lunedì 22 ottobre 2007
di Giorgio Melis
Te lo do io, il golpe di referendum: in testa. Firmato: i sardi. Il “colpo di Sta(tu)to” lo hanno sferrato loro: scagliando le urne vuote addosso ai promotori, ai tifosi occulti del centrosinistra e ai vertici della destra che volevano ripetere la “porcata” dell'inciucio alle primarie, per inquinare strumentalmente anche il referendum. Certo, è una grossa vittoria di Renato Soru. Ma è soprattutto una disfatta umiliante per tanti, di ogni segno. C'è stato un enorme rigetto bipartisan - 85 sardi su cento - delle grida e mistificazioni terroristiche sulla dittatura incombente. Della diserzione vile di tanti di centrosinistra: non hanno avuto il coraggio di manifestare il loro dissenso legittimo e semmai hanno dichiarato ipocritamente di essere per il sì. Della spregiudicatezza del centrodestra. Sempre iperpresidenzialista, in extremis si è accodato al referendum - senza averlo annunciato, chiesto e firmato - rinnegando la propria linea: solo per abbattere Soru.
Gli elettori del Polo hanno dimostrato d'essere migliori e più coerenti dei loro dirigenti: pur mantenendo l'ostilità verso Soru, si sono rifiutati di seguirli nelle piroette indecorose, già sperimentate alle primarie del Pd con fallimento totale. Sarebbe dovuto servire da lezione per non rilanciare un azzardo vergognoso: hanno perserverato diabolicamente e stolidamente e finiscono suonati come i pifferi di montagna. Alla chiamata alle armi, con dispendiosa grancassa pubblicitaria e spolvero degli ululanti Pili, Nizzi, Medde, Delogu, La Spisa, Oppi, Artizzu, amici e camerati, gli elettori del Polo hanno risposto fascisticamente: ME NE FREGO. Non sono loro a dover rispondere, politicamente e moralmente, di questo abuso con disastro annunciato, benché si sperasse il contrario. Semmai sono da elogiare perché non si sono fatti menare per il naso dai loro improbabili leader: rifiutando d'essere guidati come un gregge di pecore sceme.
C'è del buono, molto di buono, in questo atteggiamento civico: sempre e da qualunque parte venga e qualsiasi risultato produca. È una dura sconfitta politica perché un'indicazione di voto così strumentale e roboante avrebbe potuto essere accolta, indubbiamente intrigante perché avrebbe colpito Soru. Vero è che la diserzione alle urne referendarie è ormai e purtroppo una costante. Ma stavolta c'era un obbiettivo politico e personale ghiotto, concreto e non simbolico. Il popolo di destra ha fiutato la seconda porcata in 8 giorni e ha mandato a quel paese i tromboni che annunciavano l'arrivo del diluvio universale, l'apocalisse e anche un'epidemia di influenza di un nuovo virus: di esiziale ceppo soriano.
Non gli elettori, dunque, ma molti in tutti gli schieramenti, qualche sindacato e larga parte dell'informazione, hanno responsabilità gravi e non solo colpose. Bisogna inquadrarli nel mirino, perché ora diranno che non c'erano o voltavano le spalle. Nessuno dimentichi che il flop referendario costa alla Regione (cioè a noi tutti) nove milioni di euro che si sarebbero potuti spendere meglio, oltre quelli investiti in pubblicità e altro: senza contare il tempo fatto perdere nelle scuole e nei Comuni, oltre lo stallo di una politica già poltronista del suo. Appunto perché da dieci anni non si raggiunge il quorum del 50,1 per cento anche sui grandi temi nazionali, era temerario forzare una consultazione popolare su un tema astruso, del quale ai sardi nulla importa e ben poco sanno.
Dopo tanto urlare, i votanti sono rimasti a meno della metà del pur misero 33 per cento richiesto. Benché, per attirare i cittadini alle urne e disvelando il vero obbiettivo della consultazione, si sia strombazzato da destra e più ipocritamente nel centrosinistra che col voto si sarebbe potuto cacciare Soru-tirannosaurus. Era un safari contro il sanlurese: cacciatori e battitori trasversali subiscono uno smacco che ha pochi precedenti. Anziché indebolire, rafforzano e molto la tosta e mancata selvaggina: sono colpiti di rimbalzo dai loro maldestri pallettoni.
