mercoledì 18 luglio 2007
di Matteo Bordiga
Sardegna dolce matrigna, terra odiata e rimpianta. Culla i suoi figli unendoli a sé in maniera viscerale, ma poi li costringe a un sofferto addio nel momento in cui decidono di coltivare sé stessi, di vivere delle loro passioni. Spesso, chi ambisce a trovare stimoli forti per esprimere il proprio talento deve mettersi l'anima in pace e rassegnarsi a volare altrove. In cerca di un successo che soffochi la malinconia dell'emigrato. E della piena realizzazione delle proprie aspirazioni.
“Scienziati di ventura: storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo” (Cuec editrice) è un libro che racconta le emozioni, le ansie e i sentimenti di professionisti strappati alla Sardegna dalle loro ambizioni di ricercatori scientifici. Gli autori, Andrea Mameli e Mauro Scanu, hanno raccolto le testimonianze di venti “emigranti della conoscenza”, di entrambi i sessi e di diverse età.
Voci pulsanti, da riconsegnare ai lettori in tutta la loro vividezza ed esemplarità. Perché non è facile, specie per i giovani scienziati, confrontarsi con la realtà sarda, che offre davvero poche prospettive di realizzazione professionale. Anche se poi, dei venti intervistati, cinque sono già rientrati nell'Isola. Consapevoli di dover far fronte a una situazione oggettivamente difficile: la ricerca in Sardegna è pressoché “congelata”, affidata a pochissimi centri di eccellenza che la portano avanti senza poter fare affidamento sul sostegno di una politica oculata e generosa. Premessa imprescindibile per far maturare l'Isola e renderla competitiva in ambito nazionale e internazionale.
Per queste ragioni, nel 2007 i cervelli sardi sono sempre più spinti a lasciare la loro terra. «Ma noi, a differenza di altri popoli, non siamo ammalati di spleen», ha osservato il neuroscienziato Gian Luigi Gessa, autore della prefazione all'opera di Mameli e Scanu, nel corso della presentazione del libro svoltasi lunedì scorso a Cagliari, «e non risentiamo di quell'eterna insoddisfazione che ci porterebbe a girovagare da un posto all'altro, in cerca di fortuna, come facevano i cavalieri erranti. No, noi ambiamo a fare ritorno nell'Isola, ai nostri paesi di origine. Il problema è che, se ormai appare indispensabile stimolare i giovani ricercatori a proseguire i loro studi in altre parti d'Italia o del mondo, in strutture più avanzate e in contesti culturalmente più ricchi del nostro, diventa poi difficilissimo convincere gli stessi giovani a fare il percorso inverso dopo aver concluso il loro percorso di formazione all'estero. Una volta diventati “grandi” e affermati, bisognerebbe metterli nelle condizioni di poter tornare».
Ma queste condizioni, attualmente, non ci sono: «Se la Sardegna non ha niente da offrire ai “cavalli di ritorno”, alle menti brillanti che potrebbero contribuire alla crescita della ricerca scientifica regionale, come possiamo sperare di riabbracciare i nostri talenti?», si domanda Gessa. «E, ancora di più, come possiamo illuderci di creare un clima di fermento culturale, una massa critica di nuove intelligenze che si vorrebbe attirare nell'Isola, se non si investe cum grano salis nella ricerca?».
Il caso esemplare è quello di Francesco Muntoni, uno degli intervistati dagli autori del libro. Muntoni, specialista in neurologia psichiatrica e stimatissimo a livello internazionale, attualmente dirige un importante centro di malattie neuromuscolari infantili in Inghilterra. Pur avendo cercato lui per primo, in tutti i modi, di rientrare in Sardegna, non è stato possibile trovargli un posto di lavoro rispondente alle sue competenze. Perché? «Francesco Muntoni non poneva condizioni economiche impossibili», ricorda Gessa: «non chiedeva uno stipendio, chiedeva innanzitutto degli stimoli. Ma, forse, per qualcuno era una presenza troppo ingombrante. Ecco, dobbiamo metterci in testa di cambiare mentalità. E promuovere sistematicamente una ricerca seria, continua, gratificante per gli stessi ricercatori. Quando lo faremo, diventeremo anche noi un magnete, una realtà appetibile per studenti provenienti dall'estero e smaniosi, magari, di proseguire le loro ricerche in Sardegna».
A dire il vero, una ricetta per arrivare a questi risultati il professore ce l'avrebbe: “Master and back”, il bando che mira a finanziare gli studi degli ragazzi sardi nel resto d'Italia o all'estero per poi farli tornare alla base arricchiti del bagaglio culturale acquisito in centri di eccellenza. «Finora è stato applicato, perfino con generosità eccessiva, il primo step previsto dal progetto», prosegue Gessa, «tanto che la Regione ha procurato ben 3.000 master in appena 3 anni. A mio avviso si è addirittura esagerato con il dispiego di risorse, perché finanziando così tanti studenti c'è il rischio che non tutti possano svolgere il proprio master in strutture effettivamente d'avanguardia. Ora però manca il back».
Come si diceva, i professionisti “formati” non vengono incentivati a rientrare. «Per riaprirgli le porte di casa dovremmo offrire loro delle opportunità nella creativa ricerca di base», assicura il professore, «e non commissionargli, come da abitudine, quelle ricerche che si esauriscono meccanicamente nel giro di pochi anni. Mortificando le ambizioni di professionisti di ritorno dall'Inghilterra, dal Giappone o dagli Stati Uniti, che invece inseguono il brivido e l'imprevedibilità della scoperta. Non si può assegnare loro ricerche fredde e aride, che tracciano univocamente gli obiettivi, spesso di basso profilo, da rispettare entro quei precisi parametri temporali. E, possibilmente, entro quella stessa legislatura regionale…».
A ben vedere, comunque, il problema della fuga di cervelli non è solo sardo. Anzi, si tratta di una piaga nazionale: »Si scappa all'estero, soprattutto nei paesi europei e negli Stati Uniti, mentre i ricercatori stranieri si tengono ben alla larga dall'Italia», ha ricordato Mauro Scanu, sottolineando che «qui da noi non si viene perché uno che fa ricerca pretende di poter portare avanti progetti a lunga scadenza e di ottenere un certo tipo di risultati. Cosa che in Italia diventa piuttosto difficile. Anzi, è più facile che agli studiosi ambiziosi di giovane età vengano tarpate le ali molto presto: nel Belpaese, il 50% dei ricercatori, compresi coloro che hanno più di 40 anni, guadagna meno di 800 euro al mese. Nel resto d'Europa gli stipendi si triplicano e si quadruplicano a dir poco».
Ma non è tutto. «Su 19.000 docenti di ruolo, appena 9 hanno meno di 30 anni», continua Scanu, «mentre l'80% dei docenti ha più di 50 anni e il 40% ne ha più di 60. Ci si può fare un'idea di quanto penalizzante sia un simile contesto se si pensa che, per i ricercatori scientifici, l'età più prolifica è stimata attorno ai 44 anni…».
Dal canto suo, il coautore Andrea Mameli ha posto l'accento sul valore umano delle testimonianze degli “scienziati di ventura”: «Aldilà delle loro esperienze scientifiche, ci hanno molto colpito le loro storie individuali, diverse fra loro ma accomunate da un sentimento quasi ricorrente: l'odio-amore nei confronti della Sardegna, che si consuma in un rapporto contraddittorio e sospeso fra l'attaccamento alle radici e la grande, irresistibile voglia di fuggire e di scoprire nuovi lidi». Anche in virtù di questi spunti, il testo presenta un marcato piglio narrativo, quasi romanzesco: nella viva e appassionata curiosità di raccontare il coraggio di uno sconosciuto ragazzo dell'entroterra ritrovatosi da un giorno all'altro catapultato a Tokyo o a New York. Un gradino più vicino ai suoi giovani sogni di scienziato.
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