giovedì 30 agosto 2007
di Giorgio Macciotta
Nella discussione sul Partito Democratico in Sardegna si ripercuotono tutti i veleni della più recente vicenda del Governo regionale.
Poco si discute del nuovo partito e molto del suo futuro segretario. Nella discussione aperta su questo giornale sul profilo del miglior segretario io non ho molto da dire, per almeno due ordini di motivi. Ritengo la discussione in Sardegna figlia della scelta sciagurata compiuta a Roma, con l'accordo tra i principali dirigenti dei due “soci fondatori”, che ha ottenuto il risultato di trasformare il disegno, alto, di fondare un nuovo partito in quello, assai meno interessante, di una fusione tra DS e Margherita. In secondo luogo penso che anche in Sardegna sarebbe stato opportuno mettere insieme rinnovamento programmatico e costruzione di un nuovo gruppo dirigente.
Nessuna delle candidature in discussione mi pare risponda alle caratteristiche che ho spesso indicato nel recente dibattito politico, neanche quella, pur indiscutibilmente autorevole e presentabile sponsorizzata dal direttore di questo giornale. Tore Cherchi ha tutti i requisiti che sono stati indicati (come ben sa chi come me lo ha conosciuto quando aveva 17 anni ed ha continuato a seguirlo nel corso di una prestigiosa evoluzione professionale e politica). Anche lui, però, è parte di una generazione che da oltre 25 anni dirige partiti e istituzioni in Sardegna, superando, per longevità politica, quella dei padri fondatori della nostra autonomia (da Crespellani a Efisio Corrias, da Velio Spano a Renzo Laconi a Umberto Cardia).
Si tratta di una generazione che ha accompagnato il tramonto delle vecchie politiche di Rinascita, che, in molti casi, ha contribuito a rendere meno traumatico l'impatto della crisi della strumentazione regionale e nazionale sulla Sardegna (ci sarà pure un motivo se la Sardegna, anche in recenti elaborazioni sociologiche, si presenta come la Regione meridionale con il più alto “senso civico”) ma che, sempre di più, ha mostrato scarsa lungimiranza, rifiuto di preparare la propria sostituzione. Si tratta di un gruppo dirigente che viene ormai percepito come un corpo separato rispetto alla società civile, attento alla propria perpetuazione con misure di gestione del potere che impediscono al nuovo di emergere.
Per citare, di questo gruppo, solo i primi, rilevanti, incarichi politico-istituzionali: Antonello Cabras fu segretario del PSI nel 1984, Tore Cherchi deputato nel 1983 e segretario regionale del PCI nel 1989, Emanuele Sanna assessore regionale alla Sanità nel 1980 e presidente del Consiglio Regionale nel 1984, Antonello Soro, sindaco di Nuoro negli anni '70 e consigliere regionale e deputato (con rilevanti funzioni nazionali) a partire dal 1979.
Avevano tutti loro, all'inizio, poco più di trent'anni (come chi scrive che, in quello stesso periodo, svolgeva, collaborando con Giorgio Napolitano, il ruolo di coordinamento della politica economica dei deputati comunisti). Occorre che una nuova generazione di trentenni prenda il loro posto.
Noi avemmo la fortuna di essere aiutati da un gruppo dirigente lungimirante. Oggi occorre prendere atto che occorre una qualche operazione più traumatica perché scenda in campo una generazione più capace di guardare senza pregiudizi al futuro. Singoli esponenti (e Cherchi è certamente tra questi) possono svolgere ruoli importanti ma è opportuno che la direzione complessiva sia di una nuova generazione.
Sono questi i motivi che mi portarono nel passato a non sostenerne la candidatura alla segreteria regionale e sono questi i motivi, del resto ampiamente condivisi, che favorirono l'aggregarsi di un movimento di rinnovamento intorno ad un “uomo nuovo” come Renato Soru.
Come mi è capitato di scrivere, il maggiore fallimento di quel progetto si è registrato proprio sul terreno della formazione di un nuovo gruppo dirigente e questo ha comportato conseguenze negative anche in alcuni momenti della realizzazione del programma. Proprio per questo fallimento l'esigenza di rinnovamento non è venuta meno.
Se avessi una soluzione non esiterei a proporla ma il tempo dei partiti che lavoravano come soggetti collettivi e che assegnavano, pro tempore e nell'interesse generale, i ruoli dirigenti politici e istituzionali, mi sembra passato da tempo. La cooptazione produce oggi non dirigenti ma “clienti”. Io sono rimasto forse nostalgicamente legato a quelle regole: “le cariche non si cercano ma si ottengono”.
Ma dei nuovi tempi occorre prendere atto. Se la priorità è ancora il rinnovamento, occorre lavorare per favorirlo scegliendo, al momento opportuno, l'opzione più innovativa.
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