giovedì 29 novembre 2007
di Matteo Bordiga
Medicina alternativa o superstizione sciamanica? Cura non convenzionale o pseudoscienza? Il dibattito attorno all'omeopatia resiste ormai da molti anni. E l'efficacia di questo approccio medico, secondo il quale il rimedio per una determinata patologia è dato da quella stessa sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella malata, è estremamente controversa. Tanto che non esistono prove scientifiche incontrovertibili in grado di confermarne il valore terapeutico. Ma la prestigiosa rivista scientifica Lancet, in uno studio accuratissimo e dettagliato, si è spinta più in là. Arrivando a teorizzare l'assoluta inutilità di «un rimedio che può essere definito solo finta medicina. Efficace come un placebo. O, se si preferisce, acqua fresca».
Un articolo firmato da Ben Goldacre sull'ultimo numero della rivista stronca l'omeopatia citando cinque ampie revisioni degli studi condotti negli ultimi anni. Tutti, si sostiene, portano alla stessa conclusione: «Non sono stati evidenziati vantaggi significativi rispetto ai placebo». Ma non basta: oltre a non aiutare i pazienti a guarire dai malanni, l'omeopatia può anche nuocere alla salute. Goldacre ha denunciato gli «inattesi effetti collaterali» e la mancanza di informazione adeguata. Seguono, sempre su Lancet, due servizi sull'ondata antiomeopatica nel Regno Unito, dove il governo ha tagliato i fondi pubblici ad alcuni centri che prescrivono le “cure dolci”, e sul fenomeno opposto, che si sta registrando in India. A Nuova Delhi il mercato, sostenuto da 100 milioni di pazienti, sta vivendo una stagione d'oro e crescendo esponenzialmente (si stima attorno al 25% all'anno).
Alla reprimenda di Goldacre hanno risposto per le rime i laboratori Boiron, una delle maggiori aziende del settore, citando i risultati di sperimentazioni condotte secondo le regole corrette dal punto di vista metodologico. Vengono rivendicati gli «effetti benefici degli interventi con omeopatia». «L'ennesimo attacco scientificamente ingiustificabile» è annoverato fra le attitudini sfavorevoli «al progresso nella conoscenza. L'omeopatia è una vera e propria chance per la medicina di domani», argomenta Boiron, «ma non ce la fa da sola: ha bisogno di condividere il percorso con gli scienziati e la realtà ospedaliera».
E in Sardegna qual è l'orientamento prevalente? Che ne pensano studiosi e addetti ai lavori dei benefici o effetti collaterali dell'omeopatia? Il farmacologo Gianluigi Gessa è molto più che scettico. È proprio «incazzato. Questa è la parola giusta per definire il mio stato d'animo. Chi ha inventato l'omeopatia, un medico tedesco che viveva nel Settecento, non aveva la benché minima idea delle caratteristiche e del concetto stesso di patologia. Ora, spesso e volentieri quello che dice la rivista Lancet non fa notizia, essendo già ampiamente accettato e condiviso dagli esperti del settore. In questo caso, mi limito a dire che l'omeopatia può in effetti dare qualche riscontro positivo. Solo, però, quando è applicata a certe malattie».
Quali? «Quelli che un tempo venivano definiti disturbi psicosomatici», risponde Gessa, «e che oggi chiamiamo disturbi somatoformi. Ma la sua efficacia, e dunque anche il risultato favorevole, si limita alla componente squisitamente psicologica: i farmaci omeopatici fungono da placebo». In sostanza, vengono somministrate delle sostanze che non contengono principi attivi in grado di curare il male del paziente. Tuttavia, la convinzione interiore del malato di poter trarre beneficio dall'assunzione di quelle sostanze sfocia in un effettivo miglioramento dei sintomi. Dando l'illusione che il farmaco abbia una reale potenzialità curativa. «L'individuo è aiutato, nella guarigione, dalla vix medicatrix naturae», osserva il farmacologo, «ossia dalla sua scorza, dai suoi anticorpi».
