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martedì 11 settembre 2007

Lo scout Filippo, alla ricerca di un partito
che non ha bisogno di un capo
e coinvolge chiunque abbia buone idee

di Marco Murgia

Si rivolge a chi è stanco di «questa troppa tensione» e a chi ha perso l'entusiasmo a causa di «questo clima da resa dei conti», ma anche a chi cerca un nuovo modo di intendere e di fare la politica. Beppe Grillo dal palco del suo V-Day? No, anche se il pubblico potrebbe essere lo stesso, in parte. Con una differenza fondamentale: il fustigatore genovese vorrebbe distruggere i partiti, se potesse lo farebbe domani. Un partito, invece, Filippo Spanu si candida a guidarlo.

È quel Partito democratico sardo per il quale potrebbero rinunciare a correre Renato Soru e Antonello Cabras. Un outsider nella scalata verso la segreteria con le «idee chiare su cosa deve essere un partito nuovo»: di sicuro «non la mera trasposizione di quelli che erano i vecchi partiti». Che è già un messaggio preciso.

Eccolo, il nome nuovo che in molti auspicavano ma non tutti si aspettavano. Filippo Spanu ha 43 anni, una laurea in Scienze politiche e una grande esperienza lavorativa in Confartigianato, dove ha guidato, recita il suo curriculum, «la rappresentanza delle piccole imprese a livello regionale, nazionale ed europeo». In più «ha guidato per due anni il Gruppo Fondi strutturali dell'Unione Europea delle piccole e medie imprese». Esperto di sviluppo locale e programmazione, lavora attualmente come consulente per il governo Prodi e per il Comune di Quartu Sant'Elena.

Iscritto alla Dc, al Partito Popolare e poi alla Margherita, è stato capo di gabinetto con Francesco Pigliaru assessore alla Programmazione all'inizio della giunta Soru. E, continua la scheda personale, «crede nel progetto dell'Ulivo, del Partito Democratico e nel programma di Sardegna Insieme», tanto che «questa esperienza da capo di gabinetto è uno degli impegni professionali più entusiasmanti da lui vissuti».

Sino a qui i ruoli “politici”. Poi ci sono gli anni passati nell'associazionismo laico: «fondamentali», sottolinea, soprattutto quelli vissuti da scout nella Cngei, prima come iscritto poi come educatore e poi come formatore di educatori, tanto a livello regionale quanto a livello nazionale. E, ancora, l'attività in molte altre associazioni e movimenti culturali e politici.

Tutto riproposto ieri nella serata della sua candidatura ufficiale. Con un annuncio che non ha niente in comune con quello alla fiera del senatore Cabras o con quello a Santa Cristina di Soru: questa è un incontro fra amici, «compagni di strada», li chiama lui in pieno stile scout. Da non sottovalutare, in ogni caso: la candidatura è possibile, chiarisce, «perché sono già state raggiunte le mille firme necessarie, senza contare quelle di stasera». Saranno altre 600 a fine serata, e i conti sono presto fatti.

Un atto dovuto, quasi, davanti a persone che si erano mobilitate con chiacchierate o su diversi siti internet per questa candidatura. Nessun apparato di partito dietro, nessuna grande macchina organizzativa: basti pensare che i tre fogli pinzati disponibili su ogni sedia riportavano la scheda personale di Spanu e due interviste comparse su L'Unione Sarda e La Nuova. Roba degli ultimi due giorni, mica di chissà quanto tempo fa.

La conferma della novità della sua candidatura arriva dagli altri due candidati: Cabras ne aveva già “benedetto” il nome qualche giorno fa; Soru lo ha fatto ieri, poche ore prima della discesa in campo dell'ex scout, dicendo che sì, Spanu potrebbe essere un candidato ideale. Vale il riconoscimento, ma l'accettazione o meno dei due rivali avrebbe in ogni caso cambiato poco o nulla. Perché il programma di Spanu e dei suoi compagni di strada è chiaro: «Siamo qui per costruire il Pd» e per farlo «con gioia e con una testimonianza positiva», perché «la nascita di un nuovo partito dovrebbe essere una festa e invece questo sembra un funerale».

Chi c'è allora dietro Spanu? Lo spiega lui stesso, in camicia a quadretti e senza cravatta davanti a un microfono e una sala, al Caesar's Hotel, quasi piena: «C'è chi crede nella partecipazione, chi ha un po' di fiducia in me, chi crede che la politica debba cambiare in Sardegna e in Italia e chi crede nello spirito e nel progetto del 2004». Che è quello di “Sardegna Insieme”, per intenderci: serve recuperare quello spirito, dice Spanu, «che era positivo anche per chi non votava il centrosinistra».

«Il partito che io vorrei» - e subito la correzione: che noi vorremmo - «è un partito in cui non c'è un capo ma un ruolo per ognuno in cui esprimere la propria libertà. Ognuno deve e può poi cambiare ruolo», secondo la mobilità che si ritrova anche nella società civile. Niente fossilizzazioni, quindi: il partito non deve essere un freno, ma «una cerniera fra la società civile e il governo e un pungolo per quest'ultimo».

Nella tribù di Mandela, è la prima citazione, i re decidevano dopo aver consultato tutta la comunità: non esistevano i partiti, certo, ma le idee discusse arrivavano tutte dai sudditi. «Questo ruolo», spiega Spanu, «dovrebbe essere svolto dai partiti, che dovrebbero trasformare quello che sentono in strada in modo di governare». È quello che Antonio Pigliaru, ecco la seconda citazione, intendeva per democrazia sociale: un lavoro di tutti i giorni, a differenza della democrazia politica, vista come esercizio da compiere ogni cinque anni con il voto.

Il primo obiettivo, quindi, è quello di far riacquistare ai partiti il loro ruolo di bilanciamento, anche e soprattutto nei confronti di chi governa. È il motivo per cui è necessaria «la distinzione fra la guida del partito e la guida del governo: non è una critica personale ma il frutto di un ragionamento politico». Ed è lo stesso motivo per cui «se diventassi segretario non mi candiderei, almeno nei primi due anni, a consigliere regionale». Anche in questo caso il riferimento è all'esperienza di tre anni fa: «Il partito che vorremmo dovrà essere innovatore e ricco di contenuti: era già successo nel 2004, con questo presidente e questa Giunta. Ma poi sono mancate le proposte dei partiti a bilanciare il lavoro del governo».

Certo, le regole dovranno esserci, indispensabili per il rinnovamento: ma dovranno essere «snelle ed efficaci: dovranno cioè garantire gli obiettivi perseguiti, per i quali serviranno sistemi di valutazione e controllo». Se non funzionassero «dovremmo essere in grado di cambiarle». Modificabili, quindi, ma non derogabili: «Toglierebbero certezza a chi partecipa e autorità a chi le genera». Una grande casa, quindi, con le fondamenta solide: che poggino sulla laicità, «e lo dico da cattolico, come valore coinvolgente e non escludente per coloro che portano valori».

Tutto con l'entusiasmo tipico dei nomi nuovi e delle associazioni. Se quello di Spanu sarà un suicidio politico è ancora tutto da vedere. Per ora c'è una ventata di entusiasmo che sembra coinvolgere: sarà merito dello «stile sorriso e rispetto delle idee» che sembra uno slogan pubblicitario e invece e un punto fermo dell'ex scout. Che trasforma il motto del suo gruppo Cngei, «Ask the Boy», in «Ask the people»: da «chiedilo al ragazzo» in «chiedilo alla gente». Funzionava fra i lupetti, funzionerà anche fra i lupi?


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