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martedì 4 settembre 2007

Quel pessimo affare dell'inceneritore
che divora risorse e avvelena l'aria
“Rifiuti Zero”, ovvero l'utopia possibile

di Marco Murgia

Fra il mondo perfetto e l'inferno ecologico c'è un mucchio di pagine piene di dati, grafici e comparazioni che riassumono anni di studi. C'è una distanza che è la discesa verso un girone dantesco: dai numeri più grandi - il risparmio, in termini economici e ambientali, che potrebbe dare una gestione dei rifiuti sostenibile - a quelli più piccoli. Più sono piccoli più sono pericolosi, come le nanoparticelle che finiscono nei nostri polmoni. Quando se ne parla, in Sardegna e soprattutto nell'ultimo periodo, sempre lì si torna: a Ottana e al termovalorizzatore da 20 megawatt che la Regione vorrebbe costruire nella zona industriale.

Il mondo ideal-ambientale è quello presentato da Paul Connett, professore emerito di chimica alla St. Lawrence University di Canton, nello stato di New York. Tutto racchiuso nel nome di un progetto - “Zero Waste 2020” - che è anche il suo slogan: suona come “Zero Rifiuti entro il 2020”. Impossibile? macché, non è un'utopia ma un traguardo ragionevole, secondo il vulcanico studioso americano. Che ripete a Cagliari quanto aveva già spiegato a Ottana venerdì, davanti al presidente della Regione Renato Soru e agli assessori regionali all'Ambiente e alla Sanità, Cicito Morittu e Nerina Dirindin. E cioè il confronto improponibile tra i risultati raggiunti con l'incenerimento dei rifiuti e quelli raggiungibili con la loro gestione sostenibile, basata sul ciclo delle tre “R”: riduzione nella produzione, riuso finché possibile e riciclo. Se funziona per San Francisco o in Nuova Zelanda, perché non può funzionare in Sardegna?

È un confronto basato su una serie di parametri, dal quale i termovalorizzatori - tutti in generale e quello in progetto nel Nuorese nello specifico - escono sconfitti su ogni fronte: dalla tossicità delle emissioni nell'aria («Un inceneritore moderno produce ogni giorno migliaia di miliardi di nanoparticelle: talmente piccole da essere difficili da catturare anche per i filtri più sofisticati, facilmente trasportabili dai venti e capaci di attraversare qualunque tessuto umano, fino al cervello»), alla economicità («Parliamo di interventi costosissimi e vani dal punto di vista dell'efficacia: producono scarti, le ceneri, pericolosi e difficili da smaltire»), alla flessibilità («Investimenti così elevati non lasciano spazio ad altre soluzioni per decenni»).

Bisogna immaginare il tutto spiegato con un intervento scientifico-teatrale: Connett è invitato ovunque per spiegare la strategia “Zero Waste” e propone un copione studiato e sperimentato. Con le pause e le battute giuste («Serve il porta a porta», parlando di raccolta differenziata, «ma non quello di Vespa»), utilissime per far passare la propria idea. Che è basata su concetti lineari e semplici: «Dobbiamo copiare la natura: in natura non si producono rifiuti». Niente si distrugge ma tutto si trasforma e tutto si riutilizza, insomma. E ciò che non può essere riusato né trasformato «non dovrebbe essere nemmeno prodotto dall'industria».

I virtuosi ci sono: quella multinazionale delle fotocopiatrici, ad esempio, che sostituendo i propri prodotti e riciclando i vecchi «combina la mission economica con quella ambientale», recuperando oltre il 95 per cento dei materiali e risparmiando milioni di dollari. O il supermarket in provincia di Firenze che permette ai clienti di ricaricare il bottiglione del detersivo senza la necessità di metterne in giro di altri. E ancora la fabbrica di birra in Canada che da anni utilizza e rimette in commercio le proprie bottiglie, recuperate, lavate e riempite di nuovo. Molte amministrazioni piccole e meno piccole, anche in Italia, si stanno convertendo alla filosofia “Zero Waste”: scoprono in tempi brevi che con una raccolta e una selezione razionali il volume dei rifiuti da mandare in discarica si riduce di molto, rendendo inutili i grandi investimenti e i rischi per la salute legati agli inceneritori.

«Einstein diceva che una persona intelligente risolve un problema, un genio lo evita»: è un altro slogan semplice che funziona. Un altro ancora: «Investiamo nelle persone, non nelle macchine». Connett ha spiegato come i rifiuti possano essere una risorsa fino all'ultimo: a parte l'industria del riciclo, la strategia “Rifiuti Zero” punta molto sulla ricerca diffusa, tanti piccoli centri che studiano sistemi di raccolta sempre più efficienti, cercano nuove soluzioni di riuso e smaltimento, elaborano strategie per educare i cittadini, mostrano alle industrie come risparmiare negli imballaggi o come evitare di utilizzare materiali tossici nella produzione.

