venerdì 3 agosto 2007
di Francesca Madrigali
Nel telegiornale di una giornata estiva qualunque che ha visto il tramonto della sicurezza sul lavoro con l'ennesima vittima, un ragazzo sardo schiacciato in fabbrica da un enorme filtro che stava pulendo, alcune frasi colpiscono: il contratto era a tempo determinato; il ragazzo voleva dimostrare di meritarlo; i sindacati affermano che spesso i giovani neo assunti tendono a strafare per dimostrare di fare meglio degli altri, in una sorta di competizione in cui c'è sempre qualcuno che perde. Talvolta anche la vita, purtroppo.
La prima affermazione è senz'altro vera; la seconda, di questi tempi, ha un paradossale effetto consolatorio; la terza contiene, a prescindere dal caso specifico, una verità che preoccupa e amareggia.
Come scrive Maria Letizia Pruna, «gli infortuni sul lavoro continuano ad essere considerati il prezzo inevitabile di questo sviluppo», di cui fanno innegabilmente parte non solo l'innovazione tecnologica, i ritmi di produzione, gli incentivi che stimolano la produttività anche a discapito della sicurezza, ma anche la regolamentazione contrattuale.
Vogliamo chiamarlo il “lato psicologico” della nuova corsa all'oro, cioè al lavoro stabile o almeno ad un impiego che, per quanto flessibile e precario, contiene in sè la promessa di una stabilizzazione? La flessibilità irresponsabile e spregiudicata ha prodotto anche una generazione snervata, che si accosta al possibile impiego con tante disillusioni e un bagaglio di sogni infranti, sapendo già - e tuttavia non potendo sottrarvisi - che alla iniziale e giusta gavetta (lavorativa, contrattuale ecc.) seguirà non una crescita umana e professionale, anche in termini di stabilità economica (e quindi di possibilità di progettare il futuro), ma semplicemente un'altra gavetta.
Forse diversa, chè il destino del giovane italiano è anche quella di cambiare lavoro moltissime volte, ogni volta ripartendo quasi da capo in base alla diversa offerta che il mercato del precariato gli offre, ogni volta polverizzando il proprio curriculum. Ma sempre una gavetta precaria.
La speranza, i legittimi sogni di realizzazione per sé e per gli altri, il futuro che si era immaginato si sgretolano, soprattutto per i thirty-something, i trentenni-e-qualcosa, i quali si rendono conto che in molti casi è troppo tardi per collocarsi o ri-collocarsi: il mercato, e questo sviluppo, non perdonano.
Ma Simone Medas, 29 anni, voleva “meritarsi” il lavoro, e dimostrarlo in quei tre mesi di contratto precario. Esattamente a fianco dei modelli negativi dei furbetti mediatici, del paparazzo che lancia mutande dalla finestra degli arresti domiciliari, del politicante che sale ai disonori della cronaca per le serate goderecce, ecco che esiste tutta una generazione di giovani che pensano e credono che il lavoro vada “meritato”. Cioè che vengano riconosciuti e premiati l'impegno, la dedizione, lo studio, la responsabilità, la volontà e insomma tutte le componenti dell'etica vera del lavoro.
Questo da una parte ci rassicura, dall'altra ci amareggia, per il carico di ansie e aspettative che immaginiamo avere accompagnato la ricerca e l'ottenimento di quel lavoro, e di un qualsiasi lavoro, perlomeno in Italia in questo momento storico.
La flessibilità “cattiva”, quella che ha prodotto il precariato, certamente non è l'unica colpevole delle cosiddette “morti bianche”, anche perché questo spersonalizzerebbe e polverizzerebbe le responsabilità concrete dell'accaduto, che invece vanno indagate caso per caso, perché ogni storia è diversa e prima di tutto umana. Così come è umano il desiderio di “fare bene”, di “fare di più”, soprattutto se la posta in palio è una stabilizzazione lavorativa.
Ma è bene considerare che se queste tragedie sono la risultante di varie condizioni il precariato è certamente una di quelle, con il suo carico di aspettative deluse, meccanismi di guerra tra poveri, rassegnato ripiegamento su se stessi, con la sensazione che se la possibilità di un futuro c'è mai stata, è ormai dietro le spalle.
Alla precarietà di lavoro e di vita è collegato anche il collasso demografico al quale andiamo incontro, ignorato da tutti e ancor più colpevolmente da chi straparla di sostegno alla famiglia. Sono i segnali gravi di un sistema che priva le generazioni più giovani (nell'accezione assai ampia che il termine assume in Italia, dunque almeno fino ai 35 anni e oltre) dei progetti e dei sogni. Che talvolta non consistono nel voler diventare un paparazzo o una velina, un furbetto del quartierino o, visto che siamo pur sempre in Sardegna, del finanziamentino, ma semplicemente e talvolta tragicamente nel voler ottenere, meritare e possibilmente mantenere un lavoro.
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