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lunedì 19 novembre 2007

Sarkozy, ovvero la destra senza complessi:
snobba Le Pen ma non i suoi elettori
L'insofferenza per i limiti e l'aiuto dei media

di Andrea Falqui

Anche negli ultimi giorni giungono notizie del conflitto che, in Francia, contrappone sindacati e governo sul tema della riforma del sistema pensionistico. Il governo della nuova destra francese, presieduto da François Fillon ma diretta emanazione del presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, vuole cancellare il trattamento privilegiato di cui godono alcune categorie (ferrovieri, lavoratori dei trasporti urbani, dei settori del gas e dell'elettricità) e che essenzialmente prevede circa tre anni in meno di anzianità per andare in pensione rispetto a tutti gli altri, assieme al mantenimento dell'intero ultimo salario.

Quanto accade può sembrare la replica di una situazione vissuta dodici anni fa, quando alla presidenza della repubblica si era da poco insediato Jacques Chirac e il primo ministro era l'impopolarissimo Alain Juppè. Dodici anni che sono stati ovunque segnati da fasi di mutamento molto profonde, nella politica, nella società e nel loro rapporto con il potere economico, ed alle quali la Francia non è stata estranea. Dodici anni che infatti hanno ora questo effetto: nel 1995 i sindacati fecero ritirare la riforma Chirac-Juppé, col sostegno convinto della nazione. Due anni dopo i francesi, furibondi per lo scioglimento anticipato del parlamento deciso da Chirac dopo solo un biennio di legislatura, lo punirono severamente e rispedirono al governo i socialisti di Lionel Jospin.

Ora, invece, la situazione è capovolta: i sindacati che protestano sono minoritari nell'opinione del paese e gli scioperanti sono considerati da più di due terzi dei francesi come privilegiati che difendono a spese di tutti un vantaggio ingiusto. Per contro, il governo di destra Sarkozy-Fillon gode dell'appoggio generale, è chiaro a tutti che non si piegherà e che i sindacati potranno solo cercare di limitare i danni.

Parto dunque da qui, per raccontare quello che a me sembra un mutamento radicale che sta investendo la società francese e che si manifesta ora in quello della sua classe politica. Per raccontare quel che ho potuto osservare di persona: sono un ricercatore italiano che ha passato quasi quattro degli ultimi sette anni in terra francese. Ma vivevo lì quando l'onda nera di Jean Marie Le Pen montò e insieme alla frammentazione suicida del blocco delle sinistre ebbe l'effetto di travolgere Jospin nella corsa all'Eliseo del 2002. Ero sempre laggiù quando, pochi mesi fa, Nicolas Sarkozy ha battuto duramente l'avversaria socialista, Segolene Royal. Stabilendo così - probabilmente per molti anni a venire - il predominio netto della destra oltrealpina sui propri avversari, come i fatti attuali dimostrano.

La sinistra in rotta e il centro neutralizzato

È una vittoria globale, quella del neopresidente: a sinistra in primis sui socialisti, spaccati, in fuga, completamente intronati dal ciclone, poi sul partito comunista, i verdi e i due partiti trotskisti; a destra sul fronte nazionale e su alcune sparute frange cattoliche integraliste; infine sul centro: la formazione che sembrava essere in procinto di nascere da un partito di destra moderata come l'UDF, poche settimane dopo la bella affermazione del suo candidato presidente François Bayrou al primo turno delle presidenziali si è ritrovata politicamente in mutande. Snobbata dalla sinistra che non l'ha assoldata come alleata e infine travolta elettoralmente dalla destra, che ne ha risucchiato la classe dirigente e ora può governare indisturbata, senza più bisogno di fare con essa alcun tipo di coalizione, come era invece sempre accaduto negli ultimi decenni.

C'è un aggettivo che la destra sarkozysta usa per definire se stessa e che vale forse più di mille parole per capire quel che sta accadendo in Francia: “decomplexée”, senza più complessi. Da cui deriva, automaticamente, che la destra precedente, quella di Chirac, ma, se vogliamo, anche quella più antica, era una destra complessata. È interessante l'uso dell'aggettivo “decomplessata”, che tipicamente si riferisce ad un cambiamento di stato d'animo singolo e personale. Non si tratta soltanto di un semplice trucco comunicativo per passare nell'immaginario collettivo dei francesi come una destra dura e fiera di esserlo (trucco che pure c'è e funziona), ma la parola riflette anche la situazione mentale collettiva della nuova dirigenza francese.

Viene da chiedersi subito quali fossero i complessi che limitavano l'azione politica della vecchia destra e che ora, in quella di Sarkozy, sarebbero saltati. Il primo si riferisce a quella sorta di senso della discrezione, forse anche di snobismo, che animava la destra gollista: nella maggioranza dei casi, i suoi dirigenti restavano piuttosto defilati, tendenzialmente attaccati ad una politica che era sì di destra, ma che veniva esercitata senza particolari rulli di tamburi. Il che avveniva anche quando quella politica era sporca e corrotta, come è accaduto spesso soprattutto agli uomini di Chirac e in particolare a quelli che, con lui sindaco di Parigi, gestirono i lunghi anni di amministrazione della capitale: scandali ripetuti negli appalti, spostamenti di denaro mai chiariti, spese folli e senza giustificazione.

Quel che accade alla destra francese di oggi è molto legato alla figura di Chirac e ai suoi trascorsi. Alla fine del primo mandato presidenziale, nel 2002, il personaggio era pubblicamente screditato per le tante scelte politiche malaccorte e sbagliate e per le accuse pendenti di corruzione, cui era riuscito a sfuggire solo utilizzando l'immunità totale che la costituzione francese riconosce al presidente in carica anche rispetto ad atti commessi prima della sua elezione.

L'ibernazione negli ultimi 5 anni di Chirac

In pochi scommettevano su un suo secondo mandato: fu l'inaspettato passaggio di Le Pen al secondo turno a consegnare a Chirac altri cinque anni all'Eliseo. Ma l'effetto che ne è derivato è stata l'inevitabile stasi, il blocco totale del ricambio nella classe dirigente della destra, ancora inevitabilmente dominata dalla figura di un presidente opaco e screditato, che ha continuato ad inanellare uno sbaglio dopo l'altro, prima di tutto perché ha immediatamente dimenticato che la sua rielezione era avvenuta con i voti della stragrande maggioranza dei francesi, sotto il segno dell'emergenza lepenista, e ha quindi tentato impopolari riforme con i governi Raffarin e il referendum sulla costituzione europea, tutte scelte che gli sono scoppiate tra le mani.

Intanto, anche a causa di tutto questo, proprio a destra la pressione della nuova generazione sarkozysta cresceva esponenzialmente e quando qualche mese fa il tappo Chirac è saltato, il ricambio che cinque anni orsono sarebbe stato forse più graduale e politicamente più fluido è stato invece violentissimo. Ovviamente molte delle figure politiche della destra chiracchiana sono ancora presenti in quella sarkozysta, ma è il rapporto di forza che si è completamente invertito, insieme all'età anagrafica: i “vecchi” oggi sono relegati a ruoli più marginali e solo dopo o avere pubblicamente chinato il capo di fronte alla superiorità del nuovo presidente o aver scommesso su di lui in tempi non sospetti, mentre i giovani “decomplessati” si trovano ora in gran parte dei posti chiave del potere francese.

Se la si vuole molto semplificare, c'era, nella politica della vecchia destra, una sorta di senso della vergogna che spingeva ad un silenzio, anche colpevole, che nella destra di Sarkozy non solo è assente ma è vissuto come una manifestazione di pavidità.

Il secondo complesso che è saltato è stato quello della sostanziale pregiudiziale antifascista che la vecchia destra aveva, con pochissime eccezioni e taluni mal di pancia, tenuta ferma per decenni e che Mitterand utilizzò più volte a proprio vantaggio per spaccare il corpo elettorale avversario. Sarkozy ha capito che l'elettorato di Le Pen poteva essere assorbito e ha sfruttato, anche qui, la forza del suo vantaggio anagrafico. Non ha fatto l'errore di proporre un'alleanza col vecchio leader fascista e razzista. Si è limitato ad assorbirne tutti i temi chiave (lotta all'immigrazione, inasprimento pesante delle pene per i reati comuni, tolleranza zero nella lotta alla piccola criminalità) e a far passare e ripassare il messaggio chiaro che, lui presidente, quei temi sarebbero stati applicati alla politica reale, cosa che con Le Pen - proprio a causa di Le Pen stesso - non sarebbe mai potuta accadere.

Il fatto che proprio Sarkozy, per quasi quattro anni negli ultimi cinque, sia stato il ministro degli Interni è passato in secondo piano: il contesto ha reso il messaggio credibile, il messaggio ha funzionato e le percentuali riportate da Sarkozy in tradizionali roccaforti nere come Marsiglia, Tolone, Strasburgo - dove Le Pen è stato surclassato - ne danno testimonianza. Non erano solo slogan: la più evidente conferma di questo fatto è nella nuova, mostruosa legge sull'immigrazione. In questa legge la destra francese ha stabilito che un immigrato regolare che chieda che la famiglia lo raggiunga in Francia debba essere sottoposto al test del DNA, e così la prole per la quale chiede il ricongiungimento. Se il test dimostra che un figlio o più non ha il suo DNA, il ricongiungimento viene negato e quindi allo stesso richiedente viene caricato il costo, elevato, del test.

La mostruosità non si ferma alla violenza dell'intrusione personale che le nuove norme dispiegano sull'immigrato e sulla sua famiglia lontana. Tutte le leggi francesi vietano infatti di sottoporre un cittadino al test del DNA, salvo rarissimi casi di indagine giudiziaria e per reati gravissimi. L'immigrato, pur regolare, è quindi un cittadino di serie B nella Francia di Sarkozy: a lui non solo non si applica una tutela riconosciuta come universale, ma nella sua richiesta di ricongiungimento alla famiglia si dà per scontata la possibile frode.

