giovedì 13 settembre 2007
Interventi.
di Massimo Dadea
Massimo Dadea, dirigente dei Ds ed assessore agli affari generali della Giunta regionale, è stato al centro di polemiche nel suo stesso partito per aver scelto di sostenere la candidatura di Soru alle primarie del Pd. Per replicare alla critiche ci ha rivolto la richiesta - che volentieri accogliamo - di ripubblicare un articolo uscito sulla Nuova Sardegna del 7 ottobre 2003. Ovvero nella fase più tempestosa della politica regionale, due mesi dopo che Soru aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi come presidente.
La discesa in campo di Renato Soru è un'opportunità. Un'opportunità, forse, per la Sardegna, sicuramente per i partiti del centro sinistra. La disponibilità di Soru a impegnarsi nello schieramento riformista, progressista e autonomista alle elezioni regionali rappresenta di per sé una opportunità: un sasso gettato nel paludato panorama politico e culturale dell'isola. Il dibattito che si è aperto nella società sarda, tra gli intellettuali, tra i partiti e nei partiti, ha pochi precedenti nella storia dell'Autonomia.
In particolare la decisione di Soru ha fatto emergere una questione assai rilevante: la democrazia nel nostro Paese e anche in Sardegna tende sempre più a esprimersi e a organizzarsi al di fuori dei partiti. Si sperimentano forme nuove e inedite di esercizio della cittadinanza politica, nascono movimenti, associazioni, gruppi organizzati. Per decenni i partiti sono stati gli unici strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita politica e istituzionale, autentiche scuole di democrazia, sedi di formazione politica, palestra per la selezione delle classi dirigenti. Tutto questo ha rappresentato un elemento indispensabile di crescita del tessuto democratico, almeno sino a quando il protagonismo senza misura dei partiti non ha assunto un vero e proprio carattere pervasivo che ha finito per invadere i gangli vitali delle istituzioni e della società.
La crisi dei partiti si è manifestata soprattutto nella incapacità di selezionare e di promuovere nuovi gruppi dirigenti. La sempre più diffusa tendenza a rinchiudersi in se stessi ha portato alla progressiva ingessatura delle élites dirigenziali: gruppi chiusi, autoreferenziali, impermeabili al nuovo che si agita nella società, il cui obiettivo ha finito per ridursi al quotidiano prodigarsi per la propria perpetuazione. Questo è anche quanto è avvenuto in Sardegna.
Spesso l'immagine che i cittadini percepiscono è quella di organizzazioni sempre più ripiegate su se stesse, prigioniere di bizantinismi interni incomprensibili, sclerotizzate attorno a “oligarchie” autoreferenziali che si autoalimentano e si autoperpetuano attraverso una contrapposizione artificiosa che finisce per impedire un reale confronto interno e per negare soggettività e dignità politica ai singoli iscritti. Quando tutto questo avviene, vuol dire che a soccombere è il primato della politica. Quando viene meno la dimensione etica della politica vuol dire che a essa si sta sostituendo un pragmatismo senza valori e ideali.
Tutto questo ha finito per innescare un meccanismo perverso: da un lato i militanti più motivati e disinteressati hanno preferito rifuggire l'impegno politico e istituzionale, finendo per delegarlo ai meno disinteressati e spesso ai meno competenti; dall'altro si è spesso utilizzato il rinnovamento come pretesto, come strumento non per promuovere nuovi gruppi dirigenti ma per perpetuare gli esistenti.
Denunciare la degenerazione dei partiti non significa negarne l'insostituibile valore democratico, né abbandonarsi alle tentazioni dell'antipolitica. Vi è allora un aspetto che sarebbe utile che Soru preliminarmente chiarisse ed è legato ad una concezione che è andata affermandosi sul finire degli anni novanta: l'idea che per scendere in politica bisognasse prima delegittimare la politica, professarsi impolitici prestati alla politica.
È proprio dalla sconfitta della politica che traggono alimento l'antipolitica portatrice di interessi particolaristici, i falsi movimenti, i partiti azienda, capaci di raccogliere consensi strizzando l'occhio attraverso l'uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione alla rabbia e alla frustrazione dei cittadini. Il problema allora non è tanto che i partiti “facciano un passo indietro”, bensì quello che gruppi dirigenti sclerotizzati facciano non uno ma due passi indietro, al fine di favorire un auspicabile ricambio.
Ma soprattutto che la politica batta un colpo e faccia finalmente un passo avanti. La politica intesa come capacità di sintesi tra idee e progetti diversi, come strumento di elaborazione di un programma in grado di aggregare non solo le forze del centro sinistra ma anche quella parte della società sarda che stenta a riconoscersi nei partiti e nei movimenti. Tutti quei cittadini che sono fortemente interessati a un progetto capace di modificare un presente di desertificazione produttiva e di spoliazione delle nostre risorse ambientali e nel contempo di progettare un futuro diverso per l'isola.
Ecco allora, la disponibilità di Soru - indipendentemente dalla sua volontà, dalle sue capacità e dall'esito che sortirà - può determinare una concreta discontinuità nel panorama politico sardo. Una sorta di crocevia tra la prima fase dell'Autonomia, quella che abbiamo conosciuto sino a oggi, e una nuova fase più aderente a una società, quella sarda, che sia pure a piccoli passi si affaccia verso la globalizzazione.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari