mercoledì 13 giugno 2007
di Giorgio Melis
È giusto e doveroso fare i conti al Consiglio regionale. Davanti a un costo incontrollato (la Corte dei conti non può mettere becco nell'autogestione assembleare), lievitato quest'anno a quasi 103 milioni di euro, il controllo sociale è essenziale. Per marcare una politica che pare il pozzo di San Patrizio, dove i soldi dei cittadini precipitano senza mai toccare il fondo.
Però, per onestà intellettuale, bisogna sempre distinguere da gestione a gestione, di legislatura in legislatura. Per verificare se ci siano differenze sostanziali. Salti di quantità normali o sensazionali. Passaggi abnormi anche col cambio di maggioranza politica. Siamo dovuti risalire molto indietro. Ma la serie storica dei bilanci del Consiglio porta a scoperte clamorose: per contrasto, impongono riconoscimenti positivi al presente ed esaltano un passato non tanto remoto ma obliato. Attribuendo invece la maglia nera, benché d'oro a 24 carati, al recente passato.
Un record strabiliante va alla legislatura 1999-2004: quella “comprata” dal Polo col passaggio di alcuni consiglieri eletti dal centrosinistra e “convertiti”, anche con assessorati e molto altro potere. A pochi mesi dal voto, traslarono dal Partito popolare (dimezzato dalla diaspora) in Fortza Paris, entrata nella maggioranza e nelle Giunte di Mario Floris, Mauro Pili e Italo Masala. Per l'esattezza furono primi e decisivi Pasquale Onida, quello del nuovo saltafosso tentato e naufragato nel voto di domenica a Oristano, Pietrino Fois, Silvestro Ladu e poi altri due colleghi.
Protagonista, dominus del Consiglio, quasi faraone contestatissimo per mille episodi che squalificarono la carica, è stato Efisio “Moro Seduto” Serrenti, presidente dal 1999 al 2004. Sotto il suo regno controverso, ma con l'indispensabile complicità dell'assemblea stimolata al peggio dal vertice, il bilancio letteralmente esplose.
Un boom di spese incredibile. In neanche cinque anni aumentarono del 70 per cento, una media di crescita del 14 per cento all'anno. Cifre da capogiro. Nel 1999, ultimo mezzo anno dei cinque di presidenza di Gian Mario Selis durante le sei Giunte Palomba, il Consiglio ci era costato 115 miliardi di lire (equivalenti a 59milioni 600 mila euro: la nuova moneta era ancora arrivata). Dopo il passaggio quinquennale di Serrenti, nel 2004 il bilancio dell'assemblea era schizzato a 101 milioni 350 mila euro (circa 200 miliardi di lire), appunto cresciuto del 70 per cento. Una roba strabiliante: più 42 milioni di euro (ottanta miliardi in lire) di vertiginosa lievitazione.
Uno scandalo passato quasi inosservato. Era perfettamente coerente e inquadrabile nel quinquennio nero delle Giunte di centrodestra. Gli anni in cui il padrone della Regione era Romano Comincioli, oggi senatore di Forza Italia e di nuovo nel mirino della magistratura lombarda. Gli anni dello scialo sfrenato, del saccheggio del denaro pubblico, del debito impennatosi fin quasi ad affondare le casse della Regione. Dei progetti faraonici di Pili col ministro Lunardi, dighe e acqua dalla Corsica con una condotta sottomarina nello stretto di Bonifacio: 1.500 miliardi (lire) la spesa prevista, cassata da Soru.
Gli anni di molti scandali (Fideuram e altri) venuti a galla dopo, e ora a processo, con molti imputati protagonisti della Sardegna da bere e depredare. Di appalti truccati e bocciati dal Tar, altri vergognosamente pilotati: specie nel campo della pubblicità istituzionale. Nelle cascate di denaro a giornali e tv per pubblicazioni e trasmissioni improbabili. Nelle gare miliardarie per grottesche forniture informatiche (il figlio del ministro Beppe Pisanu, rappresentante della multinazionale Accenture, alla corte di Mauro Pili come consulente ad personam). Senza dimenticare i 400 miliardi di edifici da comprare dagli amici, deliberati dalla Giunta Masala a urne aperte, con le casse regionali sfondate: anche questi affari cancellati da Soru.
Poiché molti, specie gli interessati, hanno la memoria corta, è bene ricordare a tutti, soprattutto al Polo moralista di oggi (benissimo) le sue recenti nefandezze: ben oltre lo scandalo di Parentopoli e i concorsi truccati al Consiglio, ancora sub-judice.
Questo le scenario generale ancora da chiarire e sanzionare in molte parti rimaste impunite. Nel Consiglio l'andazzo fu assolutamente in linea, nel silenzio di tutti, tranne qualche voce isolata che ancora oggi prova a gridare. Quella nefasta legislatura, bisogna pur sottolinearlo senza far sconti a nessuno, legittima almeno in parte l'attuale, benché con l'enorme vulnus della perdurante mancata trasparenza. Dai 101 milioni 350 mila euro del 2004, quasi tutto sotto l'egida di Serrenti, quest'anno il Consiglio spenderà 102 milioni 900 mila euro: con cinque consiglieri e quaranta dipendenti in più. Un aggiustamento fisiologico, temperato forse anche dalle contestazioni polemiche che da anni chi scrive ha mosso su vari mezzi di informazione, in solitudine o quasi.
Lo scempio della gestione Serrenti rivaluta il presente (se non traligna) ed esalta il passato recente. Ovvero i cinque di presidenza del Consiglio di Gian Mario Selis. Sotto la sua guida, il bilancio del Consiglio era nel 1994 di circa 45 milioni di euro (quasi 87 miliardi di lire). Cinque anni dopo, nel 1999, all'avvento di Serrenti, era cresciuto complessivamente di 28 miliardi di lire, più 30 per cento (sei all'anno): 115 miliardi di lire, in euro 59 milioni 600 mila. Che Serrenti ha portato nel 2004 appunto a 101 milioni 350 mila euro: 70 per cento di crescita. Questi sono i numeri, eloquenti, scandalosi e occultati.
Ma il regno di “Moro Seduto” si è distinto per molte altre vicende disastrose per il ruolo istituzionale e per altre voci di spesa memorabili, come promozioni pazzesche e creazione di nuovi, inutili, costosi servizi. Intanto, Serrenti esordì col famoso voto dietro la tenda, facendo cadere la Giunta Selis. Primo, unico presidente a schierarsi in maniera decisiva per una coalizione (il Polo, che l'aveva eletto dopo la sua uscita dal Psd'az), contro la governabilità. Mai accaduto nelle assemblee legislative, screditando la figura istituzionale del presidente arbitro-non giocatore.
Incoraggiato dal successo, su sua proposta aumentò poi l'indennità di viaggio per sé da 80 a 800 euro al giorno. In lire, un milioneseicentomila al dì: saranno bastate per qualche tramezzino? Sui suoi viaggi leggendari con accompagnatori (perfino alle isole Far Oer, ai confini del Polo: quello geografico), rifiutò di dare ogni notizia specie sulle spese, anche ai consiglieri. Per ragioni di privacy, che l'allora segretario generale Lorenzo Pirina (quello della liquidazione da 700 mila euro) invocò rigidamente con i consiglieri. Compiendo «una palese violazione d'atti d'ufficio che ha risvolti non solo politici»: come ha scritto Selis in un prezioso volumetto sui misfatti del malgoverno del centrodestra.
Inoltre Serrenti istituì un ufficio legale con tanto di avvocati di nessun corso precedente, assunti come consulenti: benché la Regione abbia un servizio giuridico cui poteva accedere anche il Consiglio, che oltre tutto poteva avvalersi dell'Avvocatura dello Stato.
In questo dominio illuminato, sobrio e parsimonioso, non poteva mancare la ciliegina sulla torta serrentiana. All'ultimo giro di valzer, premiò i giornalisti dell'ufficio stampa. Gratitudine per l'ottimo servizio reso. Solo da qualcuno, penserete. No: premiali tutti per gratificare qualcuno. Li nominò sul campo tutti caporedattore (nei giornali ci si arriva in pochissimi e dopo tanti anni): Rosanna Romano, che tante volte lo aveva intervistato mentre lavorava a Sardegna Uno, Claudio Cugusi, Paolo Baggiani (per meriti e anzianità conclamati) e Antonio Delitala, che però spiega di non aver firmato. “Decorati” quattro su sei, ma perché gli altri due giornalisti in servizio (Lucio Piga e Mario Carboni) i gradi li avevano già.
Pensate a un giornale composto tutto da generali senza un solo ufficiale, sottufficiale o soldato semplice. Straordinario: come i costi aggiuntivi in stipendi, Tfr e varie indennità. La munificenza dell'imperatore “Moro Seduto”. Tutto pagato con i nostri soldi. Però, povero Serrenti, gli è stata negata la pensione di invalidità politica (un pacco di soldi di risarcimento e un ulteriore vitalizio) perché dieci anni prima gli era stato trapiantato il cuore: eppure, da invalido, si vantava con tutti di strepitose performance sessuali, indicando anche partners note.
Questa storia pazzesca, citata da Gian Antonio Stella nel suo bestseller come esempio unico di arroganza politica, merita un capitolo a parte. Anche perché non risultò a lieto fine: ci volle una battaglia durissima. con risposte ambigue e perfide a difesa della scandalosa delibera, per imporre la retromarcia al Consiglio: iniquo congedo per il più memorabile presidente dell'autonomia sarda.
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