lunedì 17 settembre 2007
di Francesco Cocco
C'è chi tenta di avvalorare la legge statutaria come uno strumento atto a favorire la crescita democratica ed il progresso economico e sociale della Sardegna. Così il referendum per la sua abrogazione configurerebbe uno scontro tra i nostalgici di una passata stagione istituzionale e gli anticipatori di una fase nuova della nostra autonomia.
Niente di più falso. Certo, nel variegato schieramento del “no” ci sono coloro che rimpiangono un esercizio del potere esercitato a livello ristretto, diciamo pure praticato trasversalmente in una dimensione di “casta”. Ma la ragione del contendere non è tra un esercizio del potere spartito tra gruppi ristretti in contrapposizione al potere di un singolo. Anche perché il potere monocratico non esclude che continuino a prosperare gli oligarchi, anzi i loro privilegi potranno aumentare.
C'è chi all'interno dello schieramento di sinistra argomenta sostenendo che è preferibile concentrare il potere nelle mani di una sola persona piuttosto che affidarlo a gruppi ristretti. Sintetizzo un discorso più articolato, ma che nella sostanza non si discosta da questa sintesi. In realtà non si comprende che sono due facce della stessa medaglia: l'una non esclude l'altra e per molti versi si sostengono a vicenda. Soprattutto va sottolineato che queste posizioni hanno per sbocco la rinuncia alla lotta. È l'abbandono di quel che resta della tradizione del movimento operaio.
Sembrano parole grosse, spropositate rispetto all'esercizio del potere in una Regione autonoma. E tali appaiono perché eravamo abituati a considerare democratico un potere che “nasce dal basso”, dalle articolazioni territoriali della Repubblica. Per cui prevaricatore poteva essere il potere esercitato dallo Stato centrale, mai quello che veniva dal sistema delle autonomie. Oggi assistiamo ad un fenomeno nuovo: il potere di stampo centralistico che nasce dal basso tende ad essere un fenomeno diffuso. E la Sardegna purtroppo non è l'unico terreno sperimentale.
Quindi le ragioni del contendere sulla legge statutaria attengono alla difesa stessa della democrazia, e la democrazia non la si baratta. Solo un esercizio del potere fondato su una reale partecipazione dei cittadini può impedire l'involuzione democratica nella quale sembriamo voler precipitare, con conseguente perdita di qualsiasi possibilità di riscatto per i più deboli.
Una tale posta in gioco impone il superamento di atteggiamenti settari e schematici. Di qui la necessità di una coalizione di forze per sua natura trasversale in cui ciascuna componente entra con finalità diverse, ma che alla fine finiscono oggettivamente per convergere nella salvaguardia delle condizioni elementari di agibilità della nostra democrazia autonomistica.
In fondo è l'insegnamento che ci viene da significative pagine della storia democratica del nostro Paese. In una fase di nette contrapposizioni politiche, Togliatti accettò di accantonare la questione istituzionale e di collaborare con le forze monarchiche per poter liberare il Paese dal dominio nazifascista. Così Enrico Berlinguer, all'indomani del colpo di stato fascista in Cile, teorizzò il “compromesso storico” come strumento di salvaguardia della democrazia in Italia. In entrambi i casi questi due grandi leader del movimento operaio non rinunciavano ai grandi principi ideali, sentivano la necessità storica di farli convivere con le condizioni prime di crescita e salvaguardia della democrazia.
Altra argomentazione che sento echeggiare è che il referendum finirebbe oggettivamente per essere contro la compagine di sinistra attualmente al governo della Regione. Dobbiamo dire con forza che il “no” è contro il degrado innescato da qualche decennio a questa parte e che con la legge statutaria, varata nella vigente legislatura, ha avuto il suo riconoscimento normativo.
L'impudicizia alla quale si è giunti nasce, cioè, da un lungo processo. La vergognosa blindatura dello status giuridico dei consiglieri regionali non poteva essere un fatto improvvisato. Essa è frutto di un processo per tappe, e che oggi vuole zittire una volta per tutte la volontà espressa dai Sardi di porre un freno alla scandalosa remunerazione di certi ruoli istituzionali.
Si pensi a come è stato vanificato il risultato plebiscitario con cui il popolo sardo, nel referendum celebrato quasi dieci anni or sono, decideva di porre un giusto limite alle indennità dei consiglieri regionali. La verità è che si finisce per irridere allo stesso dettato costituzionale creando un nuovo caso (!) in cui non è ammesso il referendum.
Indico un punto più che sufficiente per gettare totale discredito su questa legge statutaria. Ma non è certo l'unico a suscitare l'irritazione delle coscienze ancora animate da spirito pubblico. Si aggiunga la permanenza di situazioni di conflitto d'interessi, l'allargamento dei componenti la classe politica, la creazione di nuovi e pletorici organismi con conseguente gravoso quanto ingiustificato aumento dei costi finanziari. Sono punti che debbono suscitare l'indignazione dei sardi, soprattutto di chi non intende disperdere i valori e la tradizione del movimento operaio.
Ecco perché il nostro deve essere un chiaro NO contro i nuovi baroni dell'autonomia, contro coloro che vogliono s'afferra, afferra per costituire i nuovi “tancati” del loro potere sui sardi.
(questo articolo è stato pubblicato su www.manifestosardo.org)
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