Ma se i farmaci omeopatici stimolano la nostra tempra, rimane da dimostrare il fatto che riescano a funzionare su malattie diverse da quelle psicosomatiche: «In realtà, il meccanismo su cui si fondano non è diverso da quello dei miracoli di padre Pio», scherza Gessa, «e il punto debole dell'omeopatia è proprio quello che i suoi paladini agiscono e si propongono come adepti. Stregoni portatori di una verità mistica, escatologica, che rivestono di una finta aura di inappuntabilità scientifica la loro pratica sciamanica. Si rifugiano in formule arcane, enigmatiche: un vocabolario da abracadabra, spesso declamato in latino, con il quale si rivolgono ai pazienti da iniziati», insiste Gessa, «chiamando peraltro in causa influenze e confluenze astrali. E rivendicando un loro ruolo-chiave nella guarigione dalle patologie».
L'unico elemento che la medicina tradizionale dovrebbe “prendere in prestito” dall'omeopatia è rappresentato, secondo Gessa, dal recupero del rapporto umano col paziente: «Parlare col malato e chiedergli di che segno è almeno lo aiuta ad aprirsi e a instaurare un dialogo col medico», dice. «Non v'è dubbio che l'empatia fra colui che cura e colui che viene curato sia importante. Ma la verità, riguardo l'omeopatia, è che chi la pratica non ha voglia di studiare. Si limita da applicare le sue quattro regolette e a impararsi un libricino minuto nel quale sarebbe racchiusa, secondo lui, tutta la scienza».
Non molto diverso il parere di Alberto Desogus, oncologo, secondo il quale «l'autorevolezza della rivista è tale da rendere ciò che pubblica molto attendibile. Non abbiamo alcuna notizia sull'efficacia comprovata dell'omeopatia nella cura di un gran numero di patologie. L'unico effetto riscontrato è quello di placebo». Insomma, l'omeopatia non può essere confrontata con l'approccio scientifico e la medicina tradizionale: «Siamo arrivati a codificare il genoma umano», fa notare Desogus, «e a curare gravi forme di tumore non certo grazie all'aiuto dell'omeopatia. Poi è vero che, facendo a certi pazienti delle iniezioni intramuscolari di pura acqua distillata o di soluzione fisiologica con l'obiettivo di far diminuire i dolori fisici, effettivamente questi pazienti riscontrano dei miglioramenti. E soffrono meno». Ecco allora che l'effetto placebo può essere utile: «D'altronde, la salute degli individui è anche psichica».
Quanto alla presunta efficacia universale dell'omeopatia, Desogus afferma che «questa metodologia, fondata sulla supposizione e non del riscontro certo e fattuale, non può essere accettata da una scienza che ha mandato l'uomo sulla luna». Di diverso avviso Bruno Zuddas, titolare di una farmacia a Quartu Sant'Elena. Benché «Lancet sia senz'altro inoppugnabile dal punto di vista scientifico», premette, «essa si fonda su una scienza di stampo galileiano: a una teoria deve seguire un esperimento riproducibile all'infinito. Ma se qualche secolo fa noi avessimo anticipato agli antichi l'esistenza delle onde elettromagnetiche, saremmo stati presi per pazzi visionari».
Insomma, il fatto che un dato non sia scientificamente inattaccabile non comporta la sua oggettiva inconsistenza: «Ad esempio, è vero che il funzionamento dei farmaci omeopatici viene spiegato con l'effetto palcebo. Ma è anche vero che le stesse medicine “curano” animali o bambini di sei mesi, per i quali un effetto placebo non è ipotizzabile», sottolinea Zuddas, «e che pure traggono beneficio dalla terapia. Come può essere spiegabile tutto ciò?» In definitiva, secondo il farmacista «in campo scientifico bisogna coltivare il dubbio, non la certezza. Sono state proprio le certezze a causare i più grossi disastri o a far prendere le cantonate più colossali».
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