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giovedì 20 settembre 2007

Pili denuncia: «Un golpe!»
Nel referendum della libertà
arriva il soccorso azzurro
Con Soru i soliti comunisti

di Giorgio Melis

Il referendum sulla legge statutaria vede finalmente in campo, oltre noti giuristi, un neo-costituzionalista d'eccezione: Mauro Pili. Da par suo, non esprime dubbi, riserve, opinioni. Solo certezze perentorie, segnalando con un'interrogazione a Romano Prodi e alla ministra per le Regioni, Linda Lanzillotta, la necessità di un loro intervento per evitare un vulnus alla Costituzione da parte di Renato Soru e un «golpe istituzionale ed autonomistico» che incombe sull'ignara Sardegna.

Il parlamentare forzista si inserisce, come sempre, con effetti speciali in una questione controversa anche tra esperti: con l'autorevolezza da massimo esperto mondiale, inarrivabile dai dilettanti che si sono espressi proprio e solo sul nostro giornale. Invitati a chiarire i punti più dibattuti, hanno proposto tesi diverse: anche opposte. Comunque in punta di dottrina, pensavamo prima del verdetto inappellabile di Mauro-Giustiniano. Sta per dare alle stampe un nuovo codice universale. Dunque può ben emettere sentenze che non i posteri ma gli incolpevoli contemporanei devono leggere. Sbigottiti dalla temerarietà pari solo alla preparazione: da condurlo diritto diritto alla presidenza della Consulta. Mai per lui potrebbe valere l'immortale battuta: «Attenti a quell'uomo: è di un'ignoranza enciclopedica!».

Il dibattito sul referendum è già di per sé infuocato e reso pesante dall'inevitabile, premeditata personalizzazione in un giudizio popolare pro o contro Soru. Ma finché i giuristi se ne occupano sul piano tecnico, il concerto dei pareri resta su un piano assolutamente corretto. Corretta è anche la scelta di campo che compiono politici e/o giornalisti, con le loro convinzioni sul senso e sulle forme della consultazione: senza impancarsi a esperti di diritto.

Così come Rifondazione e i Comunisti italiani, che pare vadano verso una riunificazione, hanno fatto ieri annunciando il loro sì alla promulgazione della legge, pur esprimendo molte riserve di carattere sostanziale. Non c'era da aspettarsi di meglio, da veterocomunismi corrivi verso i golpisti e i dittatori…

Una scelta politica opinabile ma legittima. Come quella della destra, inclusa l'iperpresidenzialista Alleanza nazionale: buoni ultimi perfino i Riformatori ed è il massimo, Fantola incluso. Dopo essersi astenuta nella votazione (legge approvata a maggioranza assoluta) e non aver firmato il referendum, solo adesso annuncia di volerne l'abrogazione: chiesta da 19 consiglieri e non da movimenti o comitati popolari. Una scelta politica ugualmente legittima benché incoerente, contraddittoria e stridente con la radicata linea di An e Forza Italia a favore del presidenzialismo. Una scelta strumentale, per aggiungere i loro voti a quelli dei promotori che in tutto rappresentano assai meno del dieci per cento del voto popolare: nella speranza non di abrogare la legge ma di abbattere Soru.

È politica lecita anche questa, benché puramente distruttiva e molto ambigua. Non pare davvero limpida, anche prima del decisivo avallo di Mauretto, la convergenza politico-referendaria tra spezzoni e individuali mine vaganti del centrosinistra e la destra, che cavalca gli occasionali sodali: sotto l'unica bandiera dell'avversione a Soru. Sono le forme, tutte, che francamente ripugnano in questa sceneggiata: la negazione della trasparenza, della coerenza e della serietà. A spese materiali della comunità, cioè nostre.

Si parla di un costo di almeno cinque milioni di euro per un referendum che presumibilmente non coinvolgerà neanche un terzo dei sardi e sarà pertanto nullo. Tant'è che si disputa su questa soglia fatidica, nella convinzione che alle urne potrebbe andare meno del 33 per cento degli elettori: come in tutti gli ultimi referendum sulle più disparate materie. Ma questa cifra potrebbe allegramente lievitare se venisse accolta la proposta della garrula Maria Grazia Caligaris, a mezzadria tra Sdi e Radicali, che annuncia di voler chiedere domani in Consiglio una delibera per concedere agli emigrati sardi che vogliano rientrare per votare nel referendum, un rimborso di 361 euro per chi risiede nell'Unione Europea e di 761 euro per i sardi extracomunitari.

In effetti privarli della possibilità di partecipare alla consultazione sarebbe un vulnus insostenibile. Colpa della vecchia legge che prevede i rimborsi solo per le elezioni politiche nazionali ed europee e li esclude per referendum fondamentali come quello fissato per il 22 ottobre. Per fortuna la paladina rosa-nel-pugno-di-mosche Caligaris vuole impedire il misfatto democratico e far scattare i rimborsi anche per i sardi che dalla Ue o da ogni parte del mondo vorranno precipitarsi a dire la loro sulla legge Statutaria, trattandosi di “colpo di Sta(tu)to”: contro il quale bisogna chiamare a raccolta gli intrepidi sardi pronti a impugnare le armi.

Se, come auspicabile, la richiesta sarà accolta, basterebbe che tornassero a votare - anche per una breve vacanza autunnale, “politica” e spesata - cinquemila sardi per poter spendere festosamente quasi altri due milioni di euro. La politica costa, figurarsi la democrazia. Attendiamo la buona novella Caligaris.

Mentre invece sarà forse imbarazzante per i promotori del referendum, tra i quali specchiati uomini di legge, il soccorso azzurro prestato da Mauro Pili. Gli uomini delle resistenza al “colpo di Sta(tu)to” (sabato alla Fiera celebreranno la festa - l'ultima? - della democrazia in pericolo, mentre oggi al Banco di Sardegna, alle 17,30, saranno gli ex consiglieri e alcuni giuristi a pronunciarsi sul referendum), proclamano che nelle consultazioni di questo tipo non valgono le diverse appartenenze perché il voto è sempre trasversale. Sarà pure così, benché certi accostamenti innaturali non siano digeribili da tutti. Ma se il soccorso è un macigno di crassa ignoranza e affermazioni vagamente demenziali, provenienti da un deputato ed ex presidente della Regione, i promotori lo accolgano apertamente e solidalmente. Facendogli scudo contro le accuse di beota che gli pioveranno addosso in Parlamento.

Insomma, ci stiamo facendo conoscere anche fuori dell'isola, è bene tutelare i benemeriti. Ormai l'obnubilamento del sensorio per faziosità risparmia ben pochi. Se Pili si fosse limitato a dire: no a questa legge perché l'ha voluta Soru, la disapprovo e voglio abrogarla per poter cacciare Soru, nessuna obiezione. Una posizione politica. Ma quando il pasdaran s'impanca a nipotino sulcitano di Cicerone, vengono giù dalle risate anche le colline minerarie di Iglesias.

Che ha scritto e fatto di tanto comico Mauro-Giustiniano? Ha presentato la sua interrogazione scrivendo quanto segue: «L'aver fissato un quorum per la legge statutaria è incostituzionale ma è ancora più grave che il presidente della Regione tenti di far passare come buono il parere di alcuni consulenti per cui se non fosse raggiunto il quorum referendario del 33 per cento, la legge sarebbe promulgata». Con questa premessa irresistibile, Pili si rivolge imperiosamente a Prodi e Lanzillotta «per segnalare il pericolo di una violazione costituzionale senza precedenti. In Sardegna il presidente della Regione e alcuni consulenti di corte stanno mettendo a punto un vero e proprio golpe istituzionale e autonomistico. Una violazione studiata a tavolino per manipolare lo Statuto sardo e trasformare la Regione Sarda in societa' d'affari per il politico di turno».

Secondo Pili, «le regole del gioco vanno fissate prima ed è gravissimo che i sardi a un mese dalla consultazione non sappiano ancora il valore del loro voto. Se il quorum non dovesse essere raggiunto, la legge dev'essere promulgata si o no? La Statuto sardo - sostiene il signore dei codici - con estrema chiarezza prevede che la legge non può essere promulgata. La norma statutaria è fin troppo chiara: “La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi”».

Quando l'interrogazione avrà risposta, la Sardegna farà la figura dello scemo del paese per essersi data come presidente e ora parlamentare un così gioviale buontempone. Da prendere sul serio, mica per ridere: sta denunciando un golpe, giustamente sulla scia dei promotori che segnalano solo il “colpo di Sta(tu)to”. Pili attribuisce a Soru la responsabilità di una violazione costituzionale per aver fissato un quorum. Gli è sfuggito, distratto dai cactus nuragici di villa Certosa, che il quorum è indicato da una legge che risale al 1957 (giusto mezzo secolo fa), quando né lui né Soru erano ancora nati: e in Consiglio c'era gente informata dei fatti giuridici, non dilettanti allo sbaraglio. E che le relative norme dello Statuto sono state modificate con leggi costituzionale e regionale del 2001 e 2002: quando Mauro Pili era presidente della Regione. Distratto com'è, ha scordato perfino le leggi approvate durante la sua inconsapevole presidenza.

Che dire di più? C'è solo da andare a nascondersi, nella terra che ha prodotto grandi giuristi come Salvatore Satta e magistrati di rilievo nazionale. Ma non basta: il nostro non si nega niente e accusa Soru di tentare di «far passare per buono» il parere di alcuni «consulenti di corte»: secondo i quali senza il quorum la legge dovrebbe essere promulgata. Si dà il caso, tuttavia, che i consulenti - pro e contro - siano stati richiesti pubblicamente del loro parere solo dal nostro giornale. Sono il costituzionalista Pietro Ciarlo, ex preside della facoltà di giurisprudenza di Cagliari e l'avvocato Carlo Dore, mentre l'amministrativista Andrea Pubusa è intervento con tesi opposta, ospitato in tempo reale in contraddittorio con Ciarlo (peraltro i due giuristi sono stati ripresi e citati paro paro da La Nuova Sardegna, che nobilmente ha omesso di aver sfruttato il lavoro altrui senza citare i faticatori al suo posto).

Solo attorno a questi pareri, per quanto si è visto sui giornali, si è estesa la discussione. Quelli che abbiamo pubblicato sul punto cruciale del quorum - compartecipi del golpe di Soru: dovrebbero querelare Pili, a nostro avviso - possono essere inattaccabili o controversi. Solo altri esperti possono stabilirlo: non certo un azzeccagarbugli improvvisato come il Dottor Scarpantibus che non ha consultato nemmeno gli esperti del Cavaliere. Però parla di corte, e su questo punto è davvero competente. Non era forse il paggio di Berlusconi a villa Certosa? Non è stato per anni il docile scudiero di Romano Comincioli, con tutta Forza Italia mastrucata? Agli ordini del paron Comincioli, compagno di banco (mai di merenda) del Cavaliere, spedito dalla Brianza a dare disposizioni ai valletti sardi.

Mai nella storia recente della Sardegna c'è stato un tale servaggio volontario - autocolonizzazione morale, culturale e politica - a un faccendiere poi diventato senatore ma a lungo inseguito da mandati di cattura e ora di nuovo indagato. Quella è stata la corte della vergogna, dell'onta incancellabile in cui Pili è stato protagonista in livrea. Allora si dilettava di geopolitica e nelle dichiarazioni programmatiche citava le Alpi campidanesi e la Padania barbaricina, facendo sganasciare l'Italia. Ora non resta che affidargli la riscrittura delle riforme costituzionali: farà giganteggiare il Calderoli della “porcata” elettorale.

Tuttavia i promotori del referendum non potranno fare a meno di cedergli sabato il posto d'onore nella festa per la democrazia e nella guida alla resistenza. L'allievo-prodigio li ha superati in dottrina e in vigore di denuncia: ha potenziato e valorizzato la loro flebile denuncia del “colpo di Sta(tu)to” in «golpe istituzionale e autonomistico». Merita il ruolo-guida nella battaglia per salvare la democrazia sarda. La sua lectio magistralis travolgerà il Parlamento: si dovrà attribuirgli la laurea honoris causa in tutto lo scibile giuridico: incluso il diritto minerario. Nella forma “ad metalla” che Francesco De Martino, storico straordinario della giurisprudenza romana e segretario del Psi prima di Craxi, gli avrebbe attribuito senza esitazioni.


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