisce davvero una mobilitazione a 360 gradi, una lotta tanto strenua perché non siano neanche sfiorati e chi li tocca deve morire. Non si capirebbe perchè il sempre pacioso bamboccione Giovanni Giagu abbia bloccato da anni la riforma e ora si inventi un testo al giorno. Perché il margherito Giuseppe Cucca, presidente della commissione bilancio, col diessino Silvio Cherchi, più tutti i capigruppo (tranne Marrocu e Porcu) di centrosinistra e centrodestra abbiano deciso in massa per il pollice verso: sperando di insabbiare la riforma senza farla transitare per l'aula.

Incomprensibile che i sindacati non dicano una sola parola. Il profetico-logorroico Mario Medde non ha fornito la sua solita interpretazione veridica e la ricetta fondamentale per contestare il dilaniamento in Consiglio attorno ai consorzi, anziché pensare ad altro: forse perché non facevano formazione professionale, già sua delizia e ora sua croce. Perché Confindustria è favorevole alla riforma: a patto di avere un ruolo decisivo nella gestione di enti senza un soldo? Perché il disinteressato Graziano Milia ne vuole il commissariamento, purché il comando passi a lui e agli altri presidenti delle Province sarde?

Non si capisce neanche di che debba preoccuparsi l'avvocato Sandro Usai, il padre di tutti i presidenti e anche leader nazionale (potenza del Casic: incluso il suo eclettico direttore generale Oscar Serci, cui fa scudo Pino Careddu con SassariSera), ha picchettato per quattro ore la commisione bilancio, ricevendo notizie e forse dando ordini come affiliato all'Udeur al suo segretario, il ceruleo Sergio Marracini. Non si capisce che su una simile banalità il biondissimo abbia definito «un colpo di Stato» la decisione di Spissu di salvare la metà della riforma voluta da Renato Soru e Concetta Rau. Se non c'è trippa, perché tanti gatti selvaggiamente si cointendono il nulla? O è un grande pieno occulto e gravitazionale?

Perché scannarsi se i Consorzi
non fossero le casse del potere?

La domanda delle cento pistole. Ma perché tutta questa agitazione, molto più pesante e aggressiva di quanto non pensassimo, se i consorzi non prendono soldi, dal 2001 la Regione non li finanzia, come certifica Biancu? Non si può pensare a un colpo di sole così esteso, mentre incombono temporali e acquazzoni. E non è neanche un caso di allucinazione collettiva. Semplicemente, Biancu dice una cosa ma è stato fraintso su quella ben più enorme taciuta. È vero che la Regione non finanzia più direttamente i Consorzi. Ma fino a pochi anni fa hanno ingoiato una valanga di miliardi: migliaia. Facciamo alla scarescia? È altrettanto vero che i finaziamenti diretti non servono, ai giocattolini cui è affidato il sostegno materiale, politico, elettorale, di potere, appalti, incarichi e consulenze di gran parte delle nomenklature vecchie e recenti dei partiti.

Biancu è stato mal interpretato. Lui sa benissimo che dal 1991 al 2006, i Consorzi hanno avuto finanziamenti per 434 milioni di euro e ne hanno già incassato 282 milioni. È perfettamente al corrente che anche in questa legislatura, nonostante le restrizioni di Soru, ai consorzi sono stati destinati in due anni e mezzo 74 milioni di euro, più tutti i ricavi diretti dalle vendita di aree infrastrutturate, quote incassate, vendita dei servizi (da quelli idrici al trattamento e smaltimento dei rifiuti).

Ecco, Biancu è perfettamente nel vero quando afferma che i miseri consorzi non ricevono finanziamenti diretti dalla Regione per gestione e altro. Sono semplicemente soldi che vengono dallo Stato e dall'Unione Europea e dalla stessa Regione per i lavori di infrastrutturazione delle aree possedute dai consorzi. Qui si gioca con le parole, in modo innocente. I soldi che arrivano sono tutti pubblici, che poi i Consorzi trattano privatissimamehte come fossero cosa loro, piovuta dal cielo e non uscita dalle tasche dei contribuenti: magari facendone strame con affari strani, fetenti.

C'è trucco e anche inganno. Si stanno scannando per difendere rendite di posizione grondanti soldi, potere e voti. Avete mai visto una lotta a coltello tra politici che non avesse come posta denaro e potere? Infatti non esiste. Gli oltre 560 miliardi (vecchie lire) già pagati ai Consorzi dal 1991 (sugli oltre 880 miliardi di lire finanziati e in parte non ancora erogati) sono il tesorone che le nomenklature stanno difendendo come fosse l'oro di famiglia (lo è, per un certo verso).

E i circa 140 miliardi (lire) investiti dal 2004 a oggi, sono il resto della posta per cui ci si batte con lacrime, sudore, sangue, agguati, trame e disponibilità a sfasciare il forno pur di difendere “la roba”. Basta guardare la tabella con la ripartizione dei finanziamenti e pagamenti tra i sedici consorzi sardi (il 25 per cento dei 67 operanti in tutta Italia) per capire dove sia la polpa di questo carnoso, grasso quarto di vitello dei nostri euri in mano a gestioni e personaggi da scandalo.

La vera “ciccia” del sistema:
appalti e progettazioni con foto e didascalia

Torneremo su vari aspetti delle gestioni non senza aver prima spiegato dove risiede il potere difeso così accanitamente. Centinia di miliardi di finanziamenti per lavori, oltre i ricavi diretti e la vendita dei servizi, significano una massa di manovra che consente appalti lucrosi e mirati, assunzioni anche indirette (le imprese coinvolte) e relativi voti di scambio, prebende agli amici degli amici, progettazioni talora casualmente affidate con foto e didascalia preventive (come quelle del Casic finite allo studio di Antonello Cabras: annunciate per tempo con un esposto), direzioni lavori, consulenze e quant'altro.

Ma dietro ogni appalto, dietro ogni incarico, ogni area ceduta o negata, ovunque c'è la grande lunga mano di imprenditori e professionisti “amici”, dei capibastone che garantiscno i voti e non solo, dei padrini e padroni locali con i boss regionali di riferimento. Questa è la grande ciccia del big business: un poco nascosto, molto occultato da quanti non solo rigettano la riforma ma vanno dicendo impunemente che i consorzi non ricevono più soldi dalla Regione. Dunque devono essere lasciati tranquilli: in riconoscimento delle loro remote e attuali benemerenze per il ruolo decisivo che hanno avuto nel boom della nostra industria, i finaziamenti sono roba loro.

Quell'aeroporto comprato e venduto:
un prezzo un po' troppo generoso?

Ci sono molti casi, spesso eclatanti, di mala gestione. Impossibile farne una selezione. Si può citarne uno per tutti. Il consorzio di Tortolì-Arbatax nel 2002 decide che non può fare a meno di comprarsi l'ex aeroporto della cartiera, costruito 40 anni fa per i piccoli velivoli di servizio (uno si sfracellò contro il Gennargentu, in una giornata di maestale da tregenda: vi perì il comandante Fasciolo, un asso dell'aviazione militare). Perché no, in fondo deve servire un'area con 60 mila abitanti. Ma ha i soldi? Neanche per idea. Si indebita fino al collo. Poteva comprare solo la pista, ma perché essere così taccagni? Compra anche la società, con un consiglio d'amministrazione che sarà mantenuto per non farsi mancare niente e, in cauda venenum, anche un mutuo da pagare di 2 milioni 852 mila euro.

Aggiunti ai soldi versati (due milioni 728 mila euro) per il 70 per cento della società, il consorzio realizza lo strepitoso affare di pagare il tutto (anzi, due terzi: il resto verrà) cinque milioni 580 mila euro. A chi? A Giorgio Mazzella, il maggior operatore turistico dell'Ogliastra, proprietario di “Aliarbatax”, la società che il consorzio non poteva assolutamente farsi sfuggire. Giustamente, se fosse stato il legale rappresentante istituzionale dell'intera Ogliastra, non solo di un ente che deve (dovrebbe) pensare a calamitare industrie. E peccato che non avesse neanche i mezzi per farlo: solo la strenua volontà. Aiutandosi poi con altre brillanti operazioni.

Poteva contare su una società controllata e fallita, della quale assorbe perdite e personale. È la “Servizi consortili”, messa in liquidazione col suo carico di perdite e dipendenti “salvati”. La gestione dello scalo è in mano alla società Gearto, sempre di Mazzella - ne resta amministratore delegato fino al 2003 - che ne ha affidato la presidenza a un noto, immacolato personaggio: Giorgio Ladu, ex consigliere regionale e assessore sardista alla sanità, poi segretario infine detronizzato dal Psd'Az per essersi dichiarato massone; famoso anche per aver fatto finanziare con i corsi professionali straordinari talenti locali di ballo latino-americano e per aver poi ottenuto la presidenza dell'Automobil Club di Cagliari, dopo essere passato col Polo.

Abbiamo elencato un poco di fatti, non ancora il protagonista. Chi è il deus ex machina dell'operazione? Un imprenditore calabrese, Franco Ammendola, nato nel 1951 a Lamezia Terme (Catanzaro), arruolato in Forza Italia che lo ha portato alla presidenza del Consorzio. Ammendola è stato anche, in passato, presidente di Aliarbatax, la società verso la quale avverte nel 2002 un'irresistibile attrazione. In precedenza, da semplice imprenditore (negli studi si è fermato alla terza media ma è testa sveglia e intraprendente), Ammendola aveva anche affittato dal Consorzio alcuni pontili galleggianti nel porto di Arbatax. Senza mai pagare un euro del canone concordato.

Ma accade, come nelle favole, che il padrone dell'impresa insolvente (ma lui nega e negherà con tanto di certificazioni legali) diventi poi presidente del consorzio. In quota Forza Italia ma legato a tanti: anche a Mazzella, che dal 2000 (grazie alla sua amicizia con l'ad di Banca Intesa e all'appoggio di Pietro Pittalis, assessore regionale alla programmazione nella Giunta Floris) è presidente di BancaCis: venduta per un tozzo di pane, al valore inferiore al costo del solo palazzo di Renzo Piano in viale Diaz-viale Bonaria, senza conteggiare quello degli sportelli e l'avviamento, benché depotenziato da gestioni disastrose.

A questo punto, che fa il consorzio? Vende alla società insolvente le attrezzature affittate, per le quali non era stato pagato il canone. Sicuramente al giusto prezzo, direte. Non proprio, secondo vari esposti di cittadini associati. L'acquirente Ammendola spunta dal venditore Ammendola un prezzo di molto inferiore al canone che avrebbe dovuto pagare e non ha mai pagato. Il vispo calabrese nega e col tempo transerà la vertenza che lo vede nel doppio ruolo di debitore-creditore. Fulgido esempio di amministrazione pubblico-privata esemplare, trasparente e redditizia.

Finita qui? Neanche per sogno. Secondo l'esposto di cui si è detto, il 18 dicembre 2002 il Consorzio ha acquistato l'aeroporto dalla famiglia Mazzella (2 milioni 728 mila euro) «attivando un mutuo Meliorbanca della durata di 18 mesi» con la sola garanzia di un «pegno senza diritto di firma sul 70 per cento delle azioni di Aliarbatax a cedere pro-solvendo il contributo regionale allorché lo stesso sarà diventato certo e quindi solvibile». In sostanza un acquisto a vuoto, come gli assegni scoperti: “pro-solvendo”, ovvero senza soldi, dando per scontato l'arrivo del finanziamento regionale che, purtroppo non approderà mai.

Per la completezza dell'informazione, va precisato che l'acquisto dello scalo (ma con una valutazione tecnica sotto i quattro milioni) era stato deliberato anche dalla Provincia di Nuoro. Disguidi e conflitti di varia natura avevano portato al blocco dell'operazione: provvidenzialmente portata a buon fine dal Consorzio. Il quale, però, deve anche accollarsi il debito di due milioni 852mila euro che Mazzella, per lavori di ristrutturazione nello scalo, aveva contratto col Cis: la banca di cui ora è presidente.

Su questo punto i cittadini sospettosi segnalano nell'esposto che «la Banca Cis è socia del Consorzio industriale, esprime tre consiglieri: per questo motivo potrebbe configurarsi un chiaro conflitto di interessi ed un intervento della vigilanza per la correttezza dell'operazione». En passant, l'esposto rileva che per il mutuo con Meliorbanca non è stata «effettuata alcuna gara d'appalto» e che il Consorzio ha pagato «anticipatamente dai fondi del bilancio gli interessi del mutuo». I ratei del quale non potranno essere onorati perché la Regione non concede alcun contributo per l'operazione: la cui stravaganza «i Revisori segnalano all'assessorato all'industria, che stranamente non interviene».

Bancarotta, operazione sospetta
e conflitto di interessi

Il seguito della storia meglio prenderlo da un atto ufficiale: una dettagliata denuncia sulle irregolarita nella gestione del Consorzio (si citano molti altri casi, oltre quello dello scalo) che il presidente della Provincia Ogliastra, Pierluigi Carta, e il sindaco (ora dimissionario) di Tortolì, Marcella Lepori, inviano alla Regione nel giugno del 2006. Dalla denuncia si apprende che se sbagliare può essere lecito (se non ha rilievo amministrativo e penale), perseverare non è diabolico ma la regola, in questo Consorzio e chissà in quanti altri.

Benché in bolletta e indebitato fino agli occhi, senza soccorsi da mamma Regione, il Consorzio acquista il restante 30 per cento di Aliarbatax da Mazzella: per un milione 169 mila euro. Non bastava il 70 per cento: occorreva la proprietà totalitaria. Con qualche modesta ricaduta contabile. Meliorbanca il 12 giugno 2006 presenta l'estratto conto dal quale «risulta la mancata restituzione del mutuo alle scadenze contrattuali». Propone un piano di rientro del mutuo e degli interessi in cinque anni, richiedendo però in pegno la totalità delle azioni Aliarbatax. «A oggi, il Consorzio deve restituire 4 milioni 416 mila euro oltre interessi a Meliorbanca e un milione 169 mila euro oltre interessi a Banca Cis».

La denuncia è del giugno 2006, quando Franco Ammendola è stato detronizzato dalla presidenza del Consorzio. Sostituito da Antonio Scudu, un imprenditore di area Ds, vicino ad Antonello Cabras, che eredita i nefasti del precedessore. Nel frattempo è cambiato tutto lo scenario politico in Ogliastra. Alla Provincia e al Comune di Tortolì le elezioni del 2005 hanno portato due esponenti del centrosinistra. Appunto Pierluigi Carta e Marcella Lepori. Quest'ultima è diventata sindaco battendo appunto il candidato del Polo, che è anche un cliente del suo studio professionale. Indovinate chi è? Elementare, Franco Ammendola: presentendo forse la cacciata dal Consorzio, prova a farsi sindaco. Ora è dato per sicuro candidato alle elezioni regionali del 2009: deve riscuotere i crediti maturati nella gestione del Consorzio e Forza Italia non potrà certo negargli il saldo “politico”.

Ma nell'agosto del 2005, a disfatta elettorale compiuta e mentre incombe la sostituzione nel Consorzio, ha giocato d'anticipo e al rialzo: comprando l'ultima trance di Aliarbatax da Mazzella. Tirando le somme, Pierluigi Carta e Marcella Lepori sono perentori: «…l'operazione non trova alcuna giustificazione negli scopi istituzionali del Consorzio … con evidente distorsione rispetto all'oggetto sociale, nonché la manifesta presenza di situazioni in cui il presidente versa in conflitto di interessi. … Il pesante indebitamento del Consorzio determina per tutti gli enti territoriali associati il serio rischio di essere chiamati a rispondere illimitatamente in conseguenza di tale situazione di insolvenza e di dissesto finanziario».

Questa la conclusione di Carta e Marcella Lepori, indotta o costretta alle dimissioni da attentati contro la sua persona che da quelle parti non possono essere sottovalutati: in un passato anche recente sono stati preludio a nuovi atti intimidatori e talvolta si è giunti fino all'omicidio. Chissà quanti piedi e calli ha pestato la Lepori col memorandum scritto insieme a Carta sulle decisioni del Consorzio: in merito all'aeroporto ma anche a un'altra serie di operazioni immobiliari e industriali nell'area di competenza compiuti sotto la vigile gestione di Franco Ammendola.

Una robetta da poco, questa voglia matta di aeroporto di un ente che non ha neanche gli occhi per piangere e nel quale sono stati eseguiti e pagati dal 1991 lavori di infrastrutturazone con soldi pubblici per 15 milioni e mezzo di euro (trenta miliardi in vecchie lire).

L'allarme di Maninchedda & Balia:
tirata la pietra nascondono la mano?

C'è un altro aspetto curioso, in questa storia che sembra alquanto fetida. Non è affatto nuova, anzi risaputa per interventi pubblici anche in Consiglio regionale. Nel maggio 2006 è oggetto di un'interpellanza dei consiglieri Maninchedda, Balia, Masia e Serra (il gruppo Fas). I quali avevano segnalato la vicenda richiamata, ricordando tra l'altro che la Provincia di Nuoro (quando stava per acquistarlo) aveva fatto valutare l'aeroporto per neanche quattro milioni di euro. Ancora, che il presidente del Consorzio è stato in passato anche presidente di Aliarbatax e che «le migliorie infrastrutturali in atto deriverebbero non da investimenti privati ma dallo stanziamento di tre milioni 171 mila euro concesso dalla Regione nell'ambito dell'Accordo di programma quadro mobilità».

Pertanto Maninchedda e più chiedevano il commissariamento del Consorzio e l'esclusione di un intervento finanziario della Regione «a copertura dello sbilancio, posto che l'importo complessivo dell'acquisto appare non essere stato adeguatamente ponderato, a detta degli stessi componenti del Collegio sindacale». Un intervento puntuale e congruo, in concomitanza con la denuncia di Carta e Marcella Lepori.

Ma c'è un ma. Dove sono collocati i quattro consiglieri nella battaglia furente in atto per lo scioglimento dei Consorzi e il loro commissariamento, come da loro richiesto per Tortolì? Sono con la Giunta o adesso contro perchè è una battaglia che Soru conduce contro il centrosinistra e il centrodestra? La loro richiesta valeva solo per Tortolì ed è inaccettabile per gli altri consorzi, certamente immacolati e profumati di gelsomino? La coerenza imporrebbe di schierarsi contro i carrozzoni denunciati. Però non possono schierarsi con Soru: debbono essere contro, anche contro se stessi: altrimenti, che oppositori del tiranno sarebbero?


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