sabato 9 giugno 2007
di Giorgio Melis
Se ne parla da due mesi come di una storia esplosiva. Un top secret talmente segreto che tutti scantonano appena vi si accenna. Come maneggiare una bomba atomica o gli archivi della Cia: alla larga, allarme rosso. E tutte, diconsi tutte le decine di persone interpellate, giurano di aver solo sentito dire di somme favolose: senza saperle quantificare.
Quantifichiamole: somme favolose come i 700 mila euro - bigliettone più, bigliettone meno - destinati alla liquidazione del dottor Lorenzo Pirina, segretario generale del Consiglio regionale dal 1987, andato in quiescenza platinata il 15 marzo scorso. I 700 mila euro sono la buonuscita dopo 35 anni di servizio e quasi 20 nel ruolo apicale della dirigenza consiliare. Per ognuno degli anni di servizio, Pirina ha incassato 20 mila euro. Tradotto in lire, un totale un miliardo e 400 milioni, quaranta milioni di buonuscita per ogni anno di servizio. Naturalmente si tratta di cifre lorde. Calcolando una ritenuta fiscale del 35 per cento, gli sono rimasti in tasca circa 455 mila euro netti, poco meno di 880 milioni di lire.
Cifre astronomiche, che pensavamo destinate ai grandi manager, ai boiardi pubblici e privati che gestiscono imprese ed enti (tipo Enel, Eni, Alitalia, Fiat e grandi banche), i quali peraltro hanno contratti a termine e a rischio: non un impiego blindato e a vita. E su scala nazionale, non per l'assemblea legislativa di una regione con un milione seicentomila abitanti. A memoria d'uomo, nessuna buonuscita nel settore pubblico in Sardegna era mai arrivata a livelli paragonabili. A fronte di questa liquidazione da nababbi, naturalmente c'era uno stipendio che viene calcolato, in attesa di informazioni precise (come si hanno per i manager, i segretari del Quirinale, della Camera e del Senato: tutti pubblici), in circa 200 mila euro l'anno.
Riassumendo, il dottor Pirina aveva un compenso annuo di 200 mila euro (400 milioni di lire), incassa una liquidazione di 700 mila e avrà una pensione annua lorda di non meno di 100-150 mila euro: per le somme esatte attendiamo un'informativa precisa e doverosa. Da un Consiglio che, passando ad altri settori, anche per non cadere in sospetti silenzi corporativi, spende ogni anno per l'ufficio stampa (con cinque giornalisti: Lucio Piga, Antonio Delitala, Rosanna Romano, Claudio Cugusi e Alessandro Aramu), 700 mila euro di stipendi, più 50 mila euro di Irap sui compensi e 60 mila per anticipazioni sul loro Tfr.
Un Consiglio che in più spende 150 mila euro all'anno per i servizi delle agenzie giornalistiche e altri 120 mila per (riportiamo la voce del bilancio) “redazione stampa e dell'editoria elettronica”. Un fiume di denaro che si somma ai costi per gli 85 onorevoli in carica, i 272 ex più eredi, e i 160 dipendenti. Questi ultimi costano mediamente 110 mila euro all'anno e percepiscono, a correzione di quanto scritto in precedenza, non 15 ma 16 mensilità. La sedicesima è il frutto di strabilianti contratti interni consolidati all'ingrasso nei decenni.
Pensate che ogni due anni il personale fruiva di un aumento automatico degli stipendi pari al sette per cento, ora ridotto al cinque. Ecco come si arriva ai 103 milioni di euro annui (205 miliardi in lire) che il Consiglio costa ai sardi: senza alcun controllo, tranne quello interno che appare come incentivo e istigazione a spendere sempre più, in uno scialo miliardario che per la verità è frenato dal 2004.
Avevamo cominciato la nostra inchiesta ottenendo con difficoltà i grandi numeri aggregati. Siamo riusciti, con pazienza e tra mille muri di gomma, ad articolarli nelle voci non solo omnicomprensive ma di dettaglio. Dire che siamo rimasti un poco tramortiti è una mezza verità. Accompagnata a un doveroso furore per la cortina di opacità, mancanza assoluta di trasparenza sui conti del Consiglio. Con un'annotazione dovuta: c'è un ceto privilegiatissimi di funzionari e dipendenti vari, specie quelli con anzianità notevole, con compensi, liquidazioni e pensioni da far impallidire quelli dei consiglieri. I quali oltre tutto ogni cinque anni rischiano di saltare e tornare a guadagni “umani”, benché con vitalizi sontuosi.
È una partita che va portata in piazza, non nel senso rivoltoso, ma perché venga resa pubblica a tutti. Per superare la barriera di omertosa e connivente copertura tra politici e personale. Non c'è stato un solo dipendente e quasi nessun politico che abbia speso una parola per spiegare, giustificare (e come?) o censurare questo sistema. Dove sono i grilli parlanti, democratici e moralisti dall'estrema sinistra all'estrema destra? Tutti acquiescenti e silenti, acqua in bocca e tasche piene.
La Sardegna politica è stata ripresentata da Renato Soru, in un'intervista ad Alberto Statera su la Repubblica, con gli abiti francescani e dimessi di chi taglia sprechi e sperperi, in controtendenza rispetto al grande scialo, poniamo, della Sicilia e della Campania. Per quanto attiene una parte della Regione vera e propria, c'è del vero. Sobrietà e austerità sono state introdotte in costumi già libertini e sfrenati. Senza esagerare, però. Soru ha riciclato per l'ennesima volta una serie di misure avviate positivamente. Ma non sa, non riesce o non vuole andare avanti, e molte riforme sono rimaste al palo o a mezza strada.
Per il Consiglio, invece, lo scandalo è permanente. Altro che Sardegna francescana. Nel bestseller di Gian Antonio Stella (“La casta: come i politici italiani sono diventati intoccabili”) c'è un evento sardo indimenticabile col quale si passò in testa, scavalcando Palermo e Napoli, in termini di allucinante abuso dei soldi pubblici. Nel libro di Stella si richiama il caso delle “pensioni di invalidità politica” sotto l'egida di Efisio Moro Seduto Serrenti. Decise dal Consiglio e bloccate a stento, fino alla revoca, grazie alla denuncia su La Nuova Sardegna di chi scrive. Gian Antonio Stella ci costruì poi pezzi memorabili sul Corriere della Sera, riassunti nell'ultimo libro.
Quella vicenda avrebbe dovuto imporre una moralizzazione a tutto campo nell'assemblea. Invece tutto è continuato come prima. Solo ora - sotto l'incalzare delle nostre contestazioni serrate, sulle quali gli altri giornali e tv sarde glissano alla grande, pur avendo ben altri mezzi di denuncia e per imporre la consegna dei dati occultati - si sta pensando di fare qualcosa almeno per la trasparenza. Ma ormai è poco, quasi niente: s'impongono misure radicali, non pannicelli caldi.
Perché davanti all'enormità dei dati che riguardano il segretario appena pensionato - sia ben chiaro, niente di personale: è il sistema, tutto formalmente legittimo, che produce questi casi abnormi benché senza precedenti in passato - non si può chiedere ai cittadini di restare calmi e tranquilli e accettare spiegazioni tecniche quando lo stomaco ribolle di umori furenti.
E veniamo al caso esemplare, nel quale ci sono forse pesanti anomalie riconducibili alla politica. Non si può dire nulla di sicuro, perché appunto in Consiglio hanno tutti il sasso in bocca: se lo sono cacciati da sé, gradevolissimo, con retrogusto aurifero. Lorenzo Pirina, sassarese, laurea in giurisprudenza, era da vent'anni segretario generale del Consiglio. Per due anni era stato ricacciato indietro. Due funzionari, Carlo Lavena e Giuseppe Caboni (segretario facente funzioni in carica) avevano ricorso contro la sua nomina, decisa dall'allora presidente Emanuele Sanna. Sostenevano che non avesse i titoli necessari e li avessero invece loro, specie Lavena, che aveva anche maggior anzianità.
Il Tar diede in testa a Pirina, che fu sostituito da Lavena. Ma una successiva, e molto controversa, sentenza del Consiglio di Stato cassò la decisione del Tar e riportò Pirina in sella. Carlo Lavena, per protesta, se ne andò in pensione anticipatamente. Da quel momento, siamo nel 1990, Pirina diventa il dominus di lunghissmo corso dell'apparato consiliare. Gradito e pare anche molto coccolato dai successivi presidenti: Lello Mereu, Mariolino Floris, Gianmario Selis e, soprattutto da Efisio Serrenti.
Non ci sono conferme, ma pare che nel ventennio della sua dirigenza, Pirina abbia fruito di indennità ad personam: naturalmente lecite, nella discrezionalità delle varie presidenze (non tutte). Così che la sua remunerazione annua sarebbe lievitata fino ai circa 200 mila euro che pare abbia raggiunto nel 2006.
Naturalmente sarà totalmente e formalmente corretta la liquidazione da circa 700 mila euro che gli è stata corrisposta il 15 marzo scorso, quando dopo un ventennio ha preso congedo da una poltrona strepitosa, dove guadagnava forse più dei presidenti del Consiglio. Potrà ora godersi buonuscita e pensione da 100-150 mila euro lordi dopo una dura vita di lavoro, mai sufficientemente compensata. Il Guinness dei primati lo merita tutto: nessun sardo vorrà e potrà contestarlo.
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