sabato 29 settembre 2007
di Anna Oppo
Anch'io vorrei denunciare un episodio di vergognoso malcostume dell'Unione Sarda. Circa una settimana fa sono stata chiamata da un giornalista di quel giornale per un commento ad un fatto di violenza sessuale accaduto a Bologna in cui è implicato un ragazzo sardo e che ha visto, davanti al tribunale dove si svolgeva il processo, una piccola manifestazione di femministe e uomini “illuminati” a difesa della vittima e, dall'altro, un gruppo di amici e familiari sostenitori dei “bravi ragazzi”.
Premetto che vengo chiamata settimanalmente, o più spesso, da questo o quel giornalista per dire la mia su accadimenti, i più disparati, a cui normalmente mi sottraggo: «non me ne intendo», «queste cose non le ho studiate», «mi dispiace, sono molto occupata» e simili. La settimana scorsa la sventurata rispose. Per dire le cose ovvie che dice una persona di cultura normale e di normale sensibilità, sulla perdurante mentalità che vuole che le donne siano sempre, in qualche misura, colpevoli o complici, che gli uomini non fanno che cadere nella rete di perfide seduttrici che fanno solo finta di negarsi. E che l'altra cultura, nata dai movimenti per i diritti civili e dal femminismo, è ancora minoritaria nel paese, per cui non era per nulla straordinario che i “bravi ragazzi” avessero i propri sostenitori.
Aggiungevo che la paura dello stupro segna ancora la vita delle donne, che hanno sviluppato comportamenti quasi automatici per difendersene ma che, tuttavia, la mia esperienza di studiosa mi portava a dire che molestie sessuali, tentativi di stupro segnati da gradi maggiori o minori di violenza, riguardavano pressoché tutte le donne. Poiché il giornalista sembrava assai lontano dalla cultura delle femministe e degli uomini illuminati, ho cercato di far capire, con esempi, dicendo fra le altre cose che persino una persona riservata come me aveva dovuto subire tentativi di stupro. Avevo concluso ricordando che una legge sulla privacy impedisce che vengano diffuse notizie su persone specifiche e identificate.
Tutto questo è diventato, sul giornale, un titolo: “DOCENTE E SOCIOLOGA STUPRATA TRE VOLTE”, per un articolo che si è incentrato sui tentativi di stupro da me subiti, con la modalità truffaldina di sconvolgere l'ordine del discorso e - forse anche peggio da un punto di vita professionale - con l'incapacità di capire e sintetizzare le mie parole, peraltro non molto originali. La ricerca di uno “scoop”, insomma.
Confesso di esserne rimasta tramortita, come se questa volta fossi stata stuprata per davvero e, come succede nei casi di stupro, del tutto incapace di reagire se non con giorni e giorni di lacrime. La paura che l'articolo fosse letto dai miei familiari, dalla mia vecchia mamma soprattutto, il sollievo che forse era sfuggito alla loro attenzione poiché non me ne avevano fatto alcun cenno (ora capisco che hanno fatto finta di niente per delicatezza d'animo), la decisione di non protestare o rettificare per evitare che se ne parlasse ancora, o che le mie precisazioni venissero utilizzate per un altro articolo scandalistico sono all'origine della mia mancata reazione. E c'è anche un dato di carattere poiché di fonte ad un torto io tendo a deprimermi piuttosto che ad arrabbiarmi.
Poi ho letto su L'altra voce dell'invenzione del pensionato ladro per fame e ho ripensato a quante persone, politici famosi o cittadini inermi, sono stati colpiti da questo modo di fare informazione. E, dunque, il mio caso non è stato un incidente isolato, dovuto a un giornalista ignorante e maldestro, ma il frutto di un sistema, di una inciviltà, come dire, “strutturale”. E così ho deciso di scrivere questa storia, in un altro giornale.
Per fortuna non sono mai stata fisicamente stuprata. Mi ha stuprato psichicamente L'Unione Sarda e perciò ho deciso di rivolgermi ad un avvocato.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari