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giovedì 11 ottobre 2007

Se n'è andato Francesco Salis, profeta laico
di cultura militante fra la gente,
eroe di una stagione generosa a Santulussurgiu

di Nanni Spissu

Forse Francesco Salis è un nome sconosciuto per tanti. Ma parlare di Francesco, che da ieri non è più con noi, vuol dire parlare di Santu Lussurgiu, significa ricordare un profeta, premio Unesco per l'Educazione degli adulti. Un eroe laico, seppur profondamente credente, che è vissuto per difendere l'idea che l'educazione è un processo permanente e libero.

Francesco aveva creato il Centro di Santulussurgiu, sin da quando il triangolo tra Oristano, Macomer e Bosa era territorio di sperimentazione di un progetto Oece, progetto per lo sviluppo locale, che favorì anche la nascita di Centri comunali di cultura in quel territorio: dal 1958 al 1962.

Francesco era l'avanguardia dell'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo - UNLA, l'acronimo con cui era conosciuta -, che aveva i suoi centri anche a Bauladu e a Bosa, con Italo Ortu e Battista Columbu. Mentre questi ultimi devono una loro riconoscibilità diversa anche alla politica, lui era Santu Lussurgiu, si muoveva anche poco, quella era la sua scelta.

Con la Società Umanitaria, con l'MCC (Movimento di collaborazione civica), l'Unla costituiva la parte avanzata della battaglia per la creazione di centri di animazione culturale (uso la terminologia allora in voga), legati alla lettura, al cinema, molto evoluti e aperti e con una forte caratterizzazione laica, nel senso che i Centri si muovevano in spazi autonomi, di dialogo e ricerca ed erano frequentati da persone di diverso orientamento politico e culturale, credenti e non, tutti mossi da questo spirito civile della difesa di spazi di educazione autonomi per creare uomini liberi.

Io conobbi Francesco, come Italo, Bista, quando lavoravo nella Sovrintendenza bibliografica e poi ebbi la reggenza dell'ufficio, dopo il 1964. Con loro, altro profeta laico che non c'è più, scomodo e generoso, profondamente libero, Fabio Masala. Formavano una squadra determinata e la loro presenza è stata decisiva per fare dei loro paesi delle avanguardie civili e culturali.

I comuni con le loro piccole biblioteche, che essi vollero autonome dai loro Centri, per segnare con uno spirito modernissimo la qualità pubblica di quei servizi, furono delle oasi di sperimentazione di modelli di democrazia partecipata impensabili in quegli anni.

Si pensi a Bauladu, nemmeno trecento anime, dotato di servizi culturali straordinari, di un livello di vita civile straordinario intorno a quel sindaco unico che è stato Italo Ortu. E si pensi alla vitalità del Centro di Bosa, che Bista Columbu aveva fatto crescere con una dottissima biblioteca e una vita culturale animata dal confronto e dal dibattito.

Il sardismo di Italo e di Bista era, come è, legato a un idea di un'identità vissuta nella pienezza della sua vitalità e valore, ma nella libertà della conoscenza, senza remore, dentro comunità continuamente stimolate a guardare avanti, ad abbandonarsi a processi di educazione permanente sempre guidati da quelle straordinarie tempre di animatori.

Fabio aveva a Cagliari la sua sede. Ma era cittadino della Sardegna, perché con la sua vecchia 500 e con la macchina da proiezione a 16 mm e le vecchie pizze dei film di Bergman come di Rossellini, di Visconti come di Dreyer, di Eizenstein, batteva l'isola perché sapeva quale forza il cinema poteva avere nella educazione alla fruizione critica della comunicazione audiovisiva, creando i primi nuclei di Circoli del cinema e della futura Cineteca sarda.

Lavorava in continua sinergia con Filippo De Sanctis, e sotto la guida di quel Riccardo Bauer, eroe civile della Resistenza, presidente della Società Umanitaria che in Sardegna aveva gli avamposti della propria attività educativa extrascolastica. Figura di straordinaria caratura morale e grandezza e civile, ricco di un'umanità e, se mi si concede di citare una virtù che sa anche essere laica, di grande umiltà. Virtù obsoleta, oggi, poiché nessuno ha più alcunché da apprendere da alcuno, né crescerà mai non sapendo riconoscere le proprie debolezze e anche le proprie miserie.

All'Umanitaria si doveva allora anche la messa a punto e la sperimentazione di metodologie molto affinate di educazione alla lettura, orientata all'utilizzo di quello spazio libero e pubblico che era la vecchia biblioteca popolare, non ancora spiazzata dal più agguerrito modello della biblioteca pubblica di origine anglossassone.

Francesco era cattolico e anche vicino al partito della Democrazia cristiana. Ma questo lo si sapeva nella sua vita privata: se si entrava nel suo centro, quello era spazio di tutti e non c'era possibilità di venir respinti o di sentirsi estranei per le proprie idee. Che erano liberamente manifestate e ascoltate con curiosità e rispetto.

Santu Lussurgiu aveva in Francesco il simbolo della sua civiltà e della sua crescita anche economica. L'uomo che ha formato generazioni di amministratori non volle mai quel ruolo per sè. Aveva preferito restare dietro le quinte e invitare i suoi cittadini allo sviluppo autonomo e libero dell'organizzazione civile e delle istituzioni locali. Per quello volle una biblioteca comunale autonoma e distinta dal quella del Centro, proprio per il suo profondo convincimento della differenza tra uno spazio privato e uno istituzionale.

La valorizzazione, nelle forme della cooperazione, della attività tessile tradizionale era concreta nel gruppo delle tessitrici che Francesco aveva aiutato ad organizzarsi con spirito di coesione e volontà anche di crescita economica. Questo fu, anche, nello spirito del progetto Oece, che animò anche i centri di Seneghe di Zeddiani e di altri comuni della zona.

Nel Centro lussurgese nacque, per la caparbia volontà di Francesco, uno dei primissimi musei della cultura contadina, i cui reperti egli aveva raccolto con passione e rispetto, sentendo strategico il valore della memoria di oggetti che rappresentavano il modello della quotidianità di quelle popolazioni, sul lavoro, nella organizzazione della vita democratica, nei rapporti interni alla comunità.

Francesco non aveva mollato quando gli occhi cominciarono a tradirlo. Parlava della cosa facendo intendere anche il disagio, ma lui continuava la sua vita di sempre, con il suo sorriso buono e la serenità che era la compagna fedele della sua grandezza. Era anche uno spiritello finissimo e raccontava con ironia sottile le tecniche per la produzione dell'acquavite, un alambicco in ogni famiglia e un certo sentimento di impunità e di impotenza dei pubblici controlli riguardo a questa fiorente industria clandestina.

Si poteva creare una sorta di glorioso percorso dei profumi, diceva, si va per le strade del paese a naso, quando ferve l'attività dei maestri distillatori e la competizione tra i produttori è al calor rosso e evidentemente la forza pubblica in quei momenti soffre di terribili raffreddori e non avverte il profumo intenso dei vapori dell'alcool. Era un po' il piccolo e modesto spazio della sua disubbidienza civile, che non conosceva altri metodi e altre più proficue applicazioni.

Francesco, che io non vedevo da molto, se ne è andato. Ma sono certo che la sua storia, così profondamente legata a quella del paese, resterà rappresentata nella sua pienezza dallo splendore di Santu Lussurgiu, che egli amava alla follia e da cui era riamato.

Ma qualcosa dovrà succedere perché questi eroi laici, questi fondatori di civiltà e di convivenza, questi maestri del vivere civile, come Francesco Salis, come Fabio Masala restino nella memoria più ampia di quest'isola che cerca inutilmente i suoi nuovi eroi.


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