sabato 21 luglio 2007
di Giorgio Melis
Campane a martello sui quotidiani E-Polis di Nicola Grauso. Con la “solidarietà” di un volo di avvoltoi politicanti. Non si esimono da un quasi colpo di grazia gratuito e inutile, esploso generosamente contro l'azienda e i dipendenti angosciati: utilizzando un dramma vero che si consuma nella disperazione come pretesto pur di colpire strumentalmente Renato Soru. Pietà l'è morta, come ogni sentimento di rispetto e decenza, nella miseria di una politica pronta a speculare anche sulla chiusura di 15 quotidiani: una jattura moltiplicata per i 200 dipendenti. Ma ormai anche queste miserie e bassezze contano nulla, se non come oscenità aggiuntiva, nel sipario che forse sta calando definitivamente su una bella avventura editoriale che avrebbe meritato miglior fortuna.
Mentre nella sede cagliaritana del gruppo, in viale Trieste, prosegue l'assemblea permanente e disperata, Nicola Grauso ha comunicato in vari incontri che non ci sono prospettive ravvicinate di ripresa delle pubblicazioni. Si spegneranno anche gli schermi dei computer sui quali i giornalisti hanno “cucinato” fino a oggi la versione on line che non va in stampa dal 17 luglio: numero disgraziato. Rotative ferme, bloccate. Riprenderanno a girare? Lo spera chiunque abbia a cuore il pluralismo dell'informazione come presidio di libertà e democrazia. Soprattutto le redazioni dei 15 quotidiani. Con la forza della volontà: senza un possibile ottimismo della ragione.
Le trattative per la ricapitalizzazione della società si sono arenate. Qualcuno spera ancora che Grauso riesca a estrarre il coniglio di una soluzione in extremis dal cilindro di una crisi finanziaria che sembra irreversibile. Ci sta tentando con frenetiche trattative, non ha ancora alzato bandiera bianca, che sarebbe nerissima. Ma forse non ci crede più neanche lui: stremato e pessimista dopo un tour de force ininterrotto di settimane per cercare di raddrizzaare una nave sotto la linea di galleggiamento.
Altre volte in passato c'è riuscito. Erano altri tempi e c'erano altre risorse. Ma ha collezionando anche naufragi su progetti innovativi forti, non sorretti da sufficienti risorse finanziarie, da una gestione oculata, da apporti professionali all'altezza. Nel segno di un titanismo imprenditoriale e totalitario dell'editore, infine sconfitto da situazioni e forze non controllabili, e forse da se stesso, nonostante l'estrema potenzialità del suo progetto.
L'annuncio dell'editore di una sospensione a tempo indeterminato, salvo exploit a scadenza. La decisione di bloccare anche le uscite on line con un impegno ormai frustrante. L'invito a mettersi in ferie: ma il giornale resta aperto per chi vuole “presidiarlo”. Tutto ciò, purtroppo, suona come uno “sciogliete le righe”: non ancora definitivo ma disperante. L'assemblea permanente di redatttori, tecnici e amministrativi è un triste rito insieme obbligato e deprimente: quasi una veglia funebre in assenza di prospettive. Spalanca quella della disoccupazione per 200 persone in tutta Italia, una larga fascia in Sardegna. In un settore che vede non crescere ma anzi contrarsi drasticamente l'occupazione, precaria ed esposta anche in molti altri giornali e tv.
Un dramma per i colleghi e i loro compagni di lavoro, come se ne sono visti troppi nell'editoria. Suscita molto più che una forte, sincera solidarietà. C'è la condivisione consapevole e impotente del tunnel in cui sono bloccati. Niente di diverso, tranne la maggior spettacolarità, delle fabbriche chiuse e occupate, dei blocchi stradali e negli aeroporti, degli operai che scalano le ciminiere e vi rimangono a gridare la loro disperata protesta. Nelle redazioni dei giornali al collasso non accade niente di questo. Ma i sentimenti e l'angoscia per la certezza di dover rimanere senza lavoro e senza reddito, per molti con famiglia a carico, sono uguali, non meno dolorosi. Conta soprattutto questo.
Anche la frustrazione e il vulnus che la chiusura di tanti quotidiani provoca, con la perdita di voci che impoverisce il dibattito con l'opinione pubblica, silenziando testate alternative: prologo al ritorno di monopoli potenti e prepotenti, all'informazione tutta e solo concentrata su chi può imporre certe notizie oscurando quelle scomode per gli interessi costituiti, sempre alleati con editori spesso “impuri”, in sinergia con la malapolitica e la malaeconomia.
È sempre una triste giornata quella in cui risuona il “silenzio, si chiude” per uno o più giornali: in questo caso addirittura quindici tutti insieme. Senza potersi consolare, almeno ora, con la speranza di una riapertura improbabile. E in più, l'amarezza che questo requiem si accompagni a una sortita francamente ripugnante di fronte al dramma che si vive in quei giornali. Con una tempestività che sgomenta, due sensibili consiglieri regionali di An, già della destra cosiddetta sociale, sono entrati a piedi uniti nella vicenda per dare una mano ai lavoratori. Hanno rilanciato un'interrogazione già presentata il 25 gennaio, contestando la legittimità del finanziamento di tre milioni concessa in dicembre a E-Polis.
Ora, «alla luce dello stato di sofferenza in cui versa il gruppo editoriale Epolis, i cui quotidiani hanno sospeso le pubblicazioni dallo scorso 17 luglio», i consiglieri regionali di Alleanza Nazionale Mario Diana e Antonello Liori rilanciano, chiedendo a Renato Soru e all'assessore Concetta Rau «a quanto ammontano i finanziamenti concessi dalla Sfirs alle aziende editoriali sarde nel corso della tredicesima legislatura regionale», se è vero che «il consiglio di amministrazione della Sfirs ha deliberato, nello scorso mese di dicembre, la concessione di un finanziamento ordinario al gruppo editoriale Epolis, per una somma pari a 3 milioni di euro» e se, all'atto di tale delibera, «il procedimento istruttorio della relativa pratica era stato portato a termine».
I due consiglieri chiedono inoltre «se la concessione del finanziamento è subordinata all'assunzione con contratti a tempo indeterminato di cittadini sardi disoccupati e, in caso affermativo, in quale numero» e se essa risponde «allo scopo sociale della Sfirs», cioè se può avere «innegabili effetti positivi sullo sviluppo economico della Sardegna».
I due onorevoli chiedono ancora se è opportuno che la Sfirs «conceda un finanziamento di tale entità a un'azienda operante in un settore che l'amministrazione regionale in carica non ritiene strategico per l'economia dell'Isola», se il collegio sindacale della Sfirs si è espresso sulla concessione del finanziamento, se l'azienda è in possesso di tutti i requisiti necessari per accedere al prestito e se il consiglio di amministrazione della Sfirs è stato messo nelle condizioni di deliberare «in piena autonomia».
Relativamente all'attuale stato di sofferenza del gruppo editoriale, i due consiglieri chiedono «se il finanziamento concesso è stato effettivamente erogato, se la somma è nella piena disponibilità del richiedente e fin da quale data», se il finanziamento può essere «sufficiente a consentire all'azienda di superare la situazione di sofferenza in cui versa», se il gruppo E-Polis ha presentato ulteriori richieste di finanziamento alla Sfirs e cosa la Giunta regionale intende fare affinché «la Sfirs sia in grado di recuperare il finanziamento» alle condizioni stabilite all'atto dell'erogazione. Riportiamo quasi integralmente l'interrogazione perché ci sembra un documento da tramandare per la sua agghiacciante indifferenza verso una non piccola tragedia.
Insomma, l'agonizzante non è ancora spirato e magari, speriamo, può ancora farcela a riprendersi. Ma ecco che arriva il soccorso nero. Il finanziamento della Sfirs era stato contestato e messo in discussione anche da noi nelle modalità e nelle circostanze, apparse da subito assai discutibili. Ed è giusto che la Sfirs e la Giunta ne rispondano. Ma risollevare hic et nunc la questione, ponendosi soprattutto l'assillo se la Sfirs possa eventualmente recuperare il credito erogato, mentre su un'azienda con 200 dipendenti incombe il de profundis, beh è una cosa che dà i brividi.
Non si poteva aspettare che il malato schiodasse, che il dramma si compisse. Bisognava alzare subito la voce, essere primi, battere trutti sull'anticipo. Così, ad adiuvandum. Poniamo che possa esserci ancora lo spiraglio di un finanziatore disposto a intervenire: chi si avvicina a un'azienda contro cui si spara anche politicamente mentre è al tappeto?
Nella nota non c'è una parola di solidarietà per i lavoratori e anche per l'imprenditore, che comunque ha investito, rischiato e perso soldi propri. Solo una richiesta di resa dei conti con Soru e la Sfirs, passando con i cingoli sulla disperazione di 200 persone. Sulla sua decisione, la Sfirs dovrà rispondere assieme alla Giunta. Ma chiederlo ora, senza neanche poter aspettare qualche giorno, ci sembra un atto di belluina, disumana ferocia contro 200 persone, giocata sul tavolo di una politica senza scrupoli umani, insensibile a tutto.
Certo i due onorevoli di An (e per la verità Grauso ha avuto sempre un occhio di riguardo e molti amici importanti nel partito di Fini) non hanno preoccupazioni per il loro futuro. Specie questo Diana cui per cinque anni ho contestato la vergogna di aver tenuto contemporaneamente la presidenza della Provincia di Oristano e la poltrona di consigliere regionale, senza rinunciare a uno dei due ben remunerati incarichi: nonostante ripetuti, severi richiami di Fini contro le occupazioni plurime di seggi privilegiati.
Bene, anche per questo esprimiamo non un'accusa che compete politicamente ai cittadini e ad An, ma un'opinione legittima. Ci pare un atto di sciacallaggio vergognoso. Dobbiamo dirlo anche per conto dei colleghi, prestandogli la voce che loro stanno perdendo. Non è solidarietà corporativa ma senso del rispetto umano dovuto sempre a tutti. Ma particolarmente a chi è davanti a un baratro: e sente alle spalle una spinta maramalda.
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