domenica 22 luglio 2007
di Gabriella Da Re
Il motivo del ritrovamento di un tesoro nascosto è molto frequente nella narrativa popolare sarda e forse di tutte le civiltà contadine, dove la ricchezza è concepita come dovuta al caso e alla fortuna, mai al merito. E al caso e alla fortuna è dovuto il ritrovamento della pellicola contenente un breve film di animazione, Rapsodia sarda, presentato durante una delle dense e belle giornate di ETNU, il Festival dell'Etnografia (Nuoro 23-26 giugno), organizzato dall'Istituto Superiore Regionale Etnografico in collaborazione con la Società italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici (SIMBDEA) e il Comune di Nuoro.
Un giorno del mese di giugno del 2006, tra le carte e i faldoni dell'eredità indivisa dell'omonimo padre, l'archeologo Ubaldo Badas jr scorge una tipica pizza in alluminio avvolta casualmente in un manifesto in lingua ceca. Dentro una pellicola dal contenuto misterioso. Ubaldo Badas senior è ben noto nell'isola sia come architetto e progettista sia per essere stato con Eugenio Tavolara uno degli animatori della rinascita dell'artigianato sardo, in qualità di direttore dell'ENAPI dal 1936 al 1969 e consulente dell'ISOLA tra il 1958 e il 1968.
La Cineteca Sarda di Cagliari, informata del ritrovamento, ha provveduto alla lettura e alla duplicazione in formati più accessibili. Ed ecco che Rapsodia sarda è rinata a nuova vita. Gli esperti sapevano dell'esistenza di questo ‘tesoretto’, il titolo è infatti presente nei cataloghi di film sardi, ma in Sardegna nessuno aveva avuto la possibilità di vederlo o di averne copia.
Rapsodia sarda, realizzato nel 1964-65, è frutto di una collaborazione felice di un gruppo di artisti e tecnici all'ombra della Corona cinematografica del produttore Elio Gagliardo e di un incontro felice tra due autori-registi molto diversi tra loro, Remo Branca e Francesco Maurizio Guido. In futuro una ricerca potrà ricostruire più precisamente la storia di questo incontro. Certo è che tutti, autori, regista, produttore, i curatori, compositori ed esecutori della musica erano personaggi di spicco della cultura artistica, cinematografica e musicale del tempo, i fatidici anni sessanta.
Vero autore-ideatore del film fu Remo Branca (Sassari 1897 - Roma 1988), come mi ha detto lo stesso Francesco Guido, il quale si è attribuito il ruolo secondario di regista dell'animazione. Importante e noto incisore, Branca partecipò a numerose mostre e biennali d'arte soprattutto negli anni trenta; come studioso d'arte ha scritto numerosi saggi (La xilografia in Sardegna, Breviario di xilografia, Maestri incisori di Sardegna). Fu uomo di scuola e appassionato cultore di Grazia Deledda e del suo mondo. Nel dopoguerra si dedicò alla cinematografia didattica, fondando a Roma la rivista “A passo ridotto”. Strenuo fautore dell'inserimento degli audiovisivi nella scuola, fu autore egli stesso di documentari come soggettista (La civiltà nuragica per l'Istituto Luce,1957) e come regista (Itinerari deleddiani, 1962, visionabile nel sito www.ilcorto.it).
Il film ha risentito della creativa personalità dell'altro autore, Francesco Maurizio Guido, detto Gibba, nato ad Alassio nel 1924, grande pioniere del film di animazione italiano, la cui personalità e opera sono oggi oggetto di culto. Alcuni punti in comune tra i due: entrambi caricaturisti, entrambi hanno attraversato il Novecento, operando con passione e professionalità in tutte le situazioni socio-politiche. Ma Gibba è spirito leggero, ribelle e caustico.
Tra le tante cose fatte nel dopoguerra da Gibba, così si firma nei disegni, la collaborazione al “Travaso” insieme a Federico Fellini. Al suo attivo una sessantina di titoli tra film di animazione (tra i quali spicca L'ultimo sciuscià, 1946-47), pubblicità, sigle, titoli di testa di film. Nel 1960 incontra Ezio Gagliardo della Corona cinematografica e comincia una intensa collaborazione. Rapsodia sarda è tra i film di animazione prodotti con la Corona e, a quanto ha detto lo stesso Gibba, commissionato dall'Istituto Luce di cui Remo Branca era funzionario o consulente. Gibba è noto anche perché nel 1974 fu il regista del primo film erotico di animazione italiano, Il nano e la strega. Nel 1985 farà la regia dell'animazione del film di Gabriele Lavia Scandalosa Gilda. Sue diverse sigle per i programmi tv, tra cui “Eccentriche visioni” di Enrico Ghezzi, e ancora nel 1999 quella della serie “Linda e il brigadiere” con Nino Manfredi e Claudia Koll. Disegna ancora, mi ha detto tutto allegro al telefono.
