venerdì 7 settembre 2007
di Andrea Pusceddu
Nessuno potrà dire che a leggere il giornale dei sardi siano quattro gatti.
In primo luogo perchè da sabato scorso tutti i felini del sud Sardegna hanno iniziato a comprare La Nuova, in attesa ovviamente del prossimo numero cartaceo de l'AltraVoce.
In secondo luogo perchè la redazione del giornale con i lettori più sardi del mondo - e capirai che ci vuole - è temporaneamente diventata anche quella con i lettori più infuriati del mondo, e devono essere tanti, visto che hanno inondato caselle di posta e centralini di indignate proteste nei confronti del buontempone che sabato scorso ha deciso di pubblicare la ricetta del gatto alla cacciatora.
(Pare comunque che alcuni lettori dell'hinterland cagliaritano abbiano chiamato dicendo che cuocere il gatto col cognac era una vera e propria barbarie: si deve usare il vino bianco, invece.)
Secondo alcune malelingue, lo scivolone del grande formato grande giornale è dovuto all'eccesso di zelo di un anonimo redattore che, volendo seguire fedelmente la linea editorale, ha deciso di attaccare non solo il presidente Soru ma anche i suoi sostenitori, andando così a prendersela con i soriani.
Ma sono solo supposizioni, visto che la risposta ufficiale è stata affidata alla colta e garbata Daniela Pinna, che ha imperturbabilmente citato Jonathan Swift. L'autore dei viaggi di Gulliver nel 1729 suggeriva ai meno abbienti di nutrirsi dei propri figli per evitare di morire di fame. Naturalmente si trattava di una provocazione, nel senso vero del termine, non in quello attualmente in uso nella politica, dove invece provocazione è sinonimo di cazzata. In questo caso il papà di Lemuel Gulliver voleva sottolineare le condizioni disperate delle classi sociali più povere.
Swift era uno che le cose non le mandava a dire, e fa piacere quindi che un giornale citi ad esempio uno scrittore graffiante e polemico, che nel suo libro più importante non ha avuto paura di ridicolizzare e stigmatizzare i costumi dei ricchi e dei potenti, re e regine comprese.
La risposta è quindi arguta, ma forse lo è un po' troppo. È difficile vedere un intento provocatorio nel pezzo in questione. Se al Terrapieno ci si sorprende del fatto che i lettori animalisti «prendano come un suggerimento gastronomico la ricetta del gatto alla cacciatora in una pagina dedicata al maltrattamento dei felini», noi ai piani bassi ci sorprendiamo dell'esatto opposto, e cioè che in un servizio che tratta del maltrattamento degli animali si tenga a precisare che il gatto va lasciato marinare per una notte intera, altrimenti rimane il sapore un po' selvatico.
È un po' come se un pezzo sull'abbandono dei cani fosse corredato dalla cartina con tutte le piazzole della 131 più adatte a scaricare la bestiola senza essere visti, o - fatte le debite proporzioni - come se a un articolo su una rapina al Banco di Sardegna si aggiungesse il manuale d'uso e manutenzione della ruspa usata come ariete.
Se alcuni lettori minacciano addirittura azioni penali, a noi quell'articolo è parso semplicemente bizzarro e sgraziato, tutto qui. Alcune proteste sono sembrate davvero eccessive e fuori luogo, anche a noi che non mangeremmo mai un gatto od un cane.
Noi sardi non possiamo dimenticare tutto ad un tratto che a Pasqua e Natale ci arrostiamo un maialino ed un agnellino, che alle feste di paese passiamo per lo spiedo le anguille ancora vive, che riteniamo una prelibatezza lo stomaco del capretto con dentro il cagliato della sua prima ed ultima poppata.
Nella nostra cultura - anche se ci sono ancora sacche di resistenza - è ormai tabù mangiare animali domestici, per cui è umano e legittimo indignarsi quando si ha notizia di queste cose. Ma questo non ci autorizza a salire sopra i traballanti pulpiti della protesta furiosa.
Qui in Sardegna apprezziamo moltissimo la carne di cavallo con aglio e prezzemolo, e fare un coniglio in salmì non suscita ritorsioni legali. Eppure, cavalli e conigli sono considerati altrove - ad esempio nella cultura anglosassone - degli animali domestici, e nessuno si sognerebbe mai di utilizzarli a fini alimentari.
Lo stesso Jonathan Swift - irlandese - ha riservato l'unico ruolo positivo del suo feroce capolavoro ai cavalli, diventati simbolo della nobiltà d'animo, dell'onestà e della sincerità, e sicuramente sarebbe impietrito entrando in una delle nostre macellerie.
Per cui, qualunque tipo di carne mangiamo, abbiamo pieno diritto di inorridire di fronte ai gusti degli altri, ma non quello di dimenticare che in fondo anche noi stessi infrangiamo quotidianamente i tabù di qualche altra cultura. Gli indiani non mangiano bovini, noi sì, gli ebrei ed i musulmani hanno ribrezzo per i maiali, e noi no.
Gli unici che avrebbero davvero i titoli per sguainare la spada sarebbero i vegetariani, o meglio quelli tra loro che non mangiano nemmeno il pesce, visto che una spigola non ha meno diritto di vivere rispetto ad un gatto solo perchè non ci fa le fusa quando torniamo a casa.
In tal caso, però, la critica scaturirebbe dall'incitare qualcuno a nutrirsi di carne, indipendentemente dalla provenienza.
Chi i gatti li mangiava prima continuerà a farlo, chi non lo aveva mai fatto dubito che sia stato tentato ad iniziare dall'articolo del maggiore quotidiano sardo.
Quel trafiletto non è una barbarie, non è l'apologia di un reato, non è una istigazione a delinquere. È, semplicemente, di cattivo gusto.
Magari possono provare a marinarlo nel cognac.
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