La politica disposta a rinunciare al primato

C'è infine un terzo complesso che è saltato, anche se qui è in realtà più difficile parlare di complesso: si tratta più di una concezione, di un principio della politica che viene di fatto cancellato ma che segue quel che è già capitato in molti altri paesi, come gli Stati Uniti e il nostro. È, banalmente, il primato della politica come più alta espressione della volontà democratica, e quindi come prima regolatrice delle leggi che regolano i rapporti tra i cittadini e tra essi e la collettività. A queste leggi anche il potere economico deve sottostare. La politica di Sarkozy, perché questa è la storia della sua ascesa al potere, è espressione del fatto che quell'ordine è stato stravolto: non è più il potere politico a regolare tutti gli altri, ma esso è scelto da quello economico, attraverso il controllo che quest'ultimo ha assunto della maggioranza schiacciante dei mezzi di comunicazione.

Negli ultimi anni in Francia la gran parte di giornali e televisioni, con ormai non molte eccezioni, è finita sotto il controllo diretto di alcuni grossi soggetti industriali, primo fra tutti il gruppo Dassault, produttore di armi e aerei, che controlla il più diffuso quotidiano francese, Le Figaro, da sempre di centro-destra, e circa 70 quotidiani locali. Serge Dassault, che è a capo del gruppo, alla fine del 2004 aveva spiegato in una intervista radiofonica che «i giornali devono diffondere idee sane», poiché «stiamo collassando a causa delle idee di sinistra».

Le Figaro ha abbandonato il suo stile pacato e il sostegno alla nuova destra è diventato assoluto. Non è stato solo Dassault a supportare l'ascesa di Sarkozy, ma anche il gruppo che fa capo a Martin Bouygues, titolare del terzo provider di telefonia mobile oltrealpina, grande costruttore e proprietario della più importante rete televisiva privata francese, TF1. Pochi giorni dopo l'elezione di Sarkozy all'Eliseo, Bouygues ha licenziato il direttore di TF1 e l'ha sostituito col vicedirettore della campagna elettorale del presidente appena eletto.

Anche qui la cambiale firmata sta già andando all'incasso: mentre chiede durezza esemplare contro i crimini comuni, il nuovo governo francese porta avanti una pesante depenalizzazione dei reati finanziari, l'abolizione della tassa di successione anche per le grandi fortune, l'abbassamento della pressione fiscale sui redditi più alti, l'invito pressante ai francesi di «consumare…, consumare…, consumare…» come ricetta miracolistica per il rilancio economico della nazione, insieme alla detassazione totale delle ore di lavoro aggiuntive rispetto a quelle previste dal contratto di lavoro, che è la cancellazione di fatto della riforma delle 35 ore varata, allora con mille polemiche anche a sinistra, da una dei ministri del governo Jospin, Martine Aubry, poi diventata sindaco di Lille.

Il grigio futuro dei socialisti sulla difensiva

C'è infine un'ultima ragione che, allo stato attuale, ha permesso a Sarkozy una netta vittoria e sembra ora garantirgli una lunga permanenza al potere, sommata al massivo controllo mediatico che si è instaurato. È il collasso dei suoi avversari, e in particolare del Partito Socialista. Che da anni fornisce prove politiche molto modeste, perché la sua classe dirigente è ancora in gran parte quella mitterandiana, nostalgica di un potere che ha avuto e perduto, di un consenso che non riesce più a intercettare e incapace di reale rinnovamento. Il che ha infatti permesso a Sarkozy, pochi giorni dopo la sua elezione, di coinvolgere nella sua politica diversi uomini del gruppo dirigente socialista (Kouchner, Lang, Strauss-Kahn) che avevano sostenuto la sua avversaria, e questo senza trovare resistenza e dimostrando così a tutti che il confine destra-sinistra è ormai, in termini di classe dirigente, quasi inesistente.

Se la destra francese può definirsi libera dai complessi, la classe dirigente della sinistra invece non pare, oggi, in grado di definirsi in alcun senso, se non per prendere posizione contro le scelte palesemente più ingiuste del nuovo avversario, quindi quasi sempre in difesa. In politica questo non basta e alla lunga non paga, e come è accaduto e accade altrove non vi sarà reale opposizione a Sarkozy fino a quando la sinistra non capirà come e con chi incarnare il suo spirito di giustizia sociale, di opposizione al sopruso ed alla prepotenza del più forte e di affettuoso attaccamento alla democrazia. Che è quello spirito che il suo popolo, che in Francia è grande e diffuso, sembra aver più chiaro e vivo della sua dirigenza, ma che il popolo non sa più a chi affidare per renderlo politica vera e per contrapporsi ad un peggio che avanza “senza più complessi”.

Quel disfarsi dei propri complessi era, alla fine, rivendicare il rifiuto di accettare che esistono dei limiti: è quello che la destra francese simboleggia, a partire dalla figura ormai sinistramente onnipresente del suo nuovo presidente, e che la rende purtroppo molto in sintonia con lo spirito dei tempi attuali.


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