Naturalmente ora si tratta di vedere quanti sono i sì e i no nel 15 per cento dei votanti: gli uni e gli altri irrilevanti, perché minimanza di un elettorato che ha snobbato i promotori. E se tra questi, com'è certo, ci sarà chi solleva ancora la questione del quorum, richiamiamo in servizio l'immortale Eduardo De Filippo e il suo celeberrimo “pernacchio”: capace di distruggere la boria di chiunque. È possibile che sul piano formale la questione-quorum possa essere posta. Posta: non dichiarata da Pubusa, Ballero, Maninchedda e Balia. Dovrà essere investita la Corte costituzionale perché si esprima su un comma traslato dalla legge del 1957 in una legge del 2002: sotto Mauretto Pili, che ora, meschinello, la definisce alla Camera “golpe istituzionale”, dunque qualificandosi golpista benché da operetta e in tenuta da tennis.
Se e quando la Consulta dichiarerà illegittima quella norma, si potrà riparlarne. Ma fino a quel punto è vigente e da applicare. Non servono legulei e mastrucati azzeccagarbugli per capire cose così elementari e concludere che una presunzione di illegittimità resta una convinzione senza effetti fin quando non confermata dalla Consulta. Ma se, per assurdo, non servisse il quorum. Ammettendo, ponendo che il no abbia raggiunto anche il 60 per cento dei voti espressi, si dovrebbe abrogare una legge - approvata a maggioranza assoluta dal Consiglio e con i due terzi dei votanti - perché sconfessata da una piccola minoranza di elettori? Allora, tanto vale abolire l'assemblea. E l'85 per cento che non si è espresso (più quelli che hanno votato sì), conta nulla, popolo-bue di cui non tener conto?
C'è da augurarsi che i promotori tengano aperta la questione, ricorrano (a loro spese: con le indennità dei 19 consiglieri che hanno imposto il referendum) e vadano avanti con le contestazioni formali. Ci sarà più gusto a ridicolizzarli. A contestargli il risarcimento dei nove milioni di euro fatti spendere da loro, segnalarli ai cittadini in vista delle prossime elezioni come patroni del bene pubblico.
La verità è che i sardi hanno fiutato da tempo l'imbroglio di una prova di forza tutta politicante e politichese. Scaturita dal livore bilioso di 19 consiglieri, senza una parvenza di interesse e spinta dal basso. Cosa loro, non nostra, hanno ragionato i cittadini: e gliel'hanno rilanciata come una palla sporca. Cos'era in fondo? L'iniziativa di un quinto dei consiglieri che voleva demolire una decisione presa da 52 onorevoli contro 18, usando gli elettori come una testa d'ariete per un atto di forza di una minoranza sulla maggioranza assoluta.
È stato dall'inizio - l'avevamo denunciato preventivamente e con forza - un sostanziale atto antidemocratico formalmente legittimo. Non contro la Statutaria che, più o meno, è la stessa vigente in altre Regioni. Contro e per abbattere con armi improprie Renato Soru. Lo si è detto mille volte: la demonizzazione della persona funziona alla rovescia. Lo si è visto con Berlusconi. I suoi sodali nuragici l'hanno fatto con Soru e sono stati sconfessati dal loro stesso elettorato. La morsa che tra primarie e referendum doveva stringersi e stritolare il presidente, si è serrata fratturando le mani dei maldestri fabbri: perfino oltre i meriti del sanlurese.
Mentre la destra aveva un obbiettivo preciso anche se cinicamente perseguito, peggio hanno fatto forze, gruppi e singoli del centrosinistra che si sono disimpegnati da una legge che avevano approvato: sperando che l'ostilità anti Soru la facesse cadere assieme al presidente. Un atteggiamento ipocrita, vile e senza dignità. Di cui dovranno rispondere: sono stati anche i loro elettori a bocciarli sonoramente. Chissà come Paolo Fadda gradirà, da esperto in postinaggio, il “bigliettino” con i risultati del referendum che esaltano Soru anziché abbassarlo. Niente niente, per la rabbia, magari lo ingoia pur di farlo sparire. E il cardinal-Cabras, degradato a prelatone opportunista perché da leader presunto e putativo del Pd si è limitato a una dichiarazione a favore del sì all'ultimo minuto: senza alzare un dito, puntando sulla sconfitta di Soru.
