martedì 10 luglio 2007
di Elvira Corona
Cos'hanno in comune la Sardegna, l'isola di Vieques - la Isla Nena di Puerto Rico - e Manta, una città con ambizioni turistiche sulla costa dell'Ecuador? Sicuramente il mare cristallino, le belle spiagge, un popolo fiero e ospitale. E hanno condiviso per decenni una pesante limitazione della propria sovranità territoriale per la presenza delle basi militari USA.
Ma mentre in Sardegna è necessario ancora spendere energie affinché gli Stati Uniti - è proprio il caso di dirlo - tolgano le basi - «Le promesse non ci interessano, aspettiamo i fatti», dice Mariella Cao, del comitato sardo “Gettiamo le basi” - a Vieques e a Manta le battaglie della società civile hanno già dato risultati positivi.
Di questo si è parlato ieri alla casa dello studente di via Trentino, a Cagliari, all'apertura del convegno “No Bases, L'opposizione alle basi militari in Sardegna e nel mondo. Esperienze a confronto: Sardegna, Vieques-Portorico, Filippine, Ecuador”: tre giorni di conferenze, dibattiti e tavole rotonde, per trovare punti in comune e strategie unitarie per difendere la sovranità popolare, la salute delle persone e il diritto all'autodeterminazione dei popoli.
Ospiti d'onore nella prima giornata erano tre rappresentanti di queste battaglie: Nilda Medina, candidata a premio Nobel per la pace e protagonista della lotta non violenta contro le basi a Vieques; Wanda Colon Cortes, presidente del Comitato per il riscatto e lo sviluppo di Vieques; e Anabel Estrella, che dall'Ecuador coordina la rete mondiale contro le basi militari.
Perché se anche la base USA a Vieques fa parte ormai del passato dell'isola, grazie a una lotta non violenta - esempio planetario - portata avanti con la disobbedienza civile da tutta la comunità dell'isola, la questione della bonifica delle aree ex militari è un'altra battaglia che tutt'ora i cittadini stanno combattendo. Zone dove è stato utilizzato uranio impoverito e dove per la maggior parte non si hanno notizie sugli esperimenti che la Marina nordamericana ha effettuato durante i 60 anni di occupazione: segreto militare.
Quello che è certo oggi, purtroppo, sono le alte percentuali di incidenza di alcune malattie nella popolazione: leucemia e tumori in primis, ma anche malattie della pelle e malformazioni. Percentuali che sono aumentate a partire dal 1975, soprattutto per quando riguarda donne e bambini. Per questo, dice Wanda Colon Cortes, «noi chiediamo al governo americano il rispetto delle 4 D: Demilitarizzazione, Decontaminazione, Devoluzione e Desarrollo”, cioè sviluppo.
L'elemento più sorprendente in questa lotta - ne vanno fiere le rappresentanti portoricane - è come la popolazione sia stata davvero unita contro quello che era percepito come un nemico comune. Spiega Nilda Medina: «La diversità, l'eterogeneità del movimento è stata la sua forza più grande. A Puerto Rico ci sono molte divisioni, politiche, religiose, sociali, ma si è deciso di mettere da parte queste divisioni interne per ottenere un risultato molto più importante, la dignità di un popolo e la difesa della salute della nostra gente».
La molla che fece scattare la protesta generale fu la morte di un giovane, David Senes, ucciso per errore da un ordigno militare nel 1999. Allora tutti capirono che non si poteva più rimanere indifferenti. La lotta iniziò con manifestazioni di protesta alle quali parteciparono sindacalisti, studenti, artisti, rappresentanti religiosi - cattolici, pentecostali, luterani -, indipendentisti e filoamericani (Puerto Rico ha uno status di libera associazione agli USA). L'opposizione alla base arrivò a varcare i limiti invalicabili: la gente si accampò nelle aree delle esercitazioni, lasciando dei presidi 24 ore su 24.
Una lotta continua senza soste, e su più fronti. Allo stesso tempo delegazioni della società civile incontravano i membri del Congresso americano chiedendo lo smantellamento immediato delle basi e la fine dei bombardamenti dal mare. I manifestanti hanno subito arresti e violenze ma non si sono arresi: «Sapevamo di avere ragione e di essere nel giusto», dice Nilda Medina. Ci sono voluti 3 anni, ma la gente di Vieques con il sostegno anche di tanti stranieri e personaggi famosi che si appassionarono alla causa, alla fine ebbe la meglio. Il 1º maggio 2003 il governo statunitense sospese le esercitazioni sull'isola.
La lotta ora continua per avere la bonifica del territorio: «Vogliamo che il governo degli Stati Uniti ce lo restituisca cosė come era quando lo ha preso» dice Wanda Colon Cortes. «Anche se sappiamo che a certi danni non c'è rimedio, vogliamo che i nostri pescatori possano tornare a pescare e che la nostra bella isola possa ospitare i turisti da tutto il mondo in sicurezza».
Ma per una base che si chiude ce n'è subito un'altra che si apre. Nel 1999, quando cioè iniziano le proteste a Puerto Rico, Washington firma i primi accordi con il governo ecuadoreño per l'apertura di una base nel sud del paese. Ufficialmente per poter contrastare meglio il narcotraffico: la posizione strategica di Manta, porto molto vicino al confine con la Colombia, giustificherebbe la limitazione della sovranità.
In realtà, dice Anabel Estrella, «la base USA in quella posizione serve per contrastare la guerriglia colombiana e per tenere sotto controllo la situazione dell'America Latina che negli ultimi anni sta sperimentando delle esperienze di governo alternative, in nome dell'autodeterminazione e sempre meno dipendenti dagli Stati Uniti. Una situazione pericolosa, insomma. Così dal 1999 i pescatori di Manta non possono più entrare nel porto, la gente non riesce più a vivere di pesca, e non ha neanche abbastanza soldi per spostarsi altrove: nessuno paga per questo».
Campi contaminati, incidenti misteriosi, ma anche leggende secondo le quali i nordamericani porterebbero ricchezza. Inseguendo le leggende, molti si sono spostati a Manta, investendo tutto per avviare attività commerciali nella zona, destinate a fallire perché i gringos importano tutto e non spendono nulla in Ecuador.
Anche qui una mobilitazione popolare, esperienze di disobbedienza civile, ma anche azioni di sensibilizzazione e infine un cambio di governo, in carica da appena sei mesi, hanno portato a una svolta: il nuovo presidente, Rafael Correa, ha annunciato che non confermerà gli accordi con gli Stati Uniti per la base a Manta. Ed ha aggiunto una provocazione: non ci sarà base nordamericana in Ecuador almeno finché non ci sarà una base ecuadoriana negli Stati Uniti. Un'altra vittoria, insomma, però anche a Manta rimane il problema della bonifica della zona.
I racconti delle attiviste latinoamericane fanno ben sperare, anche se una vittoria per un paese spesso significa una nuova limitazione in un paese vicino. Anche in Sardegna alla tanto sbandierata ritirata dall'isola della Maddalena, «venduta come vittoria di questo o di quell'altro politico», dice Mariella Cao, probabilmente corrisponderà una nuova base da qualche altra parte del mondo. E magari era già tutto in programma: un semplice cambio di strategia, perché se prima il motivo che poteva giustificare le basi era il nemico russo, ora i nemici sono tanti, e altre sono le zone strategiche, quindi una piattarforma militare in Sardegna non è poi così conveniente come poteva esserlo in piena guerra fredda.
Anche per questo non bisogna abbassare la guardia, lo hanno ripetuto tutti i relatori. E molto importante in questa lotta è la comunicazione, la condivisione delle esperienze. Anche per questo a marzo si è tenuto a Quito (Ecuador) il primo incontro mondiale contro le basi, al quale hanno partecipato delegazioni di 40 paesi. I dati a disposizione anche sul numero di basi e sui siti militari sono sempre molto vaghi e imprecisi. Secondo Anabel Estrella, uno dei prossimi lavori urgenti «è quello di sistematizzare i dati che si hanno grazie alle associazioni contro le basi di tutto il mondo: l'informazione è sempre alla base delle azioni».
Tra i relatori nella prima giornata del convegno anche il senatore Mauro Bulgarelli, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito, Massimo Zucchetti e Valerio Gennari, entrambi del Comitato scientifico contro la guerra, che hanno fornito dati sull'incidenza delle malattie e malformazioni nella popolazione di Salto di Quirra e hanno sottolineato l'importanza di stanziare dei fondi per fare delle analisi incrociate, in modo da stabilire in maniera scientifica che esiste una relazione causa-effetto tra queste malattie e la presenza delle attività militari.
Il convegno - che prosegue oggi e domani - è stato organizzato dal comitato sardo Gettiamo le Basi, Associazione Don Chisciotte, Rete Nuovo Municipio di Quartu, Città di AR associazione culturale, Libreria Odradek (Sassari), Cagliari Social Forum.
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