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mercoledì 25 luglio 2007

Atlantis, E-Polis: è la Sardegna, bellezza
Morte del lavoro e dell'informazione
nell'indifferenza di chi sapeva e parla d'altro

di Francesca Madrigali

La crisi di E-Polis e il disastro di Atlantis mi sembrano due casi emblematici della Sardinian way of life. La storia di un giornale nuovo, che parte benissimo con idee innovative, una buona qualità, prospettive diverse sulla cronaca e sulla cultura, e che nel silenzio entra in crisi e infine affonda, è tipico di questa nostra Sardegna, in cui per necessità o per indifferenza tutti sono troppo occupati a pensare e a parlare d´altro. I “tutti” in questione sono ovviamente gli altri media, le istituzioni, perfino i lettori abbandonati senza spiegazioni, che però, va detto, hanno sempre ragione e dunque è comprensibile che dimentichino in fretta un prodotto editoriale che forse li ha un po´ delusi con le quotidiane imprecisioni, la grammatica approssimativa, le frasi senza senso prodotte da improvvidi tagli agli articoli, una certa superficialità dovuta ai rigidi limiti delle 2500 battute.

Però il silenzio è davvero “cinico”, come ha scritto Giorgio Melis, considerato che si tratta non solo di una alternativa decente al duopolio cartaceo esistente (e sarebbe dunque nell´interesse di tutti che continuasse ad esistere), ma soprattutto della sorte di quei 200 dipendenti del gruppo (ai quali non appartengo, non avendo mai oltrepassato la fatale condizione di “collaboratore esterno” pagato 18 euro lordi a pezzo per le Culture) che meritano tutta la solidarietà umana e professionale possibile, e meritano che almeno si parli di loro, del progetto che hanno vissuto.

Anche la vicenda Atlantis, a proposito della quale ho letto i pezzi dell´anonimo Censor, è tipica. Parafrasando una celebre battuta, potremmo dire che “è la Sardegna, bellezza”: oltre alle diatribe sulla limba comuna, le strade-killer, la Costa Smeralda e i tentativi maldestri di esportarne le cafonate anche al sud, oltre le colonne di auto in fila, la nostra isola è anche il fatto che si parli solo da qualche settimana di quello che pare essere sempre stato un segreto di Pulcinella. Prima, qualche ritaglio occasionale sulla nostra stampa. Ora, salta fuori che tutti sapevano della lottizzazione para-politica di posti di lavoro nell'azienda, del castello di sabbia delle attività, perfino delle abitudini vacanziere degli imprenditori globetrotter.

Si sapeva praticamente tutto, ma non dei dipendenti che ogni mattina per anni non solo si sono recati al lavoro, ma hanno lavorato per foraggiare le sorti di Atlantis, la città dell'innovazione, una azienda che si inabissa non pagando gli stipendi da dicembre.

Certo, il mio commento va preso con le pinze in quanto vivo un conflitto di interessi personale, ma la riflessione, io credo, è condivisibile. In un'altra città, in un'altra regione, forse i dipendenti (fra i quali corsisti, neo assunti, neo cassintegrati, in mobilità volontaria, co.pro. e chi più ne ha più ne metta) si sarebbero incatenati ai cancelli, messo su almeno qualche striscione, bypassato i sindacati e fatto sentire la loro voce, se non altro per vendere cara la pelle.

In un'altra città, in un altro tempo ormai mi viene da pensare, i media avrebbero avuto interesse a raccontare la notizia, a seguire la vicenda, a non lasciare altre persone sole in un cinico silenzio. A Cagliari, nell'anno 2007 della morte del lavoro e dell'informazione, no.


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