Bisogna pensare in modo diverso, e convincere i politici a immaginare un sistema sostenibile. Anche se è difficile, in un mondo tutto improntato al consumismo, basato sul fast food e sull'usa e getta: «Stanno cercando di farvi vedere come buona una idea che è sbagliata. Non dobbiamo chiederci come eliminare i rifiuti, ma piuttosto come non produrli. E come sfruttare fino all'ultimo tutto ciò che non è necessariamente rifiuto. Spero di convincervi di questo». Anche se fra i presenti, nella sala conferenze dell'Assostampa, non c'è nessuno da convincere: l'idea comune, tra chi fa parte del Comitato nuorese e chi del gruppo MeetUp, una delle cellule sarde di Beppe Grillo, è che l'inceneritore non si debba fare, né domani né mai.

Allora tanto vale iniziare la discesa verso l'inferno. La parte di Virgilio, guida nel girone dei piccoli numeri letali, è affidata a Vincenzo Migaleddu, dell'associazione Medici per l'Ambiente. Che spiega come tutti, a iniziare dalla legislazione italiana, parlino solo delle famigerate Pm10: sono le nanoparticelle più comuni, quelle per intenderci prodotte anche dai gas di scarico delle auto per le quali ciclicamente si organizzano i blocchi del traffico. Benissimo: ma non si dovrebbe dimenticare che «quelle che ci minacciano di più sono le Pm2.5, infinitamente più piccole, capaci di superare gli alveoli polmonari e quindi di entrare direttamente in circolo». Per non parlare delle Pm0.1, che per lo stesso principio sono ancora più letali.

Tutto per dire che parlare di emissione a «norma di legge non è lo stesso che dire assenza di rischio» e che «la percezione dello stesso rischio», data l'invisibilità del fenomeno, «deve essere data dalla conoscenza». Allora serve sapere che «un aumento di 10 microgrammi di Pm10 per metro cubo provoca un aumento della mortalità del 14 per cento», mentre «lo stesso aumento per le Pm2.5, neppure prese in considerazione, è causa di un aumento delle neoplasie polmonari pari a una percentuale fra l'8 e il 14 per cento».

Se non bastasse ecco l'esempio specifico, più particolare e quindi più efficace: «Un moderno inceneritore da 200mila tonnellate annue, come quello di Ottana, produce emissioni giornaliere per cinque milioni 40mila metri cubi. Ogni metro cubo di fumi contiene 40 picogrammi di diossine: cioè si producono oltre 200 milioni di picogrammi al giorno». Il picogrammo - avevamo avvisato dei numeri infinitamente piccoli - è uguale a un miliardesimo di milligrammo. Qual è la soglia di tollerabilità per un uomo di 70 chili? «Centoquaranta picogrammi al giorno: a Ottana si produrrebbe la dose per un milione e mezzo di persone ogni giorno».

Tutto senza contare la quantità di rifiuti che servirebbe bruciare per produrre 20 mw di energia: il combustibile sarebbe il residuo secco non riciclabile, che garantisce 3600 chilocalorie. Ma la Sardegna non ne produce abbastanza per far funzionare l'impianto secondo le stime di progetto. Vuol dire che per cercare di arrivare alla quantità di energia prodotta, bisognerebbe portare ad Ottana i rifiuti di tutta l'isola: tutti i rifiuti, non solo quelli non riciclabili.

E che dire del sistema degli incentivi legati al mercato dei certificati verdi? Se l'Unione Europea ci imponesse di eliminarli, chi pagherebbe il costo dell'incenerimento? Indovinate. Purtroppo in Italia «ci sono meccanismi economici che governano problemi socio-ambientali: negli altri paesi si pagano tasse per ogni tonnellata di rifiuti incenerita, qui abbiamo gli incentivi». Del resto, viviamo in un paese che non ha norme adeguate per proteggere davvero la salute del cittadino dalle emissioni nocive: «In Sardegna non esiste controllo pubblico, con l'Arpas neonata e incapace di trovare un proprio ruolo specifico. Quindi abbiamo controllati che si controllano da soli, e spesso prendono soldi pubblici per effettuare i controlli».

Così succede che al Tecnocasic di Machiareddu, dove si è in procinto di aprire il terzo forno, la produzione di diossina scenda a zero da un anno all'altro senza che l'attività dell'impianto si sia fermata: «Nel 2004 risultava, da una sorta di autocertificazione, la produzione di 1,2 grammi l'anno», spiega Migaleddu citando come fonte l'Eper (European Pollutant Emission Register). «Con quel dato qualcosa poteva andare storto, decisamente. Ma l'anno dopo, secondo quanto dichiarato, la diossina prodotta a Machiareddu era uguale a zero». E nessuno si insospettisce.

Continuerà a succedere, ha sottolineato il presidente di Wwf Nuoro, Costatino Daga, sino a quando non ci sarà una inversione di tendenza reale. A iniziare dal mondo della politica: «C'è un divario enorme, fra le istituzioni e la società, nel misurare con valori monetari i valori sociali e quindi quelli ambientali: grande attenzione al Pil, ma totalmente slegato dall'ambiente». E qual è la risposta della politica all'impegno messo in campo dai movimenti locali? Varia dalle accuse di integralismo sino alla banalizzazione del problema: sino a far passare l'idea che «la politica fa le cose giuste ed è il cittadino a non capirle». Anzi: spesso si indica «il cittadino come unico responsabile della produzione dei rifiuti». Può essere. Ma può essere questa l'unica causa del problema?


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