mercoledì 18 luglio 2007
di Luigi Sotgiu
Una volta erano soldati di ventura, oggi sono scienziati. In un percorso illustrato nel libro che racconta le storie di questi ricercatori (“Scienziati di ventura. Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo») e pure in un blog, scienziatidiventura.blogspot.com. Gli autori sono giornalisti specializzati in divulgazione scientifica, che hanno voluto raccontare la storia di «persone coraggiose che hanno lasciato tutto per vivere una avventura importante; persone eccezionali che fanno cose eccezionali in luoghi eccezionali». Sono state raccolte, sotto forma di intervista, 20 testimonianze da una platea di scienziati rappresentativa di varie discipline, provenienza geografica e accademica, sesso.
Si va dall'ingegnere meccanico che lavora alla Renault in Formula Uno alla neurochirurga docente nel New Jersey; dall'ingegnere idraulico di Iglesias alla fisica di Quartu che studia le energie rinnovabili in Olanda e al chimico sassarese che vive e lavora in Norvegia; dall'agronomo di Dorgali che sperimenta sementi in Australia alla geologa che studia i fondali marini in Inghilterra; dalla biologa ricercatrice in Giappone all'economista con importantissimo incarico presso la Banca mondiale in Turchia. E molto altro ancora.
Cinque di questi cervelli emigrati sono rientrati. Tra di loro Francesco Cucca, genetista dell'Università di Sassari, che ha presentato un commosso ricordo del collega Giuseppe Pilia, responsabile del Progetto Progenia in Ogliastra, rientrato in Sardegna e scomparso nel 2006 per tumore a soli 43 anni. Cucca ha ricordato anche il collega Francesco Muntoni, che lavora con grande successo in Inghilterra da 14 anni, per il quale ha pronosticato un quasi impossibile rientro. «Peccato, dirige solo il più importante centro mondiale di ricerche neuromuscolari». Sul tema dei rientri si è discusso abbastanza. Gian Luigi Gessa, la massima autorità sarda nella materia, ha sostenuto l'utilità di andare all'estero (lui stesso ha vissuto per 5 anni negli USA), per fare esperienze e mettere in gioco le proprie potenzialità. «Troppi Mozart muoiono senza aver mai incontrato un pianoforte»; la ricerca poi oggi è diventata big science e si svolge in grandi laboratori. Da noi non c'è massa critica.
Il problema, è stato detto da molti, è che si tratta di una porta aperta solo in uscita, raramente si apre per il ritorno di cervelli emigrati o semplicemente per accogliere buoni cervelli che vengano in Sardegna per portare novità, stimoli e creare scuole. Alcuni mancati rientri poi, ricorda giustamente Gessa, sono legati a logiche universitarie di bassa cucina: certi giovani brillanti farebbero ombra a potenti locali non in grado di confrontarsi alla pari. In questo modo si crea un grande danno all'Università.
Mauro Scanu ha ricordato la bassissima percentuale di studenti stranieri che vengono a studiare nelle università italiane in rapporto ad altri paesi europei e ha citato una recente ricerca CGIL da cui emerge che la metà dei ricercatori italiani guadagna meno di 800 euro al mese. Per favorire il rientro occorrerebbero delle condizioni, non solo in Sardegna ma in Italia, che oggi non sono ipotizzabili. Basti pensare alla considerazione sociale di cui godono insegnanti e ricercatori in un'Italia definita proprio in questi giorni dal Financial Times patria di veline. Per affrontare seriamente il problema, è stato detto, bisogna partire dai problemi fondamentali della Sardegna: livelli di dispersione scolastica, percentuale di diplomati e laureati in Sardegna.
Andrea Mameli ha voluto testimoniare di una condizione quasi esistenziale, del rapporto contraddittorio con la Sardegna riscontrato in quasi tutti gli intervistati, combattuti tra l'attaccamento all'isola e l'impossibilità di viverci e lavorarci.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari