mercoledì 29 agosto 2007
di Eugenia Tognotti
Caro direttore,
durante la visita pastorale in un paese, un vescovo rimase molto sorpreso di non essere accolto, com'è consuetudine, dallo squillo festoso delle campane. Alcuni giorni dopo, il parroco ricevette dalla Curia una brusca richiesta di spiegazioni. C'erano 33 motivi, rispose quello, il primo dei quali era che non c'erano le campane!
Sono in disaccordo con la candidatura di Soru per 33 motivi. Mi limiterò però ad esporne uno: il pericolo, grave, della concentrazione nelle (avide) mani del presidentissimo di tutto il potere politico e istituzionale, una prospettiva tanto più allarmante in quanto - occorrerà non dimenticarlo - il futuro Partito democratico sarà un partito federato in cui è cruciale la scelta dei segretari regionali. Che non saranno scelti e nominati dai rispettivi organi dirigenti nazionali (Ds o Margherita), ma eletti e dotati di una investitura democratica che darà loro margini inediti di autonomia e potere anche nei confronti delle rispettive segreterie nazionali.
Non per niente la disfida - a confronto della quale quella storica di Barletta è un gioco da ragazzi- è aperta ovunque con tensioni e scontri, di cui i giornali non ci hanno risparmiato le cronache neppure sotto il solleone. Così il territorio è il terminale delle logiche spartitorie romane, che, a quanto ho letto, avrebbero stabilito 12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl.
In Campania si fa avanti un uomo nuovo come Ciriaco De Mita. Scontri feroci sono in corso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza in Lombardia e in altre regioni, compresa, naturalmente, la nostra, dove la vera sconfitta di quest'opaco e brutto avvio di campagna elettorale - chiamiamola così - è ancora una volta la società civile, tagliata fuori da ogni decisione. Nihil sub sole novi, si potrebbe dire.
Non mi piace nulla di questa prova generale di PD: il modo verticistico con cui si è giunti alla designazione di Veltroni; il gran parlare di regole e non di contenuti; la gara tra i candidati ad acquisire visibilità mediatica con “invenzioni” e slogan elettorali curiosi come quello di Letta che, parafrasando la celebre triade della rivoluzione francese - almeno quanto ad assonanza, se non in ascendenze emotive - ha lanciato “libertà, mobilità, natalità” che siamo curiosi di vedere rivestiti di proposte politiche e programmi concreti.
A sentire i nomi in gioco, l'impressione è che i nomi siano riconducibili alla solita “casta”. Che fare? La rivoluzione sarebbe quella di creare un movimento per imporre e votare un outsider, uno come Tore Cherchi, ad esempio, ma anche come Francesco Pigliaru. Una scelta di rottura, capace di rompere gli schemi e aprire un nuovo scenario. Dio solo sa se non ne abbiamo bisogno.
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