martedì 27 novembre 2007
di Andrea Pusceddu
Una vecchia vignetta di Altan recitava più o meno: «Non c'è nessun conflitto di interessi, gli interessi vanno d'amore e d'accordo».
Il disegnatore trevigiano ha ragione, ancora una volta. A pensarci bene, molti meccanismi di tutela sono basati sul conflitto tra interessi diversi e contrastanti, che vanno poi a risolversi nel segno di un terzo interesse superiore e collettivo.
È, in un certo senso, un conflitto di interessi il voler separare il potere legislativo da quello giudiziario ed esecutivo.
È un conflitto di interessi quello tra l'avvocato difensore e la pubblica accusa, ed è un mezzo per tutelare sia le persone che il rispetto delle leggi.
Il problema di questi ultimi decenni in Italia non è quindi stato nel conflitto di interessi, ma al contrario nel tacito e scellerato concorso tra interessi che in teoria avrebbero dovuto essere contrapposti e reciprocamente limitanti.
Ne è senz'altro prova il vergognoso volare di stracci tra gli ex inquilini della Casa della libertà iniziato già all'indomani della creazione del Partito del Popolo della Libertà, o del Partito della Libertà, o del Popolo della Libertà, insomma del Forza Italia 2.0 partorito dalle vulcaniche sinapsi dell'ex premier.
Dalla discesa in campo del 1994 sino alla settimana scorsa, infatti, ed in particolar modo nella passata legislatura, gli interessi di AN ed UdC sono stati perfettamente armonici a quelli del titolare unico di Forza Italia.
Mai, in nessun caso, si è visto il minimo tentennamento da parte degli alleati nel momento in cui si sono trovati a votare delle leggi che di fatto avrebbero impedito il concludersi di processi in corso a carico del magnate di Arcore, sebbene questi fossero tenuti con ogni garanzia giuridica.
Mai, neppure dagli esponenti più forcaioli e giustizialisti del profondo nord, si è sentito levare neanche un timido dubbio circa la rettitudine di alcuni strettissimi collaboratori di Berlusconi, che erano e tuttora sono sotto processo per associazione mafiosa.
Nessuna voce ha tremato quando una legge di riassetto del sistema televisivo annullava qualunque tetto agli introiti pubblicitari delle imprese private del premier, facendone crescere a dismisura gli utili.
Ancora, mai c'è stata una seppur vaga ammissione del fatto che avere sei reti televisive e diverse testate giornalistiche di fatto sotto il controllo del leader della maggioranza fosse una minaccia per la democrazia. Mai, neppure quando settimanali in teoria indipendenti rinfoltivano col fotoritocco la pelata del presidente del Consiglio, mai si è sentita dal centrodestra levarsi un lamento, magari timido, che dicesse che forse sì, forse le frontiere del ridicolo e della decenza erano state ampiamente superate, che il mondo dell'informazione pubblica e privata italiana si trovava in serio pericolo di indipendenza.
Mai e poi mai.
Sino alla settimana scorsa, naturalmente, quando gli interessi di Berlusconi hanno iniziato a divergere da quelli dei suoi - per ora ex poi chissà - alleati.
Se leggiamo le dichiarazioni di autorevoli esponenti di Alleanza Nazionale ed Unione di Centro, sembra che i suddetti siano appena ritornati sulla terra dopo un viaggio interplanetario durato quindici anni.
Ad esempio, durante una riunione dell'esecutivo di AN, Fabio Granata si è alzato in piedi (non sappiamo se urlando «Capitano, mio Capitano!») rivolgendo un lirico ed accorato appello a Fini: «Come Berlusconi si appella al popolo, blandendolo anche nei suoi istinti più retrivi, abusivisti, evasori, illegali, tu, Gianfranco, devi rivolgere un appello alla nazione, parlando ai ragazzi di Locri, agli imprenditori illuminati, alle associazioni antiracket, all'Italia onesta».
Curioso, l'anno scorso chi osava associare la parola racket, evasione ed abusivismo a Berlusconi si beccava come minimo l'accusa di eversore e terrorista mediatico comunista, e due puntate di Porta a porta, ed oggi sentiamo queste parole nelle riunioni di vertice di AN.
Davvero, saremmo curiosi di sentirlo, questo appello all'Italia onesta ed alle associazioni anti-racket da parte di quelli che l'anno scorso avevano preteso una trasmissione riparatrice perché alla tv si era osato parlare di Mafia.
Cosa direbbe l'imperturbabile Fini ai ragazzi di Locri? Forse «Scusate, ci siamo sbagliati, Berlusconi fa appello all'abusivismo ed all'illegalità, ma noi no, e siamo stati cinque anni al governo con lui proprio per controllarlo meglio»? Chissà.
In ogni caso, il leader di Alleanza Nazionale ha acconsentito bellamente ad una indagine sull'ipotesi di collusione tra i vertici Rai e quelli Mediaset.
Il disagio aumenta sentendo il segretario dell'UdC Cesa affermare che Berlusconi troppo spesso ha anteposto i propri interessi privati a quelli generali del Paese. Onorevole Cesa, ci permettiamo: quand'è stato esattamente che Berlusconi ha anteposto i propri interessi privati a quelli del Paese? Potrebbe farci almeno un esempio, citarci un episodio, una data, un provvedimento?
Così potremmo verificare cosa avete fatto, lei con il suo partito, in quel frangente per evitare che gli interessi privati di un magnate della finanza e della comunicazione potessero prevalere su quelli della collettività.
Il conflitto di interessi è diventato tale soltanto nel momento in cui gli affari di Berlusconi hanno smesso di far comodo ai suoi alleati. Sino a quell'istante al posto del conflitto c'era il concorso, e tutto fa pensare che si trattasse di un concorso a premi.
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