mercoledì 26 settembre 2007
di Giorgio Melis
Il referendum si mangia le primarie, in un ribaltamento di importanza e di effetti che depotenzia la corsa alla guida del Pd e fa diventare decisiva la consultazione sulla legge statutaria. Perché ormai è chiaro che se le primarie riguardano l'elettorato del centrosinistra (la parte che vorrà recarsi alle urne in questo bailamme), il referendum si è trasformato in un'ordalia generale contro Renato Soru. Alla quale, con gli iniziali promotori (ben 19 consiglieri regionali: Maninchedda, gli ex socialisti, i sardisti e spezzoni vari), si sono aggiunti anche gli stati maggiori dei Ds e Margherita. Ma ora è ufficiale la mobilitazione di Forza Italia, Alleanza nazionale, Udc, Udeur, Uds, Fortza Paris e Psd'az. Insomma dall'estrema destra al centro fino alla sinistra, un unico fascio che mette in gioco soprattutto l'elettorato e i partiti di opposizione. Ovviamente interessati a destabilizzare non solo Soru ma l'intero centrosinistra, che in buona misura - come si è visto alla convention contro il “colpo di Sta(tu)to” - è interessato ad abbattere Soru: senza capire che così segherà anche il tronco sul quale è seduto e precipitare nell'opposizione fra pochi mesi o un anno.
Insomma, una straordinaria furbata malandrina che prepara e forse rende inevitabile il dissolvimento violento, l'implosione della coalizione e la sua successiva, meritata sconfitta elettorale: poco importa, riprenderanno gli inciuci di sempre, i commerci di potere, il traffico istituzionale nell'eterno consociativismo spartitorio. Pur di spazzare via il presidente. Lo scopo dichiarato dei 19 promotori in assenza di ogni spinta popolare. Mai tanto pochi avranno causato così tanti danni a molti se non a tutti: inclusi gli oligarchi e i notabili dei partiti fondatori del Pd che si sono precipitati sotto le bandiere del referendum: in un'ammucchiata indistinta e indecente che comprende di tutto e di peggio.
È fin tropo evidente che gli iperpresidenzialsiti di Alleanza Nazionale, i monarchici di Forza Italia (favorevoli solo a re Silvio, più Formigoni, Galan e altri: solo Soru è tiranno, i governatori azzurri tutti mammolette libertarie anti-decisioniste) e i Riformatori fantoliani si accodano strumentalmente ai promotori e ai loro seguaci partitocratrici. Perché mai dovrebbero lasciarsi sfuggire un'occasione d'oro per unire i loro voti e renderli decisivi assieme a quelli dei masochisti del centrosinistra? Salvo un massiccio astensionismo popolare, il colpo potrebbe o dovrebbe riuscirgli.
Sul clamoroso assist dei finti avversari, il centrodestra in un solo colpo potrebbe liberarsi di Soru e tornare al governo della Regione. Sia che vinca o perda le primarie per il Pd (assolutamente irrilevanti, a questo punto), Renato Soru dovrebbe scampare una settimana dopo al referendum contro alleati ed oppositori. Una missione quasi impossibile. Se non riuscirà, è quasi certo che dovrà o vorrà dimettersi. Dunque voto anticipato, spalancando le urne al ritorno al potere del centrodestra in sinergia col centrosinistra.
Si è innescato un meccanismo infernale quasi impossibile da arrestare. Pili denuncia il «golpe istituzionale e autonomistico» alla Camera. Maninchedda fa altrettanto: applaudito come un novello Cid campeador dai notabili dei partiti sempre in sella anche da 40 anni. Le stesse forze politiche (Pci-Pds-Ds, Dc-Popolari) che l'avevano combattuto ed espulso come un eversore della politica sarda. È chiaro che la nuova, innaturale saldatura vedrà alla testa dei refendari - a parte Andrea Pubusa - Mauro Pili, Maninchedda, gli Artizzu e i Diana, i Fantola e i Vargiu, Giacomo Sanna, Silvestro Ladu e Pietrino Fois: assieme alle spensierata combriccola Ds-Margherita, più le salmerie ex dc, e post-neo socialisti. È giusto, in fondo, allearsi con tutti e accogliere chiunque nella battaglia contro il tiranno. La democrazia sarda è in pericolo, dunque tutti alle armi: compagnia di ventura ma al servizio della libertà contro l'usurpatore che volle farsi re col solo sostegno del popolo-bue.
Benissimo e così sia. Ma qualcosa c'è da obbiettare. Abbiamo visto nel parterre des rois, nella Fiera delle vanità vetuste ma libertarie, decine di nomenklati repubblicani ma in fondo convinti “monarchici”: per se stessi. Senza trono formale, tutti i plauditori sono da una vita sugli scranni di comando della politica e delle istituzioni, pur dicendosi repubblicani e oppositori dell'autoritarismo. E cos'è un dominio totale per decenni se non un'occupazione permanente e abusiva del potere? Non è usurpazione che vuole perpetuarsi, oligarchia a vita come per una sovranità regale anche spesso stracciona? Quello scenario alla Fiera è stato uno shock per chi ha voluto vedere e capire.

Ma per chi non ricorda e per chi non c'era, dagli archivi salta fuori una foto d'epoca, straordinario ritratto di famiglie real-politiche nell'interno del Consiglio regionale. Risale al 1989, appena 18 anni fa: un tempo risibile per chi programma e percorre la sua carriera nella “casta” almeno per due-tre decenni. È un documento formidabile: meglio di qualsiasi pamphlet o dossier acuminato: testimonia che la Sardegna è in mano a una monarchia plurale e abusiva, affermata nei fatti e non nei titoli, da oltre un ventennio: più di quello mussoliniano.
Allora, la fotografia richiede didascalie e cenni biografici, estesi alla parte della casa regnante provvisoriamente assente in quello scatto memorabile: immortala la continuità e il continuismo sempre al potere, in maggioranza e dall'opposizione. Molti volti sono ancora noti, altri si sono offuscati nel tempo. Da sinistra: Antonio Catte (repubblicano) e legatissimo ad Armandino Corona; Emidio Casula, socialista, poi deputato e oggi sottosegretario; Giorgio Oppi, dominus nella Dc, ora nell'Udc, deputato; Nardino Degortes, socialista, malamente trombato come mancato sindaco di Olbia; Battista Zurru, boss doroteo, ras dell'agricoltura e in parte a riposo; Antonello Cabras, socialista poi diessino: allora solo vescovo non ancora cardinale, faccia da ragazzino, baffi neri, capelli meno radi; Mariolino Floris, uomo per tutte le stagioni e tanti partiti, due volte presidente della Regione e una del Consiglio, ancora nel parlamentino regionale.
Proseguendo sempre da sinistra verso destra, ecco Lello Mereu, socialista, allora presidente dell'assemblea; Giorgio Carta, socialdemocratico, ora deputato dell'Unione dopo un cursus di potere formidabile; Giuseppe Desini, anche lui del vecchio Psdi, ora sparito; Domenico Pili, socialista, padre di Mauro, messo a riposo forzato manu judiciaria; Antonio Satta, antico Dc, ora vicecapo di Mastella all'Udeur e deputato; Giovanni Dettori, fratello del grande Paolo, democristiano e uscito di scena. Era assente solo Franco Mulas, brillante ex sindaco di Nuoro, poi consigliere e assessore regionale, da dieci anni manager di Usl-Asl.
Questo gruppo di famiglia era la Giunta regionale del 1989, presieduta da Floris con Cabras assessore alla programmazione, in più Lello Mereu presidente del Consiglio: la foto è scattata nell'aula inaugurata sette anni prima. Perché questa foto è un documento straordinario? Perché raggruppa una parte degli “immortali” (come si chiamano gli accademici di Francia) che erano, sono e saranno in tutto o in parte la casa regnante dell'autonomia se gli riuscirà il vero “golpe” di cacciare Soru tutti insieme. Non da soli, naturalmente.
La Giunta Floris sostituiva quella presieduta (1984-1989) dal grande Mario Melis, con Emanuele Sanna presidente del Consiglio per cinque anni. Gli ex comunisti (Andrea Raggio - uno dei più accesi anti-Soru) era stato eletto al Parlamento europeo dopo essere stato capogruppo del Pci, assessore e presidente del Consiglio. Ma altri suoi compagni entrarono o rientrarono nelle stanze dei bottoni negli anni successivi. Nel 1991, Floris lasciò la presidenza a Cabras assumendo quella del Consiglio, in un minuetto politico allo scambio non del gioco ma delle poltrone che lasciò a terra Lello Mereu. Ma in quell'assemblea di 18 anni fa c'era tutto il gruppo di comando ancora imperante in Consiglio e nella rappresentanza sarda in Parlamento.
Sicuramente ne dimentico parecchi ma bisogna ricordare Emanuele Sanna, ancora assessore nel 1992 e ora deputato dopo aver segato l'amico Pietro Maturandi. Pinuccio Serra, Nino Giagu (Pietrino Soddu era già in Parlamento, come Giovanni Nonne, Gavino Angius e altri), Antonello Soro (mai voluto fare l'assessore), Salvatore Ladu e, in seconda fila, Paolo Fadda. Molti di questi personaggi sono sopravvissuti (molto bene, per la verità) nella successiva legislatura in cui il centro-sinistra (col trattino) fu trascinato alla vittoria dall'allora formidabile macchina del consenso che era Federico Palomba (ora sempre più sconcertante per certe compagnie): vinse contro la marea di Forza Italia del 1994. E continuarono a restare nel tuorlo del potere: molti cambiando casacca e arruolandosi con Berlusconi, Fini e Casini, alcuni (Pasquale Onida, il tristo Pietrino Fois - quattro partiti in cinque anni - e Silvestro Ladu) tradendo il Partito popolare e gli elettori a pochi mesi dal voto: mandando a ramengo il tentativo di formare la Giunta da parte di Gian Mario Selis e consegnandola invece prima al sempiterno Mariolino Floris e poi a Mauro Pili e infine ad Italo Masala, il primo post-fascista a capo dell'Autonomia.
Mancano diversi nomi ma ci sono quasi tutti quelli che erano al palco della Fiera a inveire contro l'autocrate Renato Soru, anche in rappresentanza di Mauro Pili, di An, di Fantola (un altro degli immortali), dell'Udeur di Sergio Marracini (quattro partiti cambiati in pochi anni: come giacche o cravatte), Pietro Pittalis, ex Psdi, poi Forza Italia e ora il meglio delle truppe mastellate regionali. Vanno aggiunti ai brontosauri tra i 70 e gli 80 anni: alcuni (come Felicetto Contu ma non solo) al potere dal 1964 e dunque coevi di Stalin, Truman, Churchill, De Gaulle, Mao e via elencando. Queste sono le dinastie che hanno dominato e ancora vogliono comandare e contano di riuscirci mandando a casa Soru col referendum.
Questi politici possono contestare qualcuno senza un personale, enorme mea culpa? Restare al potere e al comando per trent'anni, non è imporre una monarchia abusiva e arrogante, risibile quando vuole abbattere l'attuale presidente in carica da tre e non da decenni? Con una differenza decisiva. Soru è stato eletto dal popolo, con un'investitura ben più significativa dell'autocrazia dei partiti. E poi. Gli immortali non hanno mai messo e non vogliono mettere limiti alla loro insostenibile permanenza e prevalenza nel tempo. Cabras è sulla scena solo da un quarto di secolo, non tre anni come Soru, e senza investitura diretta dell'elettorato.
La sostanziale differenza è che nella terrificante Statutaria decisiva per abbattere la democrazia (solo in Sardegna: nelle altre regioni non c'è anima che gridi queste sciocchezze) e instaurare la dittatura, proprio Soru ha fatto introdurre la norma che impone il limite di due soli mandati presidenziali. Gli immortali ne hanno collezionato, in Consiglio e in Parlamento, dai quattro a cinque e più. Immacolati e verginali, hanno le carte morali e politiche per opporsi all'autocrate: lo sono da decenni, possono rivendicare per esperienza la cattedra di dittatura nei e dei partiti sulle istituzioni e sull'autonomia. Chi, meglio di loro, può dettare le regola di un corretto ordinamento democratico, di un ricambio e rinnovamento? A foras Soru: trionfino gli immortali.
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