E questo sarebbe l'uomo-guida del nuovo partito? Altro che prova di forza e intimazioni su assessori graditi e da cacciare, epurazioni da fare, capigruppo da imporre secondo il manuale Cancelli Ds-Dl! Tornano a casa con le pive nel sacco, e solo perché conviene anche a lui, Soru non gli sbatterà in faccia il doppio ko delle primarie e del referendum: vinto anche contro gli alleati-nemici. La partita sulla Giunta cambia segno e valenza. Il banco è in mano a Soru e glielo hanno consegnato proprio Cabras, Fadda e soci con il loro atteggiamento. Avevano calcolato di indebolirlo o atterrarlo lasciandolo solo: a restare soli sono loro, sconfessati dagli elettori.
C'è un'altra grande sconfitta, in questa disfatta diffusa: la mala-disinformzione. In gran parte ha giocato pesantissimamente contro Soru. Basti pensare all'Unione e a Videolina, che hanno dato spazio e voce solo a una parte, cancellando tutto il fronte del Sì anche nelle ultime giornate. Un'indecenza che anche i lettori hanno colto. Infatti pesa meno di niente, irrilevante: niente, oltre i polveroni, le bufale truffaldine (finché non vengono smascherate), i killeraggi contro i nemici e il vano lecchinaggio a favore degli amici. Funziona all'opposto. La disinformazione logora chi ce l'ha a favore e gratifica chi se la trova pregiudizialmente contro.
Nel suo commento domenicale, il direttore dell'Unione, bontà sua, si rimetteva alla volontà degli elettori. Aggiungendo con monito severo da censore oracolare, che non azzardava pronostici e responsi su chi avrebbe vinto: «Quello che invece conosciamo sono i nomi di chi non voleva questo referendum. E ci chiediamo semplicemente perché queste persone avrebbero preferito che i sardi non si esprimessero». Se per lo sforzo non rischia l'ernia cerebrale, ora potrà capirlo: come lo sapevamo in tanti e l'avevamo pure annunciato. Perché all'85 per certo dei sardi non gli fregava niente. Avevano capito l'uso truffaldino del referendum e che si barava dicendo una cosa per volerne un'altra.
Insomma, il match è finito con un fuori combattimento indiscutibile. Ha funzionato il “meglio solo” inflitto a Soru: contro presunti alleati e nemici. Ha fallito l'informazione. I problemi restano e il presidente dovrà fare di più e meglio. Alcuni personaggi sono invece tranquilli e appagati. Mario Medde, il bardo cislino capofila degli anti-Soru, è un profeta inascoltato: anche dai propri iscritti. Però non si ritiri in clausura, non possiamo restare orfani dei suoi trionfanti proclami. Un altro che ha da riflettere è Settimo Nizzi. Ha speso il suo cordiale faccione nei manifesti e nella pubblicita a colori sui giornali. Bene, nel collegio Olbia-Tempio, il suo, c'è stata la più bassa affluenza in assoluto, più di tre punti sotto la media regionale. Anche lui è un leader carismatico molto ascoltato: con i tappi alle orecchie. Questa performance nella sua terra è un ottimo viatico per quando dovrà chiedere voti nel resto della Sardegna.
Infine c'è Paolo Maninchedda el libertador, il Che Guevara del Marghine. A Macomer, la sua città d'origine, il bardo del referendum ha ottenuto che andasse alle urne circa il 18 per cento dei concittadini: vedremo quanti sì e no. Dopo un così travolgente successo di critica e di pubblico, Manichedda va candidato, in ticket con Medde, come presidente nel 2009. I due hanno la vittoria in pugno: sbaraglieranno Soru o chiunque. Largo ai forti.
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