mercoledì 3 ottobre 2007
di Francesca Madrigali
L'episodio dell'ignobile articolo de L'Unione Sarda riguardante Anna Oppo causa, oltre al comprensibile sdegno e solidarietà umana, anche una terribile sensazione di vergogna per loro: quelli cioè che hanno ingannato la buona fede di chi ha accettato di rendere una dichiarazione e che solo accidentalmente si fregiano della definizione di “giornalisti”.
La sociologa ha fatto bene a rendere pubblica la sua vicenda, e benissimo fa a distaccarsene ora: ne parliamo solo, e speriamo che capirà, perché rappresenta uno spunto importante per una riflessione sull'immagine femminile come è rappresentata dei media oggi. La domanda è una sola: se si fosse trattato di un sociologo uomo, l'evocativo titolo che strillava allo stupro sarebbe stato identico?
Può sembrare una domanda bizzarra: la generazione nata negli anni 70, che non ha vissuto i fatti epocali del femminismo tradizionale (e nemmeno moderno, purtroppo), sembra avere ben altri problemi rispetto a quello della consapevolezza della differenza di genere. È una generazione solitamente poco ideologizzata, schiava del problema spicciolo della sopravvivenza da precariato, dell'incapacità di buttare il cuore oltre l'ostacolo e realizzare una famiglia, è moralmente avvilita dall'indegna manfrina della politica o dal fragore delle urla dell'antipolitica, quando non è caduta nella molle tentazione di cercarsi un sano accozzo.
Senza dare giudizi morali (è troppo facile darli trovandosi incattiviti e intrappolati in una o più delle situazioni sopraindicate), semplicemente pare che l'attenzione di quasi tutti, e in particolare delle donne, sia - peraltro comprensibilmente - rivolta verso altre questioni.
Si tratta di un tragico errore, per entrambi i sessi: la parità effettiva e “materiale” è lontana millenni luce, si vedano a questo proposito i noti dati sulle differenze salariali uomo-donna, sul persistere del cosiddetto “tetto di cristallo” nelle carriere, sulla risibile rappresentanza politica e le ingenue o interessate resistenze alle “quote rosa”.
La parità “di identità”, intendendo con questa la pari dignità, il pari diritto alla libera gestione del proprio corpo e la percezione altrui della propria immagine di uomini e donne, è semplicemente, nell'anno di (poca) grazia 2007, una chimera.
Gli esempi sono innumerevoli e talmente compenetrati nel tessuto sociale che elencarli è impossibile, e per alcuni di questi chi scrive sfida volentieri i commenti di malcelato compatimento di chi pensa «toh, ecco la solita femminista» come se si trattasse di un dinosauro estinto e non di un essere umano di sesso femminile che afferma l'ovvio: e cioè che nel terzo millennio una donna è ancora e sempre oggetto, il più delle volte sessuale.
Le storie di violenza domestica e non sulle donne fanno la felicità dell'audience di salotti e psicologi in seconda serata; e vescovi e cardinali proclamano anatemi e scomuniche a mezzo stampa per quelle che osassero prendere delle decisioni riguardanti il proprio utero. Nei negozi, accanto al Dolce Forno della nostra infanzia, ci sono alcune bambole con il look da drag queen e gli spot pubblicitari sono equamente divisi fra gli ubiquitari seni al silicone sigillante e quelle signore con filo di perle che passano lo straccio… ma cantando felici.
Sui media la donna è chiaramente identificata nei ruoli tradizionali: in televisione discute soprattutto di questioni sociali (nel 22% dei casi vs il 10% dei casi maschili), di costume e società (nel 16% dei casi vs l'8% dei casi maschili), di cronaca e storie di vita (nell' 11% dei casi vs il 5% dei casi maschili ), di arte, cultura e spettacolo (nel 10% dei casi vs il 7% dei casi maschili). Se la donna è “soggetto” della notizia, è perché nel 55% dei casi è protagonista di fatti di cronaca nera, a fronte di un 33% degli uomini, che sono invece in maggioranza coinvolti in notizie che riguardano politica e governo.
I dati sono quelli di un'indagine svolta dall'Osservatorio di Pavia, “Donne, lavoro e televisione: l'immagine femminile nei programmi d'informazione”, commissionata dal Cnel e della Commissione Europea nel 2004, e del Global Media Monitoring Project, progetto che ha analizzato nel 2005 la rappresentanza e la rappresentazione femminile, a confronto con quella maschile, nell'informazione televisiva, radiofonica, quotidiana a mezzo stampa, scegliendo una giornata campione valida per i 76 paesi partecipanti nel 2005.
In questa realtà (o reality?) semplificata con l'accetta e falsificata ad uso consumistico, non stupisce certo che a un giornale convenisse sbattere uno pseudo-stupro (femminile, ovviamente) in prima pagina piuttosto che le ragionevoli argomentazioni di una stimata sociologa sullo stesso argomento. A lei va il pensiero di chi si vergogna un po' per quelli là, ma allo stesso tempo ha tratto degli illuminanti esempi per la professione giornalistica: perché i buoni maestri sono importanti, ma quelli cattivi ancora di più.
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