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mercoledì 29 agosto 2007

Gli apparati con potere di veto
nel silenzio su programmi e obiettivi

di Giancarlo Boi

È ormai evidente che gli apparati di Margherita e DS si sono appropriati del processo di costruzione del Partito democratico sardo. Sono gli stessi apparati che nel 2004 avevano subito la candidatura di Soru a presidente della Regione e che, in questi anni, hanno condizionato l'innovazione politica e culturale dell'azione di governo.

La disponibilità manifestata da Soru a candidarsi alla guida del Partito democratico sardo non solo non accentua le difficoltà del centro-sinistra ma introduce un importante e indifferibile elemento di chiarificazione nel sistema politico.

In questi anni è mancata, da parte dei partiti, un'azione di stimolo e di elaborazione, un'azione di massa, politica e culturale, rivolta a sostenere le trasformazioni nell'economia, nelle istituzioni e nella società. L'azione dei partiti di governo si è concentrata sulle nomine negli enti, si è data sponda alla difesa di rendite corporative, agli interessi locali e particolari. Non si è lavorato per un progetto di cambiamento, per affermare una idea di Sardegna profondamente rinnovata.

Nonostante queste difficoltà e il continuo manifestarsi di tensioni, i risultati dell'azione di governo sono sotto gli occhi di tutti.

Un processo profondo di rinnovamento delle istituzioni e dell'autonomia sarda non può avvenire senza il concorso attivo e consapevole dei partiti. Il raccordo fra società e governo passa attraverso l'azione dei partiti. La candidatura di Soru deve essere dunque concepita come una assunzione di responsabilità a costruire questo processo di cui la Sardegna ha bisogno vitale. Una candidatura prestigiosa, di rilievo nazionale ed europeo, che può assicurare alla Sardegna una guida forte e autorevole in ambito nazionale e internazionale.

Alla disponibilità a concorrere al processo di rinnovamento, e ad assumerne la responsabilità in prima persona, si oppone un sostanziale veto politico. Si sollevano questioni di opportunità, di eccessiva concentrazione del potere, di distinzione fra funzioni politiche e funzioni di governo. Chi avanza queste riserve dovrebbe esibire i deliberati che le legittimano e spiegare perché a livello nazionale il leader del partito sarà il capo del governo o dell'opposizione.

Comunque la scelta del candidato per la guida del nuovo partito non può costituire l'unico elemento di discussione e confronto. Altre questioni devono essere affrontate e risolte. I candidati devono presentare il proprio manifesto programmatico, deve essere definita la cornice ideale, culturale e organizzativa all'interno della quale i programmi si elaborano e si attuano.

Che cosa significa partito regionale federato, innanzitutto per la nostra regione; quali sono i poteri rispetto al partito nazionale; quali sono le materie che devono essere riservate al livello nazionale. In quale sede queste questioni vengono discusse e approvate?

Il confronto sulla leadership - per la quale, nessuno lo scordi, l'ultima parola spetta agli elettori - non può eludere questi problemi. Da questo confronto può prendere l'avvio il rinnovamento della classe dirigente, a tutti i livelli, che rimane la priorità della Sardegna per aprire una stagione politica fondata sul principio di responsabilità e partecipazione democratica.

Occorre tenere insieme idealità valori e programmi, e su questi selezionare la nuova classe dirigente. Fuori da questo quadro, il processo di costruzione del nuovo partito sarà egemonizzato dagli apparati, il cambiamento sarà di facciata, la nostra terra perderà una occasione straordinaria di crescita culturale e sociale. Il 14 ottobre si può eleggere il segretario nazionale e l'assemblea costituente, l'elezione dei segretari regionali dovrebbe avvenire contestualmente allo scioglimento dei nodi ancora irrisolti.


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