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martedì 9 ottobre 2007

La sovranità popolare e la stabilità garantite
dal presidente più che dal Consiglio,
come i sindaci: no a bambini-spot sulla libertà

di Antonio Piras

La contestazione alla legge statutaria si fonda, principalmente, su due ragioni. Innanzitutto essa indebolirebbe il ruolo del Consiglio regionale; in secondo luogo, esporrebbe il Consiglio ai continui ricatti del presidente della Regione.

Pur trattandosi di contesti assolutamente diversi, i componenti del Comitato per il No fanno uso dei medesimi argomenti che, a suo tempo, la sinistra utilizzò appropriatamente per bloccare la pessima revisione costituzionale varata da Berlusconi e soci. Curioso che ciò avvenga anche da parte di chi sosteneva quella orribile riforma (vedere le posizioni del centrodestra, tradizionalmente presidenzialista).

Personalmente, ritenevo quella modifica costituzionale davvero pericolosa per la democrazia italiana: non solo perché interveniva in modo pasticciato su una cinquantina di articoli ma anche perché indeboliva il ruolo degli istituzioni deputate a vigilare sul rispetto delle regole - Corte costituzionale e presidente della Repubblica - con un preoccupante e sbilanciato irrobustimento dell'influenza del presidente del Consiglio. Quella volta aveva ragione chi parlava di pericolo per la democrazia e di indebolimento del ruolo del Parlamento; e aver condiviso quelle tesi non impedisce di rigettare argomentazioni similari utilizzate, stavolta, a proposito di un'istituzione completamente diversa quale è quella regionale.

Naturalmente non può valere lo stesso per chi approvava quella riforma e rigetta questa, con artifici dialettici che lasciano basiti. Un presidente del Consiglio padrone della propria maggioranza può modificare la Costituzione, favorire l'entrata in guerra delle nostre forze armate, introdurre norme che possono incidere sulla libertà personale dei cittadini, attuare politiche tributarie e finanziarie dalle quali dipendono le sorti economiche di un'intera nazione. In quel caso, aveva un senso preoccuparsi delle possibili conseguenze di una riforma costituzionale così penetrante.

La trasposizione alla battaglia sulla Statutaria dei ragionamenti utilizzati in quel frangente è del tutto inappropriata. Alle spalle della Regione c'è lo Stato, con la Costituzione e il suo corredo di garanzie. I referendari continuano a parlare di pericolo per la democrazia, di indebolimento della sovranità popolare, ci mostrano addirittura dei manifesti nei quali campeggia l'immagine di una bambina per la quale la libertà futura potrebbe non essere garantita quanto lo è oggi. Portano avanti una campagna intrisa di demagogia. Non si può che auspicare l'abbandono di questi slogan utili solamente ad acchiappare i voti dei cittadini meno consapevoli. Si discuta, ma seriamente.

Proverò a rassicurare gli intimoriti sostenitori del No con alcune considerazioni. Primo punto, possibile indebolimento del Consiglio regionale. Con l'entrata in vigore del sistema delineato dalla Statutaria, il presidente verrebbe eletto direttamente dal popolo e potrebbe nominare e revocare gli assessori. È quanto avviene attualmente per via dell'applicazione suppletiva delle norme costituzionali. Non mi pare che in Sardegna o nelle altre Regioni in cui vige tale sistema sia venuta meno, in questi anni, la libertà dei cittadini. Però c'è stata stabilità, e non è poco. E tra meno di due anni potremo promuovere o bocciare i nostri amministratori.

Il contrappeso alla suddetta prerogativa presidenziale è assicurato dall'attribuzione al Consiglio del potere di sfiduciare il presidente. L'Assemblea, infatti, potrà, in ogni momento, mandare a casa l'Esecutivo mediante approvazione della mozione di sfiducia. Chiaramente, si dovrà eleggere anche un nuovo Consiglio, perché altrimenti potrebbe aversi la paradossale situazione di un presidente bianco e di un Consiglio a maggioranza nera. Che programma si potrebbe portare avanti, in quelle condizioni?

L'elezione diretta è compatibile solo col principio del simul stabunt simul cadent. Non si potrebbe pretendere l'introduzione di un meccanismo di sfiducia costruttiva in quanto il mandato presidenziale è conferito dagli elettori e non dal Consiglio regionale. Pertanto, quando si concluderà il mandato (anche per dimissioni), saranno i cittadini a doversi pronunciare nuovamente sulla scelta del nuovo presidente.

Non si capisce per quale motivo si sostenga che il Consiglio sarà succube del governatore. Nel caso in cui quest'ultimo non rispetti il programma o gli equilibri politici nella composizione della Giunta, è chiaro che le forze politiche lese non accetteranno di lasciar governare un presidente che non ha rispettato eventuali accordi elettorali e programmatici. Se il presidente decidesse di revocare un assessore arbitrariamente, il partito di riferimento farebbe valere la propria facoltà di sfiduciarlo.

In passato, invece, se una piccola forza politica decideva di non votare la fiducia alla Giunta perchè non soddisfatta in termini di poltrone, ricominciava il valzer in Consiglio, senza però che il popolo potesse proferire parola. Col sistema delineato dalla Statutaria, la parola torna al popolo, e non ai medesimi consiglieri che in precedenza avevano fatto cadere l'Esecutivo. Qualcuno si è già dimenticato che nel 1999 Mario Floris riuscì a diventare presidente pur disponendo di pochissimi consiglieri e nonostante il designato fosse Mauro Pili. E vi ricordate di Selis, che pur avendo perso sonoramente le elezioni rischiò di ritrovarsi in viale Trento? Eppure, qualcuno ha il coraggio di chiamarla democrazia…

Mentre a livello nazionale è il presidente della Repubblica a nominare il premier, tenendo conto dei risultati elettorali, a livello regionale - mancando una figura super partes - i consiglieri hanno sempre agito di testa loro. Rispettare il responso delle urne era un optional e i ribaltoni erano all'ordine del giorno. Il popolo ha più potere se può scegliere chi deve amministrare la Regione o se si deve rimettere ai consiglieri che magari eleggeranno qualcuno solo perchè utilizza l'arma del ricatto, anche quando la sua consistenza politica è minima e le elezioni hanno premiato un'altra coalizione? Dov'erano le garanzie per il popolo in un sistema che, negando continuamente la governabilità, permetteva di fare e disfare le Giunte senza che i cittadini potessero approvarne i programmi?

Credo che l'assimilazione del governo regionale a quello statale costituisca un'operazione francamente inaccettabile. Il presidente della Regione gode di poteri non paragonabili a quelli del presidente del Consiglio, e la regolarità della sua azione è garantita da norme costituzionali che non potrà certo modificare autonomamente. In un quadro siffatto, nel bilanciamento tra governabilità e controllo consiliare si può, senza paura, propendere per la prima opzione pur senza tralasciare la seconda. D'altronde, nei Comuni, che funzionano secondo questo principio e nei quali la politica amministrativa si riflette sui cittadini almeno in eguale misura rispetto alla politica regionale, non sembra che si sia aperto un vulnus di democrazia.

Si dice che il Consiglio potrebbe essere esposto ai continui ricatti del presidente. Se i consiglieri sono attaccati alla poltrona al punto di accettare qualsiasi cosa pur di non andare a casa ci viene da pensare che a questo punto il problema è costituito dalle persone e non dalla forma di governo. Dobbiamo pensare che il nostro Consiglio sia composto da servi sciocchi? Che chi vota le leggi sia una marionetta priva di dignità e interessata solo a conseguire l'onorevole pensione?

Se il presidente minaccia di dimettersi perchè vuole fare di testa sua e i consiglieri sono sicuri di operare nel giusto e di rispettare il mandato, perchè non rimettersi al giudizio degli elettori che decideranno chi, tra il presidente e il Consiglio, ha agito conformemente al programma? Negli anni bui dell'autonomia sarda, era la Giunta ad essere perennemente ricattata. La Statutaria introduce l'anelato equilibrio tra questi due organi. I sardi hanno l'occasione di seppellire definitivamente quell'indegno passato.


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