domenica 9 settembre 2007
di Alessandro Aresu
Il 14 ottobre gli elettori si presenteranno alle urne per dare vita al Partito Democratico. Gli elettori sardi, prima di votare, dovrebbero porsi alcune domande.
Da dove dovrà nascere, questo nuovo partito? Da una soluzione di continuità con i partiti precedenti, una fusione a freddo tra DS e Margherita, o dalla proposta di idee nuove? Dietro queste idee nuove, vogliamo che ci siano volti nuovi, o vogliamo che il gruppo dirigente sia formato soltanto dal gruppo dirigente dei vecchi partiti? Tra questi volti nuovi, vogliamo dare spazio a chi cerca di parlare dei contenuti del nuovo partito? E infine: riteniamo che l'esperienza di Renato Soru come Presidente della Regione abbia qualcosa da dire nel Partito Democratico?
A me pare che Soru sia un volto nuovo. Certo, ha cominciato a fare politica, e a farla sul serio, dato che fare politica in Sardegna dovrebbe voler dire esprimere coi fatti un'idea della nostra isola e non impugnare tessere e reclamare incarichi. Mi pare che Soru non faccia altro che esprimere questa idea della Sardegna, e per questo credo che valga la pena di sostenerlo.
Sostenerlo ovviamente non significa dire sempre sì. Significa discutere sulle sue proposte e sulle modalità del suo contributo al Partito Democratico. A mio avviso, finora la grande pecca di Soru è stata l'incapacità di far crescere una classe dirigente, l'incapacità di trasformare proposte innovative in una forza politica. Credo che il Partito Democratico Sardo possa essere il luogo in cui rimediare questo errore.
Sulle altre candidature, brevemente. Ho cominciato a riflettere sul futuro del Partito Democratico Sardo quando Soru, durante una breve intervista che mi ha concesso per Limes, mi ha chiesto di scrivere un breve contributo per il sito www.perilpartitodemocraticosardo.it. In quel contesto ho scritto che a mio avviso la Sardegna non viveva gli stessi problemi di leadership che affliggono il Paese.
Evidentemente, mi sbagliavo. O meglio: non ho ancora capito se mi sbagliavo o meno. Perché non mi pare che nella candidatura alternativa a Soru vi sia una contestazione della sua leadership (se non forse in qualche speranza di alcune frange della Margherita), né la proposta di contenuti alternativi. Mi pare che l'oggetto del contendere sia piuttosto legato a una vecchia logica dei partiti, logica di cui dovremmo sbarazzarci nel Partito Democratico, se davvero vogliamo interpretare una società nuova e guardare al futuro, contro i “conservatorismi” di cui parla Veltroni.
Questo non deve però portarci a derive messianiche, anche se talvolta questa tentazione viene spontanea. A me viene quasi spontanea, quando sento tutti gli studenti di Milano e di Torino giunti a Cagliari per ragionare sulla miniera di Monteponi con Jacques Herzog protestare perché loro non hanno mai avuto la fortuna di sentire un politico come Renato Soru. E perché non ho nessuna difficoltà a dire che Renato Soru è l'unico politico italiano che mi emoziona.
E le emozioni in politica hanno un peso, e un peso ancor più rilevante quando sono supportate da un programma. Ha ragione chi sostiene che il programma del 2004 sia ancora un ottimo punto di partenza, ed è realistico pensare che Soru debba realizzare il suo programma con tutta la coalizione. Ho l'impressione però che dovremo fare ancora di più, che dovremo dire anche qualcosa di nuovo rispetto al 2004. Per quanto mi riguarda, penso che potremo farlo al meglio con Renato Soru.
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