sabato 1º settembre 2007
di Gianluca Scroccu
Osservo da esterno, avendo deciso all'ultimo congresso dei DS di non proseguire nella strada del dissolvimento di questo partito e di aderire a “Sinistra Democratica”, la disfida per la leadership del PDS (che scherzo della storia!).
Certo, lo spettacolo non è edificante e se vogliamo rientra, purtroppo, nelle previsioni di chi era scettico: nessun vero cambiamento nella elezione del leader; poca democrazia nelle scelte della futura classe dirigente, che sarà sostanzialmente quella che già reggeva le sorti di DS e Margherita; straripante campagna mediatica di Veltroni che schiaccia tutti gli altri concorrenti (con quotidiani e telegiornali che diventano cassa di risonanza di ogni sua dichiarazione: ma è democratico un partito dove i concorrenti alla leadership non hanno pari opportunità nell'accesso ai media e quindi di presentarsi ed informare i cittadini sui loro progetti?).
In più avverto anche una strana situazione di deja-vù, pensando che ad un Veltroni segretario del Partito Democratico potrebbe corrispondere un Antonello Cabras segretario del Partito Democratico Sardo (stessa situazione del 2000-2001, le vittorie berlusconiane alle regionali del 2000 e alle politiche del 2001; se fossimo in un altro paese, per quelle dure sconfitte, forse oggi Veltroni farebbe davvero il volontario in Africa, ma siamo in Italia, paese dalla memoria corta).
E dire che Schroeder in Germania e Persson in Svezia, pur avendo perso le elezioni per un'incollatura dopo una straordinaria rimonta, sono scomparsi dalla scena politica della loro nazione; ma stiamo parlando di leader socialdemocratici, e la socialdemocrazia, come abbiamo appreso durante l'ultimo congresso DS, è un ferrovecchio.
Certo, anche il progetto della “Cosa Rossa” non appare per nulla entusiasmante, prigioniero di personalismi e richiami identitari che saranno anche nobili ma che alla fine fungono solo da barriera insormontabile (e a volte, anche se nobili, non impediscono quelle occupazioni del potere già duramente esecrate da Enrico Berlinguer in una famosa intervista ad Eugenio Scalfari).
Basta parlare con un amico o un parente mediamente di sinistra: non se ne può più di vedere le stesse facce. Attenzione: non è che chi ha più anzianità politica deve smetterla di impegnarsi per il bene comune, ci mancherebbe; i consigli degli anziani, specie ai giovani, sono sempre fondamentali. Ma perché non farlo da semplici militanti invece che dalle comode poltrone che si occupano da trent'anni?
Oggi anche la sinistra sarda, chiamatela radicale o riformista, si sta allontanando sempre di più dalla società e non si vede progetto vero di cambiamento. Quello di Soru rischia di affogare nella contrapposizione tra presidenzialismo forte e politica debole dei partiti, nel senso che in questi anni, ad eccezione dei tempi della prima Giunta del presidente, sono mancati uno stimolo e una sana competizione sul terreno programmatico intorno ai temi centrali del programma della coalizione di “Sardegna Insieme” come la cultura, il lavoro, l'ambiente e la riforma dello Statuto. Eppure ci vuole poco per capire che la buona politica vive grazie agli stimoli della cultura e dell'etica, altrimenti si trasforma in fredda amministrazione!
Oggi più che mai, anche nel mondo progressista sardo, ci vuole allora un “rinnovamento necessario”, magari di genere e generazionale, che sappia comunicare il cambiamento e la ricerca di nuovi orizzonti da costruire insieme. Un nuovo discorso pubblico capace di ridare motivazione, sentimenti e senso di appartenenza al popolo sardo, anche tenendo conto delle nuove forme della politica, a partire dalla democrazia partecipativa, peraltro totalmente ignorata, come ha notato puntualmente Andrea Pubusa su questo giornale, all'interno della nuova legge statutaria.
Un nuovo discorso pubblico che sappia porre al centro la necessità dell'informazione plurale e aperta dei cittadini; che dia finalmente peso all'inserimento su un piano totalmente paritario della donna nella società (in famiglia, in lavoro, in politica e nel campo dei diritti sociali); che sappia collocare nella giusta centralità il tema della costruzione di un modello di sviluppo ecocompatibile. Una sinistra sarda rinnovata che metta al centro il lavoro come valore sociale; che sappia coniugare socialismo e libertà contro ogni forma di dominio (a partire da una nuova centralità da assegnare al diritto ad un lavoro di qualità in cui siano tutelati, o meglio ritutelati, i diritti fondamentali dei lavoratori indicati nella nostra Costituzione).
Anche in Sardegna deve essere il cittadino a stare al centro della politica, ed è questa la ragione per la quale le oligarchie trentennali di potere devono ritirarsi definitivamente, e subito, dalla scena principale. Nei partiti di sinistra e progressisti non può non essere centrale il tema dell'accesso libero alle informazioni, così come quello del rispetto oggettivo dei regolamenti interni, che non possono essere interpretati con disinvoltura e piegati alle logiche di conservazione dei professionisti della politica che vogliono dettare dall'alto i temi di discussione e i candidati.
Una nuova politica progressista e autonomista, ispirata al socialismo democratico, che faccia tesoro della storia della Sardegna, di questa terra uscita dal sottosviluppo in pochi decenni e che deve ancora trovare la via giusta per coniugare la propria coscienza di una regione periferica di poco più di un milione e mezzo di abitanti con l'inserimento attivo all'interno delle logiche sovranazionali dell'Unione Europea e dei cambiamenti impostisi a livello globale specie negli ultimi venti anni.
Manca la speranza nel Partito Democratico e non la vediamo, almeno sino ad ora, nemmeno nel progetto della sinistra unita. Perché il desiderio di cambiare veramente non possiamo cercarlo nel colore grigio di chi si accontenta di gestire l'esistente, ma solo nell'arcobaleno delle emozioni e della passioni di chi si sente finalmente protagonista e rappresentato da un progetto comune e condiviso in cui si può fare politica in ogni momento per cambiare davvero, giorno per giorno, il destino della propria comunità e non solo quello di un capocorrente locale e della sua clientela.
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