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giovedì 27 settembre 2007

Fuoco amico sull'Unione Sarda:
storia falsa, lettori ingannati
dal cronista recidivo e coperto
Niente scuse, tanti responsabili

di Giorgio Melis

Succede nelle migliori e nelle peggiori famiglie giornalistiche. Negli Usa ha colpito persino il New York Times e le grandi stazioni tv: protagonisti in negativo reporter famosi e anchormen di enorme popolarità. Nonostante il culto del rigore e dei controlli incrociati e rigidissimi: come ha mostrato, nella finzione scenica, un gran film con Al Pacino e Russel Crowe su una drammatica inchiesta televisiva, trasmesso qualche giorno fa. Nell'informazione si annida sempre il rischio d'essere vittima del fuoco amico: in questi casi nemicissimo. Può accadere e accade che falsificazioni ben presentate da spregiudicati cialtroni o cialtroncelli incistati nelle redazioni reggano al filtro dei controlli, anche quando i controlli ci sono davvero.

L'Unione Sarda è certo vittima. Vittima di una patacca rifilatale dall'interno ma non caduta all'improvviso e imprevedibilmente dal cielo. Quindi vittima non incolpevole. Con responsabilità colpose, per un trend di spregiudicata, deformata e deformante presentazione di fatti e commenti, che infine incoraggia al peggio i più disinvolti e temerari redattori.

La patacca arriva da un falso scoopista (non è il solo) che ha costruito un ben architettato e plausibile racconto totalmente inventato. Accade e può accadere a tutti - dunque nessuna lezione di professionalità e rigore - di essere ingannati senza poter opporre una difesa preventiva. Non era questo il caso, però. Il giovane collega doveva essere sottoposto a un più penetrante controllo perché aveva ripetuti, seri e specifici precedenti: un recidivo notorio all'interno e fuori dalla redazione. Avrebbe dovuto essere un vigilato speciale. Invece ha di nuovo lanciato la sua lenza e in tanti, troppi (all'Unione e fuori) hanno ingoiato l'esca, l'amo, il filo e il braccio del disinvolto pescatore: andandogli anche a mangiare dalla mano.

Così il falso scoop ha fatto breccia in Sardegna e, per contagio senza la profilassi di un minimo riscontro, nell'informazione nazionale. Commentato da ministri e politici, ha colpito la sensibilità degli italiani: imbrogliando tutti. Un pensionato onestissimo che nel popolare rione di Is Mirrionis a Cagliari ruba pasta e formaggio perché non ha più un euro in tasca ma tanta fame, viene scoperto ma subito perdonato dal buon bottegaio: il quale anzi innesca una solidarietà personale e collettiva, immediata e futura, attorno al poveretto.

Cosa pretendere di più? Un affresco sociale frequente e toccante, già verificato molte volte nella realtà quotidiana. Dunque facilmente proponibile come autentico: caso esemplare di un disagio diffuso. Con in più il tocco deamicisiano del bottegaio buon samaritano che soccorre il ladro per necessità, realizzando un evangelico incontro tra antitetici personaggi emblematici. Il venditore di solito avido e invece generoso e il vecchio povero, che trova comprensione e aiuto: rappresentando la categoria moderna e dolente dei pensionati allo stremo. Il tutto pensato con una ricchezza di particolari, dettagli, toccanti pennellate degne di miglior sorte.

Ma il giorno dopo, il misfatto è scoperto proprio per i riflettori fatti accendere dall'informazione locale e nazionale, alla ricerca di ulterori particolari. Il quadro si è così arrricchito di ulteriori, penose, squallide invenzioni per coprire il malfatto: una sospetta e-mail forse creata ad arte, falsi racconti di personaggi inesistenti per coprire la smarronata più insulsa e cretina: aver messo come illustrazione della bottega cagliaritano di Is Mirrionis la foto di un panificio della remota Valle d'Aosta, con immagini tratte da Internet. Quando si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, la realtà conferma la verità sapienziale dei detti antichi.

Fin qui le colpe del reo. Ma ci sono altre considerazioni da fare, per le ricadute d'immagine e di sostanza che colpiscono non solo L'Unione ma anche un sistema informativo superficiale e avventato, la categoria dei giornalisti senza difese corporative: scaduta e scadente come - non è una giustificazione - tante altre, per una diffusa inosservanza di regole, assenza di controlli stringenti, una spregiudicatezza amorale che ammorba tutta la società. Ma è ben vero che i vizi corporativi dell'informazione hanno - nel bene e nel male - un impatto sui cittadini che esige un più alto e severo metro di giudizio: non per gli inevitabili errori ma per gli inganni (anche subìti) perpetrati contro i lettori.

Aver costruito una vicenda immaginaria ma verosimile e tutto sommato innocua in partenza, è responsabilità completa dell'autore. Con l'aggravante d'aver usato come materiale un'ordinaria storia di miseria sociale: dunque una speculazione anche più cinica e ripugnante. Bisogna anche chiedersi, però, perché il sensazionalismo, l'ansia dello scoop a tutti i costi pure con storie repellenti, l'ansia di apparire per essere, sia un tratto abbastanza comune nel giornalismo d'oggi: specie (ma non solo) in quello più giovane. Non è il tributo alla mitologia del “colpo”, dello scoop. Qui c'entra lo scadimento professionale e morale, la corrività nelle redazioni ad atteggiamenti arroganti, fino alla premeditata e tollerata falsificazione senza sanzioni: per farsi un nome senza curarsi del rischio di attrarre il disonore sul proprio giornale.

Come si è visto, non si cerca più solo il “mostro” da sbattere in prima pagina. Anche l'episodio edificante e luminoso: l'equivalente positivo del mostro, senza remore nell'inventarlo, per avere uno scalpo e una firma in più nel proprio carniere. Non viene dal nulla e da tempi recenti, questa deriva di alcuni - senza affatto generalizzare - ne L'Unione Sarda. È cominciata molti anni fa, nella fase finale e oscura della gestione di Nichi Grauso. Col brutale sicario di carta (e non solo) Antonangelo Liori: al volante negli anni più bui del centenario quotidiano cagliaritano. Quel periodo ha allevato e accettato personaggi omologatisi anche volontariamente, per cupidigia di servilismo e di potere, al direttore “Gambale”: coccolato, rispettato e temuto da politici, imprenditori e amministratori, ancora oggi. Mentre colleghi coraggiosi, non morbidi e servili, venivano calpestati, vilipesi, emarginati e anche licenziati: nonostante durissime lotte e lunghi scioperi alla fine frustranti e frustrati.

L'alleanza greve tra editore, direttore e parte della redazione, in qualche modo soffocò lotte importanti, spesso nel silenzio della politica, talvolta complice della coppia Grauso-Liori. Dopo questi esiti infausti, l'uovo del serpente ha generato piccoli e medi rettili che né la nuova proprietà né le varie direzioni hanno frenato o contrastato. Semmai li hanno incoraggiati e premiati, stimolando il servilismo prezzolato, la disponibilità a farsi sgherri per colpire non solo la correttezza dell'informazione ma soprattutto gli avversari imprenditoriali e politici della proprietà. È una deriva diffusa, che tocca tanti giornalisti e giornali. Per tutti, basta citare Renato Farina, che di nuovo campeggia sulla prima di Libero dello sgradevole Feltri, dopo essere stato sorpreso, condannato e radiato per spionaggio e dossieraggio al soldo del Sismi.

Della brutta, colposa scivolata de L'Unione si parla con disagio e imbarazzo: non solo da parte di chi, come chi scrive, ha lavorato, amato e lottato in quel giornale per un quarto di secolo. Ci sono certo molte attenuanti: ma resta la responsabilità grave di aver continuato ad accettare acriticamente le performances di un giovane redattore (non è certo il solo), che avrebbe dovuto essere sempre tenuto a briglia cortissima e guardato con diffidenza per essersi notoriamente prodotto in gravissime scorrettezze. Una severità dovuta ne avrebbe forse bloccato le ricadute.

Troppa indulgenza non casuale, magari deliberata, infine autolesionistica, ha prodotto invece una coazione a ripetere e una recidiva che colpisce la credibilità complessiva del quotidiano. Benché tornato quasi al monopolio in città, continua a essere riguardato con diffidenza e anche ostilità: per atteggiamenti squilibrati e vere falsificazioni remote e recenti. Quest'ultima è per un verso veniale rispetto a campagne denigratorie vere e proprie. Ma più devastante sul piano dell'immagine, senza poter riversare ogni colpa sul fellone graziato molte altre volte.

Però non è solo L'Unione a uscire malissimo dalla vicenda. Viene fuori a pezzi anche un modo di praticare l'informazione locale e riversarla su quella nzionale. Ci sono stati colleghi che su Repubblica, La Stampa e l'Unità (si è salvato solo il Corriere della sera, fra i grandi quotidiani) hanno addirittura pubblicato “loro” interviste al bottegaio inesistente e persino al pensionato immaginario. Com'è possibile? È il classico sasso che rotola fino a farsi frana. Nessuno controlla niente, l'unica fonte per tutti è il falsificatore di partenza: tracima nelle agenzie, si riversa sulle tv e nei quotidiani, si trasforma in bocca della verità di menzogne cui altri non solo attingono ma aggiungono ulteriori falsi.

È una catena di montaggio infernale, che parte dal nulla e con perversa, irrefrenabile dinamica arriva al “mostro”. L'unica, significativa attenuante, è che stavolta si trattava di una storia positiva, edificante e quindi, oltre il giornale di partenza, poteva starci una minor vigilanza e non ci sono conseguenze su persone vere. La tragedia è che questo modo di lavorare si applica anche ai fatti di sangue, alle grandi e piccole inchieste, alla vita sociale: con vulnus gravissimi alla verità, alle persone e alla deontologia professionale.

Non posso dire cosa sarebbe accaduto se mi fossi trovato nei panni di altri colleghi. Probabilmente avrei sbagliato come loro. O forse avrei cercato subito, non a distanza, riscontri maggiori. Non per diffidenza: semplicemente per avere una cronaca viva, racconto e ritratti diretti dei personaggi, un quadro proprio. Posso solo raccontare che, non avendo una cronaca vasta, avevamo chiesto a Bruno Olivieri una vignetta - che pubblichiamo oggi - per commentare icasticamente il senso della notizia. Abbiamo bloccata tutto a tarda notte, quando si sono diffusi i primi dubbi sulla foto valdostana e sul negozio introvabile. Quasi non credendo a tanto cinismo, ci siamo sorpresi poi nel vedere che il giornale colpito dall'inganno interno avesse scelto di non chiarire immediatamente con i lettori i termini dell'infortunio: denunciandosene anche vittima, ma informandoli subito per un rispetto dovuto.

Viene da pensare che se colleghi di altri giornali e tv, specie nazionali, non avessero voluto coltivare la storia e svilupparla con servizi propri, non ci sarebbe mai stata nessun rettifica: tutto sepolto in viale Terrapieno, con i lettori sicuri di una storia inventata di sana pianta. Gabbati e mai contrinformati dal foglio a sua volta gabbato ma restio alla riparazione. Lettori trattati da merce trascurabile, non da cittadini e lettori consapevoli. In grado di reggere anche la notizia che un giornalista cialtrone può, come accade non infrequentemente e dappertutto, inventarsi una notizia per qualche titolo e firma in più. Il disprezzo verso i lettori è uno degli aspetti più negativi. Una pronta rettifica, con scuse e spiegazioni oneste, avrebbe evitato una doppia onta, che travalica il trascurabile, pluricondonato cialtroncello.

Come in politica, nell'economia e in tutto il resto, quest'Italia amorale raccoglie i frutti di un declino etico che non risparmia nessuno. Ripetiamo, è anche più grave quando investe l'informazione, che da cane da guardia del cittadino verso il potere, si fa cane da salotto e da riporto: fino a diventare una scheggia impazzita che inganna anziché difendere il lettore. Pochi giorni fa, il grande Sandro Viola, scrittore e gentiluomo, su Repubblica ha dedicato un pacato ma durissimo commento alle responsabilità dell'informazione e dei giornalisti per il decadere della politica in un alluvionale gossip sul nulla. Appunto perché dedicano molte pagine e grandi spazi alle polemiche astratte e ripetitive, ai bla-bla infiniti dei politici. I quali continuano a esercitarsi in questa logorrea benché i lettori e telespettatori ne siano nauseati. Se giornali e tv silenziassero questi chiacchieroni insulsi - conclude Viola - smetterebbero di blaterare sciocchezze che non troverebbero ascolto ed eco. Totalmente d'accordo.

S'impone una riflessione severa sull'informazione: da parte dei giornalisti ma anche sulle gravissime responsabilità di editori (e politici) che apprezzano e vogliono soltanto scrivani-maggiordomi e non veri giornalisti «con la schiena dritta», come non si stancava di chiedere Ciampi. Nessuna meraviglia, dunque, che nei giornali si allevino anche felloni. Come questo che dopo aver deliziato i lettori con la ricetta per cucinare il gatto (quest'altra perfomance era è colpa solo sua o della direzione che l'ha ospitata e poi anche difesa?), li imbroglia biecamente: inventandosi una storia di ordinaria miseria usata in modo cinico. Solo per fare cassetta. Ma il pesce, senza il gatto - ormai cucinato - cucinato che possa mangiarselo in tempo, finisce per puzzare. E puzza sempre dalla testa.


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