martedì 18 settembre 2007
di Giorgio Melis
L'onda lunga del ciclone Grillo irrompe alle primarie sarde del Pd: le più stravaganti d'Italia, visto che vede contrapposti - oltre l'outsider Filippo Spanu - il presidente della Giunta e il leader della coalizione di maggioranza, oggi divisa a metà nella competizione, pro e contro. Col fiuto che non gli manca, Renato Soru ha evocato Beppe Grillo per raccontare un fatto personale e chiarire la sua posizione. Una delle figlie ha firmato per il vulcanico showman, cercando di convincere anche il padre a fare altrettanto. Soru ha resisitito ma non è affatto distante, se non nelle punte estreme e demolitorie, dalle invettive del nuovo protagonista della politica-antipolitica d'Italia. Anzi, le ritiene fondate al punto da invitare il Pd a tener conto non solo e non tanto del travolgente successo di Grillo ma della protesta fondatissima che da anni, in forme sempre incalzanti, ha scatenato dal suo blog contro l'immoralità politica.
Come dire, ci sono ragioni che vanno fatte proprie dai partiti se non vogliono essere travolti. E questo Pd, che finora sembra un aborto con troppi padri-padrini-padroni, anche in Sardegna sta dando pessima prova di sé. Non si blocca la febbre rompendo il termometro, contestando Grillo senza potergli dare torto nelle sue accuse. Il suo successo è riflesso in tutti i sondaggi che oggi danno il centrodestra, per quanto sconclusionato quanto gli avversari, dieci punti sopra il centrosinistra. Dove Grillo pesca la maggioranza dei consensi.
L'appeal del Pd è largamente al di sotto, numericamente (per non parlare dell'immagine nell'immaginario collettivo), della somma dei voti riscossi alle ultime politiche da Ds e Margherita. Altroché esorcizzare un comico che non punta più a strappare le grasse risate di sempre. Ha indossato gli abiti del fustigatore con la forza dirompente dell'uomo di spettacolo che trasforma i suoi anatemi in show di successo perché interpreta il comun sentire dei cittadini: esasperati e frustrati.
Non verrà da lui la riforma della politica. Ma senza la sua provocazione, con seguito popolare senza precedenti, i partiti continuerebbero e forse continueranno a impicciarsi dei fatti loro e infischiarsi di quelli nostri. Pensando solo e sempre agli organigrammi piuttosto che ai programmi: buoni per dibattiti senza fine e per libri bianchi, neri e rossi che marciscono nella polvere degli archivi senza che nessuno ne veda l'attuazione.
Beppe Grillo interpreta in forme clamorose ed esasperate la stessa esasperazione di Nanni Moretti quando lanciò da un piccolo palco di piazza Navona il grido che scosse il centrosinistra dopo la disfatta del 2001: «Con questi leaders non vinceremo mai, saremo sempre sconfitti». Tanto aveva ragione che a lungo diventò un'icona vilipesa, un punto di riferimento volgarmente accusato da sinistra e da destra: Eppure ha continuato a fare, e bene, il suo mestiere di regista-attore (“Il caimano”), senza creare partiti, rivendicare candidature, rimanendo un eccellente, serissimo e schivo personaggio che non si era rassegnato al peggio e coltivava con durezza l'indignazione di tanti.
Grillo è un Moretti moltiplicato per Internet. Da prendere con le molle ma che riflette lo stato d'animo degli italiani. Soprattutto degli elettori del centrosinistra, visto che è il nascituro Pd a pagare lo scotto in termini di dissenso anche elettorale: mentre la destra ugualmente a tocchi incassa la fidelizzazione del proprio elettorato, ben oltre quella del 2006. I dieci punti di scarto tra i due schieramenti sono frutto di sondaggi nazionali. Peccato che nessuno ci dica (eppure molti li hanno) quali sono i dati sulla Sardegna. Perché mai l'elettorato isolano dovrebbe pensarla diversamente dal resto degli italiani?
Con tutto il male che il centrosinistra, Soru incluso, si sono fatti e si fanno, un grande sorpasso della destra sembra realistico, benché tutto in discesa da parte della coalizione di governo: anche nella marcia anti-trionfale verso il Pd. Il Polo non ha fatto certo di meglio dall'opposizione del disastro fatto al governo della Regione. Ma può contare sulla rendita di posizione che, pur senza leader e con scarsa credibilità, gli viene quotidianamente garantita dall'autolesionismo degli avversari.
Certo, pesano gli errori e gli eccessi di Soru. Ma non meno lo scatenamento da guerriglia elettorale di queste primarie. E la demonizzazione contestuale del presidente che viene condotta da un ambiguo schieramento sinistra-destra nel referendum sulla Statutaria: oltre le ragioni legittime di dissenso su parti della legge. Si sarebbe dovuto contestarla, anche fuori dal Consiglio, per modificarla nei punti più controversi.
Troppo comodo appellarsi al popolo dopo averla approvata o lasciata passare astenendosi e senza gridare a posteriori al colpo di Sta(tu)to. Con l'obbiettivo evidente e ipocritamente negato di assestare un colpo personale decisivo al presidente. Saldandolo in un unico disegno destabilizzante alle primarie. Nelle quali i referendari risultano oggettivamente alleati, al di là delle ottime intenzioni di molti, con le nomenklature che dicono di voler abbattere e delle quali molti (pensiamo a Ballero, a Raggio, a Balia, Mariolino Floris, Marracini e tanti altri) sono stati parte integrante e alcuni tuttora in grande spolvero nell'occupazione del potere.
Questa è più di una critica: una constatazione dei fatti, non un'opinione. Naturalmente ne può essere data un'interpretazione diversa per i singoli personaggi. Specie per i non pochi animati da spirito libertario ma anche in perfetta regola per il loro passato nel rapporto con il potere. Ma non sono affatto in maggioranza, almeno nel CLS, il comitato di liberazione della Sardegna che si è messo alla testa della battaglia senza alcuna richiesta e investitura dal basso. Quando ci si appella al popolo, bisogna averlo almeno informato, fatto firmare e coinvolto prima. Non sono certo “popolo” i consiglieri che hanno messo tutti davanti al fatto compiuto: e questo rimane, oltre ogni legittima ragione, il vizio insuperabile di una consultazione che più minoritaria e dall'alto non si può.
Tornando alla disfida per il Pd, quanti punti di consenso elettorale a perdere varrà valere il confronto innaturale Soru-Cabras, voluto da entrambi per ragioni opposte? Nessuno è riuscito a convincerli a trarsi entrambi indietro, lasciando spazio a un vero rinnovamento preparato per tempo: non invocato in extremis quando era troppo tardi. Non bastasse, la competizione è subito finita a torte in faccia. Col depresso Giulio Calvisi che accusa gli assessori di mettere in campo il loro potere a favore di Soru e questi, assieme a Massimo Dadea, a replicare indignati. Poiché nessuno produce prove in favore e contro, si può solo prendere atto di un ulteriore ingaglioffimento, comunque, di una partita distruttiva. Il clima di corrida nuoce a tutti ed è grasso che cola sulla destra: per grazia ricevuta. Ora si annuncia un abbassamento dei toni: ma forse i danni sono già fatti e prima o poi il conto sarà presentato dagli elettori.
Nella sua prima uscita ufficiale di questa campagna elettorale, Renato Soru ha evitato perfino di nominare il competitore, tenendo un profilo basso nella non polemica e rilanciando le sue ragioni politiche. Viceversa il folletto Gianluigi Gessa, che non ha mai avuto remore a cantarle alla sinistra («Il migliore alleato del Polo», come proclamò tra le ovazioni nell'assemblea prelettorale del 2004 alla Fiera) come al presidente e al suo braccio destro Fulvio Dettori, non aveva problemi diplomatici da superare. La sua ironia sorridente e insieme arseniacale ha colto nel segno ricordando che Cabras ha un medagliere politico degno di Breznev.
La strepitosa immagine del cardinal-socio-diessino con sulla porpora due chili di medaglie e onorificenze per il servizio in tre-quattro partiti, nel Consiglio e nella Giunta regionali, nei due rami del Parlamento e nel Governo, vale da sola molto più di una polemica acrimoniosa. Perché fulmina icasticamente l'uomo-guida della nomenklatura che lo sostiene alle primarie e in parte anche antici e recenti alleati (anzi, qualcuno ancora e sempre nella manica del suo potere) tra i promotori del referendum.
Per il resto, una buona serata elettorale, con una platea molto giovanile (inclusi più maturi sostenitori della prima ora, ricomparsi dopo una lunga e critica immersione) e una performance del presidente sciolto come non mai. Al punto di far pensare che le sue iniziali, estenuanti pause dell'inizio, fossero o segno di timidezza o quasi una finzione. È stata, in piccolo, una risposta all'altezza della manifestazione pro-Cabras alla Fiera: senza effetti speciali, megaschermi e altro, nella normalità di sette-otto interventi in una sala d'albergo. Lo stesso nel quale, presente appena una trentina di persone, nel 2004 Soru annunciò la sua candidatura alla presidenza che i partiti gli avevano appena negato: disertando l'incontro fissato con lui nella sede di Progetto Sardegna in piazza del Carmine.
Giusto una coincidenza testimoniale: all'incontro si presentò solo Cabras a sostegno di Soru, senza poi presenziare all'auto-nomination dell'allora mister Tiscali. È cambiato tutto. Dall'alleanza tutta sorrisi e pacche sulle spalle del 2004, si è passati alla contrapposizione e alla sfida che metterà uno sul trono e l'altro nella polvere. A rischio dilazionato che ci finiscano entrambi, se i sondaggi nazionali valgono, com'è probabile, anche per la Sardegna. In questo caso non ne resterà neanche uno. Forse per questo, con un po' di maggior convinzione anche familiare, Soru ha giocato anche la carta Grillo. Cabras non l'avrebbe mai fatto: la differenza potrebbe giocargli contro, anche se la partita delle primarie resta apertissima.
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