martedì 28 agosto 2007
di Carlo Dore
La sortita d'agosto di Renato Soru che, nell'assemblea di Santa Cristina, ha lanciato la propria autocandidatura in vista delle primarie di ottobre per la guida del Partito Democratico Sardo, va considerata non solo legittima, ma forse addirittura provvidenziale. Ha consentito che, finalmente, si aprisse un dibattito democratico su un tema di fondamentale importanza che, peraltro, i partiti “fondatori”, nonostante l'approssimarsi della data della competizione, non avevano alcuna intenzione di aprire: ritenevano evidentemente che, ancora una volta, gli elettori dovessero essere posti davanti al fatto compiuto e costretti a votare un candidato individuato dalle nomenclature.
Non curandosi del fatto che, in questo modo, rischiavano di far naufragare, nel disinteresse e nell'assenteismo, quella che avrebbe potuto e dovuto essere una festa del popolo del centro sinistra, chiamato a costruire un “partito nuovo”, totalmente diverso da quelli, ormai logorati ed asfittici, che caratterizzano l'attuale panorama politico italiano.
Come si può, infatti, pensare di costruire un partito nuovo, un partito dei cittadini, con metodi e uomini che appartengono al passato, non solo e non tanto dal punto di vista anagrafico, ma anche e soprattutto sul piano della mentalità e delle idee?
Come mai nessun componente delle segreterie di DS e DL ha pensato di proporre, tanto per fare dei nomi, un Franco Siddi, un Remo Bodei, un Guido Melis, un Francesco Pigliaru, un Davide Carta, una Luisa Sassu, una Francesca Barracciu, una Lilli Pruna, una Grazia Maria De Matteis, una Simonetta Sanna? O di consultare, se non altro per avere qualche suggerimento, chi, nell'ormai lontano 2005, aveva introdotto l'Ulivo in Sardegna?
Per quale ragione, costringere chi avesse piacere di partecipare alla competizione e di dare il proprio contributo di idee, di competenze, di valori morali e di passione politica, a passare attraverso le forche caudine della raccolta di mille firme, impossibile ed umiliante?
E perché stracciarsi le vesti se un presidente della Regione, eletto soprattutto grazie al consenso personale, ha deciso di partecipare alla competizione? Non sono forse espressione della nomenclatura ed esponenti di lungo corso del potere quasi tutti i candidati nazionali, a cominciare da Walter Veltroni, sindaco di Roma capitale, che vanta il doppio degli abitanti della Sardegna, per finire a Rosi Bindi, in politica da oltre vent'anni e ministro in carica, o a Enrico Letta, parlamentare europeo ed esponente di punta dei due governi guidati da Romano Prodi?
Come possono parlare di bulimia di potere da parte di Renato Soru soggetti che hanno preteso di occupare ruoli istituzionali per un quarto di secolo e, al tempo stesso, di ricoprire ruoli di vertice all'interno dei partiti?
La verità è che nel panorama politico italiano nessuno rinunzia a nulla. Salvo rarissime eccezioni, le cariche non vengono perseguite per soddisfare esigenze generali, ma solo per esercitare il potere personale e di clan.
Probabilmente, nell'ottica dei dirigenti dei partiti fondatori, il costituendo Partito Democratico Sardo è stato concepito come un formidabile centro di potere, e il futuro “leader” come colui che avrebbe potuto condizionare il presidente della Regione. Il quale, avvertito il pericolo, è corso ai ripari giocando in contropiede, con una mossa, lo si ripete, non solo del tutto legittima, ma giustificata dall'esigenza di portare avanti il programma e di evitare che il percorso riformatore intrapreso tre anni or sono potesse essere interrotto dai condizionamenti della nomenclatura del nuovo partito che, nell'ottica delle solite vecchie volpi, avrebbe dovuto esser frutto della ben nota operazione gattopardesca consistente nel far finta di voler cambiare tutto perché tutto resti come prima.
Detto questo, e per concludere, c'è da chiedersi se l'eventuale nomina di Renato Soru al vertice del Partito Democratico non determinerebbe, come molti ritengono, una concentrazione eccessiva di potere in capo alla stessa persona. Il rischio, in teoria, sussiste. Ma, oltre al presidente, che deve sentire il dovere di dar prova di moderazione, sono le forze politiche che, anziché fare la guerra a Soru, come avvenne prima delle elezioni del 2004, dovrebbero dialogare con lui e impegnarsi a dotare il costituendo partito degli opportuni contrappesi, in modo che questo sia democratico non solo di nome ma anche di fatto, nel rispetto del principio di cui all'art. 49 della Costituzione.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari