venerdì 31 agosto 2007
di Michele Fioraso e Giorgio Melis
Due soli candidati, nessuna donna, niente giovani che si contrappongano ai leader: specchio di una società senza coraggio, timida e povera di passioni, «nella quale comanderà chi già comanda, chi è escluso resterà emarginato». Specchio non deformante di una politica che dice di guardare avanti e volere il nuovo ma è volta all'indietro, prigioniera del vecchio nelle logiche e nelle scelte: refrattaria al cambiamento.
È lo scenario deludente nel quale si presenta il Partito democratico sardo, e non solo. Ostaggio del passato che resiste al rinnovamento: benché tutto sia cambiato e richieda voglia e capacità di volare alto, di forzare un passaggio epocale. Invece risponde col passo attardato di chi teme il nuovo e si arrocca nelle certezze sgretolate. Fino all'incapacità di partiti e società di mettere in campo giovani e donne che marchino un rinnovamento vero, la svolta sempre rinviata. Quale sarebbe la novità di un partito nuovo, se nasce con metodi remoti, senza il pluralismo di molti e diversi candidati alla guida?
Il dibattito sul Partito democratico sardo, a poco più di un mese dall'elezione del segretario, non riesce a spostare il suo baricentro dal sorucentrismo e dal primato a tocchi della partitocrazia verso le idee, il programma, il metodo. Pietrino Soddu, ultimo cavallo di razza della Dc e della politica sarda, testa pensante e punto di riferimento dopo decenni da protagonista, è appartato ma ancora lucido, critico e tranchant nella sua analisi del panorama politico.
Vede come tutti l'afflosciarsi della grande speranza di apertura e partecipazione rappresentata dal Pd. Vede il dibattito inchiodato e appiattito solo sulla contrapposizione di pochissime candidature. Vede i partiti occultare la loro inadeguatezza e assenza di generosità e prospettive dietro lo schermo del Soru totalizzante: problema vero e insieme alibi per l'incapacità di elaborazione e selezione di personalità all'altezza della sfida. Vede i partiti per come sono davvero: gregari e subalterni al potere esecutivo e all'amministrazione. Per aver perso slancio ideale, senso del loro fondamentale ruolo democratico nell'età dell'incertezza.
Molti hanno portato contributi critici e propositivi su questa fase cruciale e insieme deprimente. Quello di Pietro Soddu è certo tra i più completi, esaurienti e taglienti fin qui ascoltati o letti. Senza osanna ma neanche anatemi per Soru, in una valutazione realistica del personaggio nel panorama politico e negli altri protagonisti, individuali e collettivi come i partiti. Pietrino Soddu punta il dito soprattutto sulla povertà di scelta che si prospetta per il 14 ottobre: «Non possiamo avere un candidato unico: che razza di gara sarebbe?» Il problema è che «devono essere in tre o quattro e non solo due: ci vorrebbe un ragazzo più giovane dei due in lizza e anche una donna: per avere una rappresentanza più adeguata». Altrimenti gli elettori si ritroveranno davanti a «una competizione limitata, chiusa, con poco pluralismo».
L'assenza di candidati esterni alla cerchia politica «è un segnale di povertà della società sarda», osserva Soddu. Questa ristrettezza di personalità marca un fallimento allarmante della politica sarda, aveva già segnalato Antonello Soro. Soddu rincara la dose: «È drammatico che nessuno si faccia avanti per un partito che vuole essere nuovo e diverso, post-ideologico: un candidato è il presidente della Regione in carica e un altro possibile candidato è stato presidente della Regione e segretario di varie formazioni politiche. Bisogna capire perché la società è così timida: chiunque potrebbe candidarsi, basta raccogliere le firme». Non mancano solo i nomi alternativi, ma anche una base programmatica, lamenta Soddu, che per ora è stata prospettata solo dai due candidati: «C'è quella elettorale di Soru di tre anni fa, e quella di Cabras, che è dei Ds: ma non mi pare che il Pd possa e debba essere solo questo».
Renato Soru «resta una ricchezza perché nonostante tutto sono solo tre anni che fa politica». Per questo Soddu non condivide le obiezioni all'eventuale doppio incarico di Renato Soru: sarebbe al tempo stesso presidente della Regione e segretario regionale del Pd: «Tutto dipende da come eserciterebbe il ruolo. Ma per Veltroni si prevede che faccia il segretario per essere poi candidato a fare il capo del governo: nessuno ha avanzato obiezioni. Nel caso di Soru, c'è il problema che è già capo del governo regionale. Non so in quale misura senta il ruolo di fondatore o di leader di un nuovo partito che ha bisogno di tutto: strutture, regole, contenuti, elaborazione. Non so se abbia il tempo per farlo e se il ruolo di presidente gli consentirebbe di dedicarsi alla costruzione: è tutto da fare, qui si sta solo scegliendo il segretario. Però mi sembra esagerato opporgli una pregiudiziale, di fatto un veto ad personam».
Ma questa è uno delle più dure controindicazioni mosse a Soru: senza che lui abbia dato alcuna risposta. Non c'è una sottovalutazione, quasi una sufficienza arrogante per un compito così gravoso? «Sarà chi va a votare a decidere se lui va bene o no: perché parlarne preliminarmente, come se ci fosse un'incompatibilità o un'ineleggibilità? Nelle democrazie moderne - ribatte Soddu - questa incompatibilità non c'è. È vero che da noi vige la distinzione dei ruoli. Ma in campo nazionale è già successo».
Del resto, nell' imminente nascita di una nuova creatura politica ancora nel grembo dei partiti, «Soru corre e rischia da solo: impone una personalità su cui si può discutere: come anche sul suo temperamento e sulla sua cultura democratica. Non è frutto della selezione dei partiti. Ma non ha altro modo per proporsi». E, osserva Soddu, potrebbe essere «il modo più giusto di farlo per un partito nuovo. Mentre il modo sbagliato è quello di una direzione dei Ds che si riunisce per esprimere un candidato. Se dobbiamo andare a scegliere liberamente un segretario di un partito che non ha apparato, regole, statuto, perché un partito esistente dovrebbe esprimere ufficialmente un candidato?». Sono metodi che gettano una luce vecchia su un'esperienza ai primissimi passi. «Comunque il problema non è la competizione animosa, ma il contrario: una competizione limitata, con poco pluralismo. Io sono per una gara più aperta possibile: se poi Soru perde, probabilmente le conseguenze potrebbero essere più gravi di quelle che lui immagina».
Oltre i personaggi, al centro dell'analisi di Soddu ci sono i partiti, stravolti nella percezione dei cittadini. Non sono solo cambiati, ma hanno perso legittimazione, ora sono «strumentali, quasi al servizio dell'amministrazione e del governo». Per quelli «della mia generazione», riflette l'ex presidente della Regione e vice di Nilde Jotti nella Bicamerale che avrebbe doputo riformare la Costituzione, il partito era qualcosa di più ampio e importante, nella e per la società: «Un organismo che lavorava sì per esprimere classe dirigente ma anche una grande struttura di partecipazione, elaborazione di progetti e opportunità di crescita per le classi emarginate».
Tutto questo nell'idea attuale dei partiti «non c'è. Forse è per questo che non emergono nuovi leader: arrivano formati fuori, secondo il modello dell'uomo già affermato messo a comandare». Spariscono così «la scuola e la competizione dove emergeva una classe dirigente capace di rappresentare quelli che il successo non ce l'hanno». Oggi invece « il Berlusconi uomo di successo mette in lista tutti uomini di successo e la società rimane quella che è, perché continuano a comandare quelli che già comandano».
È il sistema che va cambiato «o si finisce nell'asfissia di una competizione limitata tra chi è già emerso: praticando una politica di esclusione che taglia fuori talenti e passioni. Ai quali vengono negate non solo le mitiche pari opportunità di partenza del sogno americano, parzialmente realizzato in Italia grazie alle grandi forze politiche popolari e alla loro spinta per la giustizia sociale e l'emancipazione guidata dalla bussola dell'uguaglianza. Agli esclusi per nascita, censo e condizione familiare, è addirittura negata ogni opportunità di partenza e in arrivo».
Soprattutto per il riemergere di grandi e insuperabili disuguaglianze e nuove ingiustizie sociali, in politica bisogna contrastare l'anomalia che omologa il partito nuovo a queste logiche da involuzione della specie, «facendone una sorta di proiezione dei vecchi partiti, dimentichi della loro nobiltà e degli obbiettivi del passato. Viene negato a parola ma la conferma è nei fatti. Lo spazio del Pds è ampio e c'è l'esigenza di una formazione che lo occupi per il buon funzionamento delle prospettive politiche e sociali future. Sembrerebbe però che la società non esprima che pochissime figure di riferimento: o perché non c'è il coraggio della competizione o perché, in Sardegna, si ha paura di essere schiacciati da Soru. Manca un'articolata rappresentanza di candidati per un partito così ambizioso. Sarebbe utile un confronto più aperto», conclude Soddu.
Ma la via imboccata è un'altra. Sarà possibile cambiarla in corso d'opera? Tutti la proclamano una strada sbagliata, un vicolo cieco. Ma tutti sembrano ben decisi a percorrerla fino in fondo. Distruggendo sul nascere una grande speranza che rischia di appassire nello spazio di un mattino corrusco.
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