La scelta delle musiche e dei canti popolari di varie zone della Sardegna è stata curata da Giorgio Nataletti, notissimo tra gli antropologi e demologi italiani. Tra i fondatori nel 1948 del Centro nazionale di Studi sulla Musica popolare dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia, che diresse fino al 1972, anno della morte, sostituito da Diego Carpitella. Non c'è quasi regione italiana la cui musica popolare non sia stata raccolta o direttamente da Nataletti con Carpitella e Lomax o grazie al loro interessamento o incoraggiamento. Tra i tanti giovani incoraggiati, Alberto Mario Cirese, che ai primissimi anni '50 avviò l'attività di raccolta sul campo di testi e musiche di tradizione orale e che più tardi ebbe da Nataletti ampio sostegno al programma di rilevazioni delle tradizioni orali non cantate.
Più difficile capire la funzione di Mario Gangi (1923), uno dei più importanti chitarristi italiani del Novecento, con forti interessi per la musica leggera e il jazz, indicato nei titoli di testa con la funzione di esecutore (chitarra). Forse ha composto gli stacchi di chitarra presenti nel film.
Rapsodia sarda racconta una storia d'amore, semplice come semplici sono i suoi protagonisti, due donne rivali, una bella e buona e l'altra brutta e cattiva, un giovane bel pastore negli aspri salti della Sardegna rurale. Amore contrastato, vendetta, incendi, ricomposizione del danno, nozze, come tutte le fiabe di magia, di proppiana memoria.
In scena tutto il repertorio della cultura tradizionale sarda: il pane cerimoniale, i costumi, il lavoro di pastori e contadini, di donne e uomini, muttettus a trallallera, canti a tenore, la festa, la morra, la comunità solidale. Una società dove il conflitto esiste, ma è ricomposto e risolto all'interno della comunità, iuxta propria principia, secondo le proprie leggi interne, per dirla con Antonio Pigliaru. E dopo il lieto fine tutta la comunità compatta e incatenata balla in tondo intorno al simbolo delle proprie radici, il nuraghe, il monumento-antenato.
Questo piccolo film, questo cammeo, come lo ha definito Gibba, dolce, bello, patetico tanto è palese il desiderio che lo ispira, rappresenta/inventa una Sardegna priva di dramma, di carabinieri, di carceri, di banditi, priva di tutto ciò che De Seta aveva rappresentato in Banditi ad Orgosolo nel 1961, solo quattro anni prima, ma anni carichi di eventi e di trasformazioni in Sardegna. Rapsodia sarda è una sorta di contraltare del film di De Seta.
Anche il titolo è significativo: ‘rapsodia’ dichiara l'intento didattico e divulgativo di Branca, uomo di scuola, e quello di creare una rappresentazione unitaria della cultura isolana, di cucire insieme non solo canti di diverse parti della Sardegna, ma diversi paesaggi, diversi lavori , diversi usi e costumi, diverse lingue, in una coinè, in una composizione appunto rapsodica tenuta insieme dalla poesia e dalla narrazione. E che non ha nulla di stridente.
Ma rapsodia è anche interpretazione e lo sguardo è quello di Branca. Le parole che qui non ci sono le ritroviamo nel documentario Itinerari deleddiani, da cui è tratta, talvolta alla lettera, una serie di immagini, come quelle della vestizione della sposa e della confezione del pane.
Si potrebbe certo liquidare il film limitandone la portata ideologica, considerandolo solo un prodotto divulgativo di alta qualità, ma credo che faremmo torto all'intelligenza di Remo Branca.
Rapsodia sarda si colloca in un tempo diverso rispetto al Diario di una maestrina (1957) di Maria Giacobbe, al La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico (1959) di Antonio Pigliaru e al film di De Seta (1961).
Nel '64-'65 i giochi e i destini della Sardegna legati ai poli industriali e alla Costa Smeralda sono in grande misura impostati se non compiuti. E chiude nel 1965 “Ichnusa” la rivista di politica e cultura diretta da Antonio Pigliaru. Sono finiti gli anni della “grande illusione”, come Pigliaru stesso chiamava gli anni in cui si era impegnato fino allo spasimo per un rinnovamento dell'Isola basato su una reale autonomia.
Una società semplice, armonica ed improbabile è la Sardegna di Rapsodia sarda, dove la precisione di alcuni particolari etnografici, dote abbastanza rara nei film di animazione, è sostenuta da uno sguardo, quello di Remo Branca, che valorizza e promuove l'idillio isolano - diciamolo - nel mercato mondiale.
Ma gli autori sanno bene di farlo, scelgono il genere dell'ironia e del distacco, in alcuni passaggi della caricatura; scelgono un'animazione anti-realistica per eccellenza, scelgono la fiaba e non il mito, creando, nel piccolo, bellezza e stile e - io credo - senza trappole ideologiche. E confrontando Rapsodia sarda con il malinconico Itinerari deleddiani, viene da pensare che la leggerezza in sé demistificante del film si debba in grande misura a Gibba, il dissacrante regista che nulla sa di Sardegna, futuro autore del nano Pipolo e della strega Merlina.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari