domenica 17 giugno 2007
di Giorgio Melis
Manca il sangue? Anche. Ma non è l'anemia del “Brotzu” che interessa le prefiche, gli untori e i monatti dell'ospedale. Il punto non sono le sacche di plasma insufficienti: solo per i trapianti, meno del cinque per cento dell'attività complessiva: un'infima parte dei pazienti. Si vuole altro sangue. Se ne vuole versare: molto. Si vuole l'effusione di sangue politico-manageriale. L'obbiettivo è lo spargimento del sangue di Nerina Dirindin, di Mario Selis, di Gumirato e di molti altri: per alcuni, non senza ragione, benché con motivazioni spesso strumentali e interessi di bottega trasversali.
Si cerca sangue per trasfonderlo nelle arterie sanitarie, politiche, manageriali, e massoniche di potenti gruppi e personaggi. Spesso, a rotazione, l'un contro l'altro armati. Sempre pronti a grandi e ambigue ricomposizioni in alleanze ribaltate. Vogliono rovesciare gli equilibri attuali per nuove egemonie e/o ristabilendo quelle passate. Quelle recenti, messe in rotta, e remote. Quelle stesse, per intenderci che - con protagonisti diversi ma occulte regie riferite agli eterni interessi tossici - 25 anni fa mobilitarono forze imponenti per impedire l'apertura del “Brotzu” e ci riuscirono a lungo. Sconfitti infine, però mai domi, e sempre pronti a ripartire alla carica.
Il grande ospedale è sotto assedio, sbattuto ogni giorno in prima pagina da un quotidiano e della sua tv come un nosocomio-mostro. Passato in poco tempo dall'eccellenza al mattatoio, da fulgido esempio a lazzaretto della sanità sarda. Una sorta di unico lager-Auschwitz dell'ospedalità isolana: tutta in regola, tranne il “Brotzu”.
Si vogliono colpire personaggi e strategie, alcuni contestabilissimi, ma bombardando cinicamente l'ospedale intero e la stragrande maggioranza di medici e infermieri (con parecchie eccezioni) che si ammazzano di lavoro oscuro: maggioranza mai illuminata dalle luci della ribalta che illuminano d'incenso interessato, nel bene e nel male, solo i trapianti-spettacolo: benché talora finiscono in farse tragiche e nel ridicolo di chi li ha esaltati (come il fegato di un novantenne trapiantato a persona prontamente deceduta: senza raccontarlo ai lettori dopo averlo esaltato).
Si propone un'immagine catastrofica gonfiando singoli episodi sempre legati ai trapianti, espandendoli totalitariamente grazie a una perversa, pluridecennale, sinergia mediatica: teleguidata da personaggi stranoti e gravemente distruttiva verso l'intera comunità ospedaliera. È un gioco al massacro che disorienta e insospettisce i cittadini: gioco da smascherare.
Ma alla fine la manovra è talmente insistita, asfissiante, spesso pretestuosa che si sgonfierà e si squalificherà da sola. Perché giocata di sponda con varie parti politiche e di medici partitizzati fino alla nausea. Soprattutto dalla destra, storica alleata della medicina privata, dipendendone elettoralmente e finanziariamente con un cordone ombelicale grosso un palmo, incestuoso e permanente. Ha sempre avuto, ha portato e mantiene al Consiglio regionale il partito-cliniche (con controllo sulla medicina pubblica), con otto-dieci camici onorevoli che si occupano e si preoccupano dei loro referenti, sodali e clientes.
«C'è una manovra per affossare il Brotzu», ha gridato ieri Pierpaolo Vargiu, consigliere dei riformatori e presidente dell'Ordine regionale dei medici, dopo la centesima conferenza-stampa del centrodestra sulla sanità, oltre le mille dichiarazioni, interrogazioni, interpellanze e mozioni a saturazione.
Vargiu è un incosciente, autolesionista. La sua è una confessione involontaria di colpevolezza. Perché è dalla sua parte, sicuramente con alcune buone ragioni e molte di più pessime e inaccettabili, che sta montando la manovra di affossamento. Certamente col sostegno totale e gridato del quotidiano e della sua tv che hanno già sparato e spareranno il de profundis per il “Brotzu”. Come hanno fatto a oltranza, fino all'ostruzionismo col piano sanitario latitante da vent'anni.
Con il laissez-faire senza regole, manager spregiudicati, assessori di sinistra, destra e soprattutto centro avevano trasformato la sanità pubblica - spesso subalterna e gregaria di quella privata, “coperta” politicamente e massonicamente (il tasso di camici-grembiulini è altissimo e dominante) in un gigantesco retrobottega di partiti, correnti, singoli leader che avevano a disposizione il 40 per cento del bilancio regionale.
Soldi, accreditamenti ai privati, primariati (43 firmati in extremis da Roberto Cappelli, ultimo assessore del Polo, degno erede di Giorgio Oppi che ora l'ha pure segato nell'Udc), reparti inventati. Il tutto al servizio di una capillare, invasiva macchina politico-elettorale con la complicità di moltissimi medici e spesso della malasanità pagata dai contribuenti.
Questo sistema è stato inizialmente intaccato ma non demolito dalla gestione Dirindin. Progressivamente, assieme a Soru, ha dovuto pagare prezzi salatissimi ai politicanti di ritorno: con nomine politiche di manager alcuni eccellenti, altri scadenti, e due (Gumirato a Cagliari e Zanaroli a Sassari) “importati” dalla penisola. Questi ultimi sono stati sì contrastati come foresti ma hanno fatto anche gravi errori. Non sempre sanzionati dall'assessore, anche perché sottoposti a bordate strumentali su ogni episodio, fosse inventato o veniale: come mai era accaduto in passato con i predecessori più improbabili.
Il romanzo un po' noir del “Brotzu” e l'attacco di cui è bersaglio è il secondo, forse decisivo tentativo di spallata contro Nerina Dirindin, la sua gestione, alcuni degli uomini che ha nominato o subìto, anche da Soru assediato dai partiti e costretto a subirne l'incalzare sul potere. La prima spallata l'aveva tentata, con sicumera e certezza arrogante, Franco Meloni, ex manager del “Brotzu”, aspirante assessore mancato, di appartenenza fantoliana prima e sodale di molti se non tutti poi. Aveva annunciato le sue dimissioni da manager in un'intervista a tutta pagina del solito quotidiano di e al servizio, facendosi casualmente fotografare con alle spalle il gigantesco, evocativo ritratto di un viceré sabaudo.
Con quella mossa, in sintonia con molte forze anche del centrosinistra, era certo di sradicare Nerina Dirindin accusandola di aver difeso, per conclamata innocenza, Arturo Bande. Ottimo primario di emodinamica. Bande era stato rimosso, ma poi reintegrato ope legis dalla Dirindin. Protagonista della cacciata risoltasi in disfatta era stato Meloni: l'aveva destituito e denunciato alla Procura, dopo che una commissione presieduta da Paolo Pettinao, allora primario di dianimazione e ora direttore sanitario, lo aveva giudicato inadeguato, benché nei due anni precedenti e consecutivi l'avesse segnalato come primario di eccellenza.
Meloni, in attesa e certo di riconferma, si era dimesso convinto di mettere Soru con le spalle al muro e costringerlo a cacciare l'assessora per non privarsi di lui. Calcolo rivelatosi infondato: Soru ne accettò le dimissioni. Nonostante lo sfrenato battage a suo favore del solito quotidiano di cui è stato da vent'anni il beniamino, con un rapporto privilegiato (molti giurano che continui, e sia anzi fonte di ispirazione primaria, mentre il manager è a capo dell'impero dei Floris).
Meloni veniva esaltato per ogni evento riguardante il “Brotzu” e con sinergie preferenziali di comunicazione ospedaliera affidate allo stesso gruppo editoriale anche quando il padrone era Nichi Grauso. L'uscita di Meloni, accolta per metà con soddisfazione e per l'altra metà con rammarico al nosocomio, ha successivamente e casualmente coinciso con un'esposizione mediatica anti-“Brotzu”: ora ha raggiunto l'acme su ogni episodio negativo, vero e presunto. Mentre prima tutto era perfetto e in ordine, nell'allora tempio esemplare della sanità sarda.
In verità covava molto malessere imbrigliato. Col picco dopo la sciagura che privò l'ospedale di un cardiochirurgo cui migliaia di cittadini, dopo la morte, manifestarono in forme clamorose, plebiscitarie e commoventi una stima e una gratitudine che mai si erano viste. La scomparsa di Alessandro Ricchi, della sua equipe e dei piloti dell'aereo precipitato mentre portava a Cagliari un cuore da trapiantare, suscitarono enorme commozione ma anche polemiche. Cui diede voce, con accuse tra le lacrime e manifestazioni di rimorso, proprio Valentino Martelli in una conferenza stampa assieme a Meloni.
Un'intervista al Corriere della Sera suscitò lo sdegno di Meloni che licenziò Martelli, “pentitosi” prontamente e riammesso nelle grazie e all'orecchio dei vertici dopo una lettera di scuse piuttosto umiliante a Meloni. Al quale si era attribuita la responsabilità di aver rifiutato, con motivazioni formalmente ineccepibili, la nomina a primario di Sandro Ricchi. Benché esercitasse il ruolo da 14 anni: da quando Martelli si era messo in aspettativa politica. Un rifiuto confermato da Meloni anche una settimana prima della tragedia e che aveva notoriamemente, dolorosamente e visibilmente amareggiato il generoso e sfortunato Sandro Ricchi: ben sostituito da Emanuele Cirio, anche lui senza primariato e spesso in rotta con Martelli.
Quella tragedia portò allo scoperto, benché ovattate per prudenza, grandi tensioni e malesseri di altro genere esistenti al “Brotzu”, nonostante la facciata impeccabile ed esaltata sulla stampa e tv amiche: con mezzo ospedale che aspettava come una liberazione la fine della gestione Meloni e l'altra metà che la temeva e sperava non arrivasse mai. Perché sempre, e a quel punto in particolare, si sono combattute in quello scatolone di cemento grigio grandi guerre di potere, più o meno occultate, che coinvolgevano - divisi - molti primari di comando, mentre gran parte degli aiuti e assistenti era estranea o si sentiva impotente e frustrata da conflitti che li penalizzavano.
L'uscita di scena di Meloni, abile manager, con eccellenti qualità ma anche afflitto da un complesso del migliore (si parla di bonapartismo che ne oscurava il valore), aprì la strada a Mario Selis, pare proposto da Antonello Cabras, subìto dalla Dirindin ma accettato da Soru. Una gestione da subito difficile per gli affanni di bilancio e le carenze organizzative strutturali coincise con i tagli alla sanità: in precedenza non erano emerse né mai segnalate, era tutto perfetto, esemplare.
Selis si è trovato a maneggiare una megapatata bollente, tra mille insidie e trappole. Ora molti, e parecchi delusi, denunciano un immobilismo gestionale e una carenza decisionale che hanno aggravato i malesseri. Con tantissimi medici di media fascia che lamentano un superlavoro misconosciuto e non gratificato. Mentre il gruppo dei primari, con vecchia rivalità e nuove alleanze di potere, conducono battaglie nel proprio interesse fra tensioni crescenti.
Molti senatori stanno lasciando per ragioni d'età o nuove insofferenze il ruolo. È in corso da anni una perdita di professionalità alte, talora baronali, senza che si sia promosso un ricambio all'altezza nonostante la presenza di validissimi aiuti di alto livello, grande impegno, sacrificio e generosità encomiabili. Uno dei tappi maggiori è, incidentalmente, proprio Valentino Martelli, primario dopo dodici anni da parlamentare, che sbarra la strada a Cirio. All'interno viene vissuto negativamente come il simbolo di comando del vecchio potere interno, benché abbia avuto grandi e indimenticabili benemerenze per la cardiochirurgia sarda.
Tornato in sala operatoria dopo una lunga assenza, Martelli non casualmente è stato il portavoce di un durissimo, veemente attacco al manager Selis durante la recente visita del ministro Livia Turco. Attacco rintuzzato da Nerina Dirindin anziché dallo stesso Selis, con una caduta di immagine che è stata segnalata proprio dai tanti medici che non si sono sentiti affatto rappresentati, per molteplici e magari confliggenti ragioni, dall'exploit polemico di Martelli. Del quale si pronostica la nomina a capo del dipartimento, liberando infine il ruolo di primario negato anche al povero Ricchi.
Non c'è dubbio che l'ospedale abbia gravi problemi che attendono risposte adeguate, organizzative e gerarchiche. Ma a pagare sono soprattutto molti dei migliori giovani, o gli ex giovani che ormai hanno 40-50 anni e restano al palo. Situazione difficile ma non così disastrosa per i malati come viene fatto apparire con una martellante campagna mediatica forse ispirata da qualcuno. E quasi sempre centrata su eventi legati ai trapianti. Specie a quelli di fegato, col primario-dominus Zamboni, giunto da Torino e che ha ottenuto alcuni risultati notevoli ma anche suscitato fortissime reazioni negative.
Si pensa sia “coperto” da Nerina Dirindin e di sponda da Selis, dunque sotto schiaffo anche per questo da quanti contrastano l'una e l'altro. Ma anche per la conflittualità creatasi attorno a lui, alle imponenti risorse umane e finanziarie che assorbe, per un rapporto umano moltio difficile con tanti colleghi e collaboratori. Ed ecco che gli infortuni o presunti tali sui trapianti, specie di fegato, vengono sbattuti sull'informazione, sfruttati politicamente come dimostrazione dell'ospedale allo sbando nella sua totalità.
È una distorsione clamorosa e iniqua. Intanto perché infortuni, anche più gravi, ci sono stati anche in passato. Ma la passerella dei trapianti, per la forza non solo mediatica della sua lobby nazionale prima capeggiata dall'ex ministro Sirchia (incriminato per corruzione, tra parentesi) è stata celebrata spettacolarmente sugli stessi giornali e tv che ora ne contestano ogni passo falso.
E questo fa esplodere la rabbia della maggioranza dei medici, sempre oscurati nella buonasanità che hanno prodotto e producono nell'ospedale. Non sopportano che il “Brotzu” venga illuminato o colpevolizzato solo per una parte, molto glamour ma minima del lavoro in ospedale, che lascia nell'ombra i problemi e gli operatori di tanti reparti dove passano e sono ben curati migliaia di pazienti all'anno, contro le poche decine di trapiantati.
È una querelle antica, non strumentalmente aperta 25 anni da un grande professionista e personaggio: Sergio Muntoni, il miglior medico internista, diabetologo e prestigioso ricercatore con studi sull'arteriosclerosi e ricerche d'avanguardia sul campo sponsorizzate dal Cnr. Agli inizia degli anni ottanta, l'equilibratissimo Muntoni lanciò un pacato ma severo allarme. I trapianti e l'eccessiva importanza e clamore che hanno - perché presentati al pubblico e dai giornali come il top della medicina - assorbono troppe risorse umane e finanziarie, penalizzano il ruolo e il ben maggior rilievo di massa del resto dell'attività ospedaliera. Non possono essere usati come vetrina-spettacolo in danno di tutto il resto, dei medici e dei malati.
Gli rispose furente, contestando il primario più prestigioso del “Brotzu”, proprio Franco Meloni, allora direttore sanitario. Alla fine Muntoni lasciò perdere, benché tanti gli dessero ragione: continuò nel riserbo la sua eccezionale attività. Ora è in pensione, esercita in privato con pazienti che lo riguardano sempre come un maestro inimitabile: un figlio è a capo di una sezione di ricerche d'avanguardia a Londra. Ma Sergio Muntoni si ritroverà perfettamente nelle polemiche di oggi che aveva anticipato inascoltato 25 anni fa.
Sulla sua linea, e non certo per sottovalutazione dei trapianti ma solo chiedendo più equilibrio e meno vetrina, è la maggioranza dei medici del “Brotzu”. Dove c'erano e ci sono, alcuni ora in affanno, reparti d'eccellenza nei quali passa la gran parte dei malati. Fare classifiche sarebbe ingeneroso, ma è ben noto che la radiologia (con ecografia, Tac e RMN di alto livello) e la nuova Pet, la nefrologia e l'urologia, il laboratorio e la cardiologia (in rivolta per superlavoro, con personale sottodimensionato), lo stroke unit (l'unità anti-ictus), emodimanica, ostetricia e ginecologia, dermatologia sono di tutto rispetto, se non le migliori in Sardegna con altri settori.
Da questi reparti e dagli operatori che non vanno in passerella benché siano le vere strutture portanti dell'ospedale, arriva un rifiuto sommesso ma deciso all'insostenibile pesantezza, al primato e al potere della lobby dei trapianti. Peraltro avviati storicamente in urologia-nefrologia con Mariano Cicu e Paolo Altieri. E proseguiti brillantemente in cardiochirurgia da Valentino Martelli e ora da Cirio.
E qui torniamo all'inizio, all'offensiva arrembante della destra. Usando come pretesto il “Brotzu” per attaccare la Dirindin (purtroppo ne ha chiesto la testa anche un personaggio di valore come Antonello Soro: peraltro ottimo medico dermatologo). Con spezzoni del centrosinistra, si porta avanti un attacco indiscriminato che rischia veramente di mettere in una luce negativa l'ospedale nella sua interezza. L'assessora ha toppato alcuni passaggi, con un eccesso di interventismo dirigista, scavalcando il manager, e ha prestato il fianco a nuove accuse relativamente a Zamboni, mal sopportato e troppo potente. Selis è sotto tiro per indecisionismo: glielo contestano anche professionisti che l'avevano accolto con sollievo e speranze.
I guai del “Brotzu” sono tanti e seri. Il modo peggiore per non risolverli è questo assalto all'arma bianca, condotto anche da pezzi del centrosinistra, specie dalla Margherita dell'ex assessore Paolo Fadda, con sodali esterni. Delegittimare il grande ospeale agli occhi dei cittadini sardi, dopo averlo esaltato anche troppo per vent'anni, è operazione oscura, trama pericolosa contro l'interesse generale.
Ma lo spirito che anima i detrattori (generalizzando per colpire poche persone) riflette lo spirito antico, specie della destra cagliaritana. Parlo non per sentito dire ma per esperienza e conoscenza dirette. L'ospedale, finito, non doveva essere aperto. Era questa la decisione dei baroni della sanità privata, che comandavano in politica, nell'urbanistica, in tutto inclusa la medicina pubblica.
Agli inizi degli anni ottanta, fu scatenata un'offensiva senza precedenti. Contro Emanuele Sanna, primo assessore comunista alla sanità (allora personaggio ben diverso e ben più credibile di oggi), contro il cattolicissimo Giommaria Solinas: portò e ospitò a Cagliari, con l'indimenticabile moglie Mercedes, Madre Teresa di Calcutta. Ex segretario generale della Regione e allora commissario straordinario dell'ente ospedaliero, Solinas dovette querelare e fece condannare alcuni diffamatori vicini alla Cisl sanità, dove comandava Mariolino Floris.
Fu decisiva, a differenza di oggi, la battaglia sostenuta dall'Unione Sarda per contrastare i potentissimi baroni privati: da Mario Floris, su Professori, a Paolo Ragazzo e altri, capeggiati dall'allora onnipotente Armandino Corona. Il quale chiese, non per ostilità personale ma per interessi superiori, il mio licenziamento all'editore del giornale che gli aveva reso visita: quel grand'uomo, non estraneo ma neanche schiavo del potere, ricusò cortesemente.
Altri tempi, stessi interessi con personaggi che hanno trasferito agli eredi la loro arroganza. Con Forza Italia, nel 1994, c'erano i rampolli di Floris (l'attuale sindaco Emilio,capogruppo), i fiduciari di Ragazzo e altri, il figlio di Emilio Pirastu (dal Pci a Berlusconi tramite Corona), il figlio Giorgio dell'Armandino massonico-regional-nazionale, un figlio di Bruno Randazzo dell'Aias (ora sono due, gli onorevoli della multiregionale handicap) e tanti medici pubblico-privati pagati dagli ospedali dove lavoravano la metà di quanto facevano nelle cliniche, guadagnando quattro volte tanto.
Questa è cronaca ma anche storia e verità provata. La sanità era un mondo malato e anche immondo. Lo è meno, anche se è ancora lontana dal meglio. Ma attenti alle forze che vogliono ristabilire il loro dominio e attaccano il “Brotzu” per colpire chi si oppone al ristabilimento di un'egemonia stracarica di miliardi pubblici incassati a man salva, contrari a ogni concorrenza. Hanno ostacolato con metodi e sostegni indecenti l'apertura della magnifica struttura privata a Quartu della famiglia Scanu: un concorrente intollerabile da battere con l'aiuto di amministratori pubblici.
Non vogliono regole nelle case di cura, finora dominanti e incontrollabili benché sostenute dai soldi regionali. Rivogliono il controllo della sanità pubblica (con compari del centrosinistra) per farla fruttare al meglio elettoralmente. Partono dal “Brotzu”, ignorando il resto, per puntare al bersaglio grosso. «C'è una manovra per affossarlo», giura Pierpaolo Vargiu. La manovra è quella appena descritta per il passato e il presente. C'è stata un'involontaria “confessione” di una strategia a largo spettro. Da sfidare come quando si dovette lottare per imporre l'apertura del “Brotzu”: doveva restare chiuso.
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