martedì 25 settembre 2007
di Giorgio Melis
La morsa. L'attrezzo che vedete in ogni officina, non usa soltanto tra i meccanici o tra i pochi fabbri rimasti in attività. La politica la impiega immaterialmente con ganasce non meno robuste e devastanti. Come quella che in Sardegna sta cercando di stringere su Renato Soru per stritolarlo in due mosse, quasi coincidenti temporalmente: per un caso o forse premeditatamente accostate. La prima ganascia sono le primarie per la guida del Pd. La seconda è il referendum sulla legge Statutaria che si svolgerà la settimana successiva. In otto giorni, il presidente della Regione potrebbe essere messo al tappeto, delegittimato, pronto ad essere cucinato a fuoco non lento o indotto a rovesciare il tavolo e dare un taglio alla sua esperienza politica.
Nessuna drammatizzazione. La posta è la sua testa e il ritorno a una vera restaurazione, probabile instabilità della Regione, un governo dei partiti che sono a tocchi e senza credibilità. Lacerati come non mai e sull'orlo della dissoluzione al loro interno, contrapposti nei due schieramenti. Uniti solo dalla pulsione a liberarsi dell'uomo nuovo e sempre vissuto come un usurpatore. A ristabilire la loro egemonia consociativa e conflittuale, falsamente antagonistica ma in realtà, come sempre, spartitoria, usa ai commerci istituzionali, di potere e sottogoverno sotto il manto dello scontro di posizioni: un dejà vu rigettato, disprezzato e mai morto.
In mezzo ci sono i sardi: quelli che ancora reggono questa politica cinica e bara, senza riferimenti ideali, con scarsa o nulla moralità, col solo obbiettivo del potere. Quanti sono e saranno coinvolti nei due appuntamenti con le urne? Forse pochi, forse tanti per via della sfida: sulla quale s'è deliberatamente alzato un polverone enorme per coprire la realtà. È davvero difficile, per un normale cittadino, distinguere il bene e il giusto dal male e dall'iniquo: inegualmente spartiti da una parte e dall'altra. Dunque la scelta è rimessa ai molti o pochi sardi che voteranno per le primarie e al referendum e decideranno se tenere in piedi il governatore eccessivo o scegliere il ritorno a su connottu della peggior partitocrazia, al dominio delle nomenklature: sicuramente per una nuova stagione di ingovernabilità distruttiva. Come i cinque anni delle sei Giunte Palomba e quelli successivi delle tre Giunte del centrodestra ancor più rovinose.
Perché se riuscissero ad abbattere Soru, i partiti ricomincerebbero come prima. Anzi, come non hanno mai smesso di fare anche col presidenzialismo nell'interpetazione soriana (ma nessuno dimentichi i Bassolini, i Formigoni, i Galan, i Vendola tutti accusati - a torto e spesso a ragione - di essere autoritari e arroganti: forse sono l'elezione diretta e il ruolo a farli così, come tanti sindaci). È un sistema che non si piega, che non si riforma. Si può solo spezzare e spazzare ma con atti che si ritorcono contro chi cerca di fare piazza pulita e sbaglia molte mosse: fino a ritrovarsi sotto scacco. Ai sardi la decisione se confermare la padella rovente dell'uomo di Sanluri, che non si emenda dai suoi eccessi ed errori, o ricadere nella sicura brace ustoria di partiti che fanno e faranno pena, senza capacità e volontà di autorigenerarsi.
Come si è visto e si vede nel pur generoso disegno di riformare la politica con la creazione di un'aggregazione vasta come il Pd per suscitare un processo analogo a destra. Il tertium non datur, perché l'outsider Filippo Spanu si presenta bene, è certo un salto generazionale e in prospettiva di qualità. Ma non sembra avere chance di successo nell'urto dei due maggiori schieramenti. Peccato, perché si presenta in nome di Rosi Bindi, che è la figura politica e morale migliore (ben più credibile di Veltroni, tanto per essere chiari), il personaggio che meglio incarna la sintesi della cultura solidale e ugualitaria della sinistra tradizionale e cristiana: venendo da quello straordinario giacimento che è stato il cattolicesimo democratico in politica.
Le due ganasce si vanno stringendo su Soru. Se l'è cercata con la sua ostinazione a volersi candidare anche alla guida del Pd. Ha fatto malissimo, non ascolta nessuno, si è cacciato in un impiccio enorme. Sarebbe ingeneroso attribuirgli, oltre le colpe innegabili e gravi, quelle degli altri nella situazione creatasi. Ci sono altre e gravi responsabilità. La sua decisione di candidarsi nasceva dalla volontà di restare il solo al comando ma anche da esigenze difensive. Non vengono mai chiamate in causa da un'informazione più attenta alle grida di Pili e alle versioni di comodo che alla verità dei fatti. Soru non ha voluto ritirarsi anche perché aveva perfettamente capito quel che sarebbe accaduto e che tutti sanno ma nessuno dice.
Era cominciato (già con l'elezione a segretario della Margherita di Paolo Fadda) il conto alla rovescia per impedirgli di andare avanti se non azzoppato e costretto a piegarsi e comunque per sbarragli la strada alla ricandidatura nel 2009. Antonello Cabras avrebbe forse rinunciato ma l'hanno frenato le condizioni, peraltro assolutamente corrette, poste da Soru: basta con le carriere politiche senza fine, a vita, limite ai mandati elettorali. Non lo chiede solo lui: lo vuole la stragrande maggioranza dei cittadini. Ma non potevano accettarle i notabili - parlamentari e consiglieri regionali soprattutto della Margherita e in minor misura dei Ds - ben decisi a realizzare una consunta e delegittimata immortalità nella stanza dei bottoni: refrattari al cambiamento e al ricambio generazionale.
La morsa era già scattata, su Soru e in modo diverso su Cabras, che avendo esaurito il suo spazio nazionale, aveva ed ha bisogno di riciclarsi, sempre ai vertici in Sardegna: per scalare la segreteria del quarto partito del suo cursus ormai in atto da un quarto di secolo.
Era una storia in qualche modo segnata, forse obbligata da questi orrendi riti partitici mirati all'autoperpetuazione di padrini e padroni senza il senso del limite, irriducibili nella loro insaziabile brama di potere, di affari, gratificazioni materiali enormi, privilegi e anche benefits illeciti per sé, le famiglie, i clientes: casta e corte dei miracoli, ereditarietà familiari, cooptazioni sul pubblico come un bene privato. Ora la pallina corre sulla roulette ed è difficile dire se di fermerà per premiare Soru o Cabras.
Il cardinale diessino ha messo in campo tutto l'apparato dei partiti. Molti loro amministratori (alcuni di nuovo conio, stimabili, indotti dalla chiamata alle armi o mossi dal corretto rifiuto alla doppia leadership di Soru), le macchine elettorali anche se fortemente depotenziate di Ds e Margherita, la memoria, i legami, la gratitudine e le disponibilità per favori resi in trent'anni da personaggi che hanno attraversato o ancora sono nei consigli comunali e regionale, negli assessorati, nelle presidenze, il Parlamento. Hanno avuto tutto e di più, mantengono un peso determinante in enti dove hanno assunto o fatto assumere nei decenni migliaia di persone. Una macchina da guerra nient'affatto gioiosa che lotta per sopravvivere, difendere e confermare il suo potere minacciato. Dunque una lotta a coltello, nella quale spenderanno tutti gli uomini e le risorse disponibili.
Una forza d'urto che forse Soru ha sottovalutato e alla quale non può certo opporre un suo sistema di potere, peraltro in essere, ma che in tre anni non può aver sedimentato e accumulato la forza di un blocco imperniato da decenni su pochi personaggi di riferimento. La sola vera speranza di Soru è che, per rigetto del vecchio pure ripugnante, molti cittadini gli confermino - magari turandosi il naso - il favore popolare non legato a tessere, favori e prebende. Qui sta la vera incognita. Le rigidità, gli eccessi, il caso Saatchi & Saatchi che gli ha fatto perdere irreparabilmente la verginità morale, il non aver saputo far crescere una nuova classe dirigente, lo scontento per aver fatto riforme anche dolorose benché necessarie.
Guardate l'aggressione delle discariche selvagge, l'abusivismo edilizio sulle coste: marciano alla grande, sfrontati e irriducibili. Alla faccia della tutela ambientale, della coscienza ecologica, del piano paesaggistico: figurarsi se non ci fosse e se mancasse l'occhiuta vigilanza della Forestale, nel silenzio inerte o complice dei Comuni. Ci sono state delusioni e grandi scontentezze che probabilmente hanno alienato buona parte del consenso nel 2004. Quindi la partita con Cabras e la sua macchina del consenso per protesta e/o clientelare, è apertissima, forse gli è decisamente sfavorevole.
Però oltre il legittimo dissenso e la protesta, qui è in atto una vera, grandissima caccia all'uomo. La controprova, nelle forme e per le partecipazioni, è in questo sgradevolissimo referendum sulla Statutaria. Ripetuto per l'ennesima volta che le norme sul conflitto di interessi sono assolutamente da rivedere (farebbe bene Soru a dire subito che lo farà dopo il refendum, assumendo un impegno solenne) come alcune altre parti controverse, bisogna piantarla di indicarla come l'assalto al palazzo d'inverno di San Pietroburgo nel 1917 o l'incendio del Reichstag a Berlino, preludio alla presa del potere da parte di Hitler: un documentario di Paolo Manichedda, nella convention anti-Soru alla Fiera, con delicata allusione l'ha accostata al trionfo del Fuhrer.
Bisogna parlare chiaro. Il referendum a noi è sembrato, ben prima che fosse formalizzato, una mistificazione formalmente legittima ma creata ad arte da un gruppo di consiglieri regionali che si appellano al popolo che nulla del genere gli ha chiesto. Si è detto e stradetto che è in ballo solo la legge in un referendum pagato dalla comunità e la persona di Soru. Tant'è che nella festa della democrazia (dobbiamo parlarne già al passato, in Sardegna?), giusto per spersonalizzare la faccenda, si è iniziato col simpaticissimo sosia-imitatore di Soru con Massimiliano Medda di LaPola. Appunto per confermare che Soru c'entra nulla.
Della convention, riuscita sul piano dello spettacolo, si è menato gran vanto per la folta presenza. Ma bisogna guardarla in faccia, nelle palle degli occhi. Tutto il parterre des rois, la prima fila al completo sotto il palco e poi in quelle successive, era una straordinaria foto di famiglia in rappresentanza dei politburo anni 70-80-90 della Dc, dei Ds, del Psd'az, delle frattaglie della diaspora post-democristiana (Udc, Uds, Forza Paris;l'Udeur era assente per la sua festa a Badesi da dove sparava più che se fosse stato alla Fiera), che sono in totale sintonia con Forza Italia, Alleanza nazionale e Riformatori nel crucifige contro Soru.
Allora facciamo l'elenco dei dinosauri, un tempo e ancora rispettabilissimi alcuni, altri per niente, prima e adesso. Mariolino Floris quasi abbracciato a Giorgio Oppi, Andrea Raggio con Felicetto Contu, i sardisti gloriosi Giacomo Sanna col redivivo Antonio Delitala, ex segretari sardisti assieme a quello in carica (il folkloristico Efisio Trincas), Raffele Farigu, Emidio Casula col suo ex portaborse Peppino Balia, Emanuele Sanna e Paolo Fadda (e Tore Ladu, era assente o mimetizzato?), Lello Mereu tolto dalla naftalina, il pasdaran sindaco forzista di Castelsardo Cuccureddu, forse l'avvocato della parcella da 70 milioni di euro Gianni Contu, Bebetto Ballero, l'udc Capelli. Regista, con Andrea Pubusa, Paolo Manichedda, espulso dalla politica dal suo ex partito e rimesso in circolo ed eletto nelle liste di Soru.
Fin qui siamo in larga parte nel Jurassik Park. Ma c'è molto, molto peggio. In prima fila il primo e più indietro il secondo, nei pressi di ex popolari e diessini, erano Silvestro Ladu e Pietrino Fois. Mancava solo Pasquale Onida per completare il trio che nel 1999, pochi mesi dopo essere stato eletto nell'ex Dc, passò col Polo dopo Serrenti e consentì alla destra di “rubare” la maggioranza e fare la Giunta contro il partito e lo schieramento che lo aveva portato in Consiglio. In cambio di due assessorati per tre voti, più ruoli vari, enti e dintorni. Nei pressi dei voltagabbana e puttani della politica (definizione di Fini per Mastella, ammessa anche in sentenze di Tribunale), c'erano le loro vittime, i derubati di allora: i Paolo Fadda e altri, che a suo tempo gridarono al furto di voti e al commercio politico, al disonore.
Tutti insieme, appassionatamente, dimentichi di tutto, di morale e coerenza: scurdammoce 'o passato, simme tutti contr'a Soru. E che ci faceva con questa compagnia il moralizzatore e loro vittima Federico Palomba? Basta l'avversione a Soru per cancellare e rimuovere la maggior vergogna della storia autonomistica? Naturalmente erano presenti non solo spiritualmente Sergio Marracini (quattro partiti in cinque anni) e Pietro Pittalis. Poteva mancare Mario Medde, l'onnipresente segretario della Cisl, nei secoli fedele a Mariolino Floris e che al tempo della sua Giunta e di quella successiva di Mauro Pili non aveva niente da ridire? Medde è diventato una sorta di madonna pellegrina che oggi tuona contro Soru all'Udc, domani è in processione all'Udeur, in qualunque sede: poteva mai mancare chez Pubusa-Maninchedda-Balia e inveire contro Soru?
Il buon Pubusa si dice orgoglioso di stare con i sardi dalla schiena dritta (anche tutti quelli appena citati, senza eccezione per Ladu e Fois?) che affollavano la Fiera. Mentre il regista Maninchedda tuonava che la promulgazione della legge: sarebbe «un golpe amministrativo». Riferimento sacrosanto, che lo apparenta anche nel linguaggio a Mauro Pili. Il quale ha appena presentato un'interrogazione alla Camera per sostenere, alla lettera, che Soru e i suoi consulenti stanno attuando «un golpe istituzionale e autonomistico», chiedendo a Prodi di intervenire per evitare il rovesciamento della democrazia sarda.
Mauro Pili avrebbe dovuto essere l'ospite d'onore per aver smascherato i golpisti. Responsabili di aver trovato una norma del 1957 sui quorum, riversata nella legge del 2002 firmata da Pili e approvata dalla sua maggioranza. L'autogolpe del ridicolo di Scarpantinbus, insomma. Ma nessuno dei fini giuristi ha preso le distanze da una simile gravissima nefandezza in Parlamento, in danno della Sardegna: dagli a Soru, va tutto bene, qualunque cosa e chiunque sia contro, è ben accetta o comunque mai ricusabile. E c'è piena sintonia - senza estenderla ancora alla comune assemblea, ma presto la vedremo - con gli iperpresidenzialisti di Fantola, di Alleanza nazionale e di Forza Italia. A caval donato non si guarda in bocca: figurarsi ai voti per abbattere il tiranno. In altri tempi si sarebbe detto uno schieramento nazi-maoista, ora è solo un'ammucchiata indecente.
Non solo perché “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Perché è in atto un ulteriore imbroglio. Non è più la legge in gioco ma solo il quorum che, non raggiunto, consente a molti di costoro di dire che la legge approvata a maggioranza assoluta dal Consiglio deve decadere per il solo fatto che sia stato convocato il referendum e vada alle urne meno di un terzo dei sardi: come accade da dieci anni. Un maestro di codici che avrebbe entusiasmato Piero Calamandrei come Bebetto Ballero, scrive: «a) il quorum è vigente; b) esso però è disposto con una norma che appare costituzionalmente illegittima e che, quindi, potrebbe essere rimessa dalla Corte d'appello al giudizio della Corte Costituzionale; c)in caso di mancato raggiungimento del quorum di validità del referendum che rimanesse vigente, la legge elettorale non può essere promulgata».
Notare le subordinate di primo e secondo grado, i condizionali e i faticati congiuntivi. Per annunciare che Ballero ha avuto l'epifania dell'incostituzionalità della norma sul quorum del 1957, riversata in legge dal suo amico Pili. Come mai dal 2002 simili raffinate menti giuridiche non avevano colto «la svista del Consiglio» e la denunciano solo adesso? Ballero abroga e si sostituisce alla Consulta, decretando motu proprio (come il Papa) l'illegittimità della norma. Non solo: nel caso restasse vigente, impedisce (stavolta al presente: perentorio) la promulgazione della Statutaria.
Come ha notato il prof. Ciarlo ma sanno anche i banchi di Giurisprudenza, una legge in vigore si applica fin quando non è abrogata. Ci vuole la Consulta o il Parlamento. Che bisogno c'è? Abbiamo l'abrogator Ballero, che è molto meglio e più rapido e radicale di Camere e giudici costituzionali. Un inappellabile giudice monocratico, guardiano implacabile della Costituzione. E guai se non gli si obbedisce: sarebbe «un golpe amministrativo», tuona il direttore artistico della convention, Paolo Maninchedda, un tempo detto Maninkid. È tornato Sartana, grazie a Soru: avete chiuso.
Qui si chiude la parte grottesca per andare sul serio. Il fronte antisoriano unisce in un unico fascio sinistra, centro, frattaglie varie e tutta la destra sul referendum, in stretto collegamento con i suoi avversari nelle primarie per il Pd. È un'armata Brancaleone, un'ammucchiata ambigua, col supporto di brontosauri e meno vetusti pterodattili. Vogliono la testa di Soru? Se la prendano, se i sardi gliela vogliono dare. Chissà, forse deciderebbero che Soru è ancora il meno peggio se gli imbelli, dilettanteschi e incapaci collaboratori per l'informazione e l'immagine del sanlurese diffondessero le gigantografie dei notabili del variegato politburo regionale anni 70-80-90 che, in primissima fila, ai posti d'onore (?) affollavano simbolicamente l'imbarazzante parterre della Fiera.
Ci hanno riportato alle immagini consuete della nostra giovinezza, appagati dallo spettacolo della longevità (a cent'anni) anche politica dei nuovi riformatori. Dai settanta in su, con 30-40 di carriera alle spalle, porteranno la Sardegna nella città del sole, nell'ideale democrazia compiuta: sotto il segno dell'utopia disinteressata che ne ha segnato l'indistruttibile spirito di servizio nell'autonomia e nei Parlamenti nazionale ed europeo. Manca solo l'Onu: però c'è ancora tempo per i più tenaci. Non siamo l'isola dei centenari?
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