venerdì 28 settembre 2007
di Elvira Corona
«C'è una cattiva informazione che deriva dalla disonestà dell'analisi e dalla perdita di oggettività, e ce n'è un'altra che dipende dall'omissione della realtà, dal nascondere fatti e aspetti che caratterizzano la vita sociale in tutte le sue pluralità e differenze. Si tratta di due facce della stessa medaglia, e a farne le spese è sempre la nostra libertà. Libertà di sapere e di scegliere, di conoscere e di decidere, ma anche di raccontarsi». Don Luigi Ciotti descrive così lo stato dell'informazione in Italia, all'inaugurazione dell'ultimo dei progetti di Libera, l'Osservatorio nazionale sull'informazione per la legalità e contro le mafie.
Nonostante il quadro complessivo del Paese non induca all'ottimismo, l'informazione - secondo i fondatori del progetto - è in grado di fare un vero salto di qualità, di illuminare con coraggio e ben maggiore autonomia la metamorfosi di sistema in atto, costringendo se non altro lo Stato e il potere politico a portare finalmente la questione ai primissimi posti dell'agenda nazionale. È in questa dimensione e con questo spirito che si muoverà Libera Informazione, attraverso la sua nuova Fondazione e l'Osservatorio multimediale, cercando di diventare in difesa della legalità uno dei punti informativi di riferimento, dinamico e credibile.
Come sottolinea Roberto Morrione, direttore della Fondazione Libera e già direttore di RaiNews24, «è fin troppo vero che ciò che non appare è come se non esistesse, senza storia e senza futuro. Quando le mafie arrivano a minacciare l'impegno e la vita di giornalisti come Roberto Saviano e Lirio Abbate, non per prevenire loro specifiche inchieste investigative che rivelerebbero segreti inconfessabili, ma per avere documentato in due libri, Gomorra e I complici, il cambiamento e l'espansione in atto dei sistemi criminali, con le connesse e decisive complicità amministrative e politiche a ogni livello, facendo nomi tratti da atti giudiziari, da sentenze, da materiali pubblici collegati con intelligente capacità, vuol dire che è stata superata la soglia storica dell'allarme e che sta entrando in una zona a rischio l'essenza stessa del lavoro dell'informare e, con essa, un essenziale valore della democrazia».
Per questo lo scorso novembre, durante l'incontro degli Stati Generali contro le mafie, è sembrata quasi scontata la decisione di costruire un soggetto culturale e professionale capace dare una corretta informazione, ma anche di far prendere coscienza del diritto-dovere dei cittadini a essere informati. Gran parte dei giornali, il sistema radiotelevisivo - ancora senza una seria normativa sulle concentrazioni e il conflitto d'interessi e il ritardo di una radicale riforma del Servizio pubblico Rai - sono invischiati nella rete di interessi e di opportunismi mercantili che hanno favorito l'espansione dei poteri criminali.
Secondo don Ciotti non dovrebbe esserci bisogno di mettere accanto alla parola informazione l'aggettivo “libera”. Perché l'informazione o è libera o, semplicemente, non è informazione: è propaganda, marketing, falsificazione. Eppure, mai come in questi anni, è necessario specificare, puntualizzare. Denunciare, se occorre. La parola è troppo spesso imbrigliata, le penne spuntate, le cronache monche o pilotate. In un mondo globale, governato dalla preminenza del mercato e della finanza, anche l'informazione troppo spesso è piegata a interessi e logiche diverse da quelle della verità.
«Oggi - continua il sacerdote - è debole e compromessa la stessa consapevolezza di quelli che sono i nostri diritti irrinunciabili, si è affievolita la capacità di sapere e comprendere ciò che ci rende pienamente cittadini. Quando c'è opacità e mancanza di vero pluralismo, l'informazione può facilmente diventare uno schermo dietro al quale vengono tutelati privilegi e anche ingiustizie, e così pure possono prosperare indisturbati i poteri illegali, se non direttamente criminali».
Mauro De Mauro e Giancarlo Siani, Peppino Impastato e Beppe Alfano, Mauro Ristagno e Cosimo Cristina, e poi Ilaria Alpi, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Giuseppe Fava, sono solo alcuni dei giornalisti caduti nella guerra contro le mafie, professionisti onesti e coraggiosi assassinati per aver cercato la verità, cui si aggiungono i tanti “imbavagliati”, costretti al silenzio, demotivati o ridotti all'impotenza. Ma ci sono anche quelli che, nonostante tutto, continuano a lavorare per fare in modo che informazione e libertà siano sempre garantite. Sono quelli che credono che senza informazione non vi sia né libertà né democrazia, e senza libertà e democrazia non ci può essere vera informazione.
Se si analizzano alcuni particolari del nostro paese, vediamo che il lavoro di pochi non basta. Da una apparente e banale osservazione sui motori di ricerca, «l'Italia risulta il paese degli omissis», dice Alessio Magro, autore tra gli altri de Il sangue dei giusti. «Un primato in negativo: le pagine virtuali che contengono il termine “omissis” sono quasi 110mila in spagnolo, circa 90mila in portoghese, 30mila in inglese, meno di un migliaio in francese e tedesco, addirittura 1.280.000 in lingua italiana». Un dato che, anche se non è scientifico da un senso di misura della trasparenza. Si dovrebbe omettere qualcosa per brevità, ma con la garanzia della completezza dell'informazione. Non è esattamente quello che è successo per il caso Calipari, visto che è proprio la vicenda dello 007 italiano - rimasto ucciso in Iraq durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena - a dare un forte contributo nel fare dell'italiano la lingua degli omissis.
Per quanto riguarda le notizie sulla mafia e la macrocriminalità in genere, gli organi di informazione spesso si limitano a dare le notizie sensazionalistiche e a spettacolarizzare i fatti, come è successo per la strage di Duisburg. Le notizie poi vengono contornate da stereotipi e luoghi comuni, senza quasi mai approfondire i retroscena. In questo silenzio mediatico le 'ndrine reggine hanno conquistato il monopolio della cocaina in Europa. Secondo l'Osservatorio, sono 36 miliardi di euro il fatturato annuo: una cifra che lievita fino a 55 miliardi (il 5% del Pil) considerando i capitali reinvestiti in attività legali. Eppure la questione 'ndrangheta non è sentita come una priorità in Italia. Lo dicono i nostri rappresentanti, gli osservatori, i magistrati. Un flusso di denaro ripulito che feconda l'economia, senza alcun allarme.
Dall'Osservatorio critiche alle istituzioni, soprattutto dopo il rapporto sulla criminalità presentato negli scorsi mesi dal ministero dell'Interno, che dipingeva uno scenario di sostanziale rafforzamento delle mafie. Invece l'attenzione si è concentrata sull'emergenza microcriminalità, sostenuta e alimentata da gran parte della stampa e della televisione. Questo atteggiamento, secondo l'Osservatorio, significa colpevolmente trascurare l'argomento mafie. Argomento che più di certe “emergenze mediatiche” necessita di essere al primo posto nell'agenda del governo. Come ha sottolineato anche Francesco Forgione, presidente della Commissione Antimafia, è necessario dire «no alla parificazione tra micro e macro criminalità. Il pacchetto sicurezza del ministero rischia di far dimenticare il problema delle mafie».
Un nuovo impegno civile, insomma, quello di Libera: fatto di progettualità orizzontale, di approfondimento culturale, di qualità dell'intervento e anche di radicamento territoriale. Accanto al lavoro su e nel sistema mediatico nazionale, l'Osservatorio organizzerà infatti iniziative di formazione e qualificazione professionale rivolte agli studenti delle scuole e dei master di giornalismo destinati ai professionisti del settore, in collaborazione con le università, con le associazioni, con le organizzazioni della stampa. Perché anche il diritto a essere informati, a essere liberi e consapevoli, non cade dall'alto o dall'esterno, ma si realizza nei luoghi in cui ciascuno di noi opera e si mette in gioco quotidianamente.
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