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martedì 18 settembre 2007

Coerenti con il limite ai mandati elettivi
blocchiamo il cumulo di cariche
Soru e Blair, confronto improponibile

di Francesco Pigliaru

Mettere un vincolo al numero di mandati che un politico può accumulare nel tempo è un'idea che merita di essere discussa. È un metodo certamente intuitivo ma anche molto indiretto per favorire il ricambio di classe dirigente. Funziona? Non funziona? Non credo lo sappia nessuno: ci vorrebbero approfondimenti che non si faranno perché, come al solito, non rispettano i tempi della “politica”.

Qualunque sia la vostra opinione, sorge un problema. Chi ha certezze granitiche sui danni prodotti dall'accumulo nel tempo di cariche e mandati, non dovrebbe preoccuparsi anche di fronte alla possibilità che la stessa persona accumuli cariche nello stesso istante di tempo?

Massimo Dadea, uno di quelli che non mostrano preoccupazioni per questo secondo aspetto della questione, dà una spiegazione che altri sembrano condividere. Dice, in sostanza: dov'è il problema? «Tony Blair, in Inghilterra, da leader del partito laburista, è diventato primo ministro» (Nuova Sardegna del 28 agosto).

Giusto. Solo che ora il primo ministro si chiama Gordon Brown. Il dettaglio è importante perché ci ricorda che il passaggio da Blair a Brown (come quello precedente dalla Thatcher a Major) non ha richiesto lo scioglimento del Parlamento.

Mica piccola come differenza. Infatti, quello inglese è un sistema parlamentare, ben distante dal principio che regge il nostro “presidenzialismo regionale”, il simul stabunt simul cadent.

In altre parole, qualcuno potrebbe sostenere quanto segue. Il sistema inglese può permettersi un così alto accumulo di potere in una persona perché la legittimazione di quel potere è nelle mani del Parlamento, che la dà e la può revocare. Il primo ministro trae la sua legittimazione non da un'elezione diretta ma dall'essere (in quanto leader del partito che va al governo) capo parlamentare della maggioranza.

Quando nella maggioranza maturano dubbi sulla sua capacità di realizzare il “manifesto” votato dagli elettori, parte la sfida per la leadership. Se vince lo sfidante, si cambia il leader della maggioranza e di conseguenza il premier, e la legislatura continua per consentire la realizzazione del programma di governo.

Dunque, Blair (o Brown) c'entrano poco con le nostre questioni. Nel sistema delle regioni italiane (non invece nella forma di governo nazionale), il ruolo di grandissimo rilievo affidato al Presidente trae origine dall'elezione diretta e dalla conseguente regola del simul stabunt simul cadent. Con tutta evidenza, intorno a questo ruolo non si è ancora trovato il modo di creare un bilanciamento di poteri soddisfacente.

In questo particolare contesto, citare Blair (o Veltroni) ha poco senso. L'accumulo di cariche dovrebbe invece preoccupare tutti, compreso chi lo propone. Perché tanto potere decisionale nelle mani di una sola persona rappresenta un rischio, un costo che si chiede a noi tutti di pagare.

In certe situazioni, possibilmente eccezionali, rischi di questo tipo si possono correre. Purché non si cerchi di nascondere il problema dietro improbabili confronti, e soprattutto purché, oltre a dichiarare pubblicamente per quanto tempo si vuole sottoporre il sistema a quel rischio, si specifichino con chiarezza i benefici che ne dovrebbero derivare.

Sarebbe già un bel passo avanti. Ammessa l'esistenza del problema da parte di tutti, potremmo concentrare l'attenzione sull'ordine di grandezza del rischio (davvero solo temporaneo? E per il futuro si propone di vietare quel cumulo di cariche o no?) e sui benefici che si spera di ottenere nell'arco di tempo proposto. A quel punto potremmo più serenamente dividerci tra chi pensa che quel rischio valga la pena correrlo, e chi no.

(questo articolo è stato pubblicato su www.insardegna.eu)


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