venerdì 1º giugno 2007
Interventi.
di Marinella Lőrinczi *
Questo scritto risale, nella sua forma originaria, a qualche tempo fa, quando in Sardegna infuriavano altre polemiche linguistiche. I tempi e le condizioni sono cambiate, da allora, ma le polemiche sono ancor più accese, in quanto credo che ora vi sia e si percepisca una volontà decisionista che male si accorda con la gestione democratica di un bene comune qual è e quali sono la lingua e le lingue di tutti. Perciò credo che questo lavoro, ritoccato qua e là, conservi la sua attualità.
Abbiamo davanti a noi l'intricata situazione linguistica di un'Unione Europea formata attualmente da 27 stati membri e di 23 lingue ufficiali. Nel 1951, quando fu fondata la prima istituzione comunitaria, le lingue ufficiali erano quattro: francese, inglese, tedesco, olandese. Nel frattempo l'inglese come lingua internazionale ha raggiunto posizioni di privilegio che manterrà ancora per lungo tempo.
Il riconoscimento di principio e la tutela legislativa della diversità linguistica europea continua a scontrarsi con le necessità dell'integrazione, della semplificazione e quindi della relativa uniformazione. Questi complicati equilibri linguistici vengono gestiti quotidianamente dalle istituzioni europee, con l'investimento di risorse considerevoli nelle attività di traduzione e d'interpretariato. Ma quale sarebbe lo scenario linguistico migliore? Utilizzare molte lingue? Utilizzarne poche, alcune, ma quali? Optare per una sola lingua, l'inglese (English only)? Gli esperantisti vorrebbero che fosse invece scelto l'esperanto, lingua equidistante da tutte e non nativa in quanto artificiale, che tutti potrebbero imparare soltanto a scuola.
Questi sono gli interrogativi ai quali si devono dare risposte convincenti, realistiche e non discriminatorie. In questi rapporti di forza tra le lingue non vi è nulla di spontaneo o di naturale. Allo stesso modo ogni sentimento linguistico, l'amore per una lingua o il disprezzo, non è innato ma è prodotto dalla storia. Per cui ogni principio ritenuto buono e utile può essere sostenuto e sviluppato, ogni stortura può o deve essere evidenziata e corretta.
Il principio ideologico e giuridico irrinunciabile sostenuto dall'Unione Europea in materia di lingue e di educazione linguistica è quello della salvaguardia della diversità linguistica europea. Le varie norme comunitarie e nazionali che si preoccupano delle sorti delle lingue regionali o minoritarie, come ad esempio del sardo, si sono nutrite proprio di tale principio. Tuttavia nella concretezza delle pratiche linguistiche il principio della diversità viene seriamente compromesso, sia all'interno delle istituzioni comunitarie sia nella società.
Persino nelle università europee - istituzioni per lo più pubbliche in cui ragioni culturali, anzi “multiculturali”, imporrebbero un'offerta linguistica ricca e perciò adatta a soddisfare le curiosità dei giovani e le necessità culturali - alle cosiddette lingue “minori”, cioè di minor diffusione areale o di minore utilità internazionale, vengono tarpate le ali o peggio (vengono semplicemente eliminate), e si continua a favorire le lingue “grandi”, potenti e ricche (e di questo passo tra un po' lo diremo al singolare) che non abbisognano di nessun sostegno speciale pubblico ed istituzionalizzato.
Anche il progetto “Sardinia Speaks English” soffre del fatto che incoraggia apertamente l'oligolinguismo scolastico in una situazione di tendenza all'oligolinguismo. Ma organizzare ed insegnare un'ampia gamma di lingue straniere costa; di conseguenza, per abbattere i costi si abbattono le lingue. E quindi, all'insegna del managerialismo rampante (produrre utili a tutti i costi) e del pragmatismo di convenienza (indossare un'uniforme linguistica trendy) si constata l'ovvio: tutti sono per l'inglese.
Come dire che tutti devono saper scrivere, far di conto, saper usare il computer , ecc., se vogliono vivere a questo mondo. È ovvio e scontato. Ma l'inglese internazionale, come la scrittura, come la televisione, è un mezzo. I veri contenuti, i messaggi veritieri, si formano altrove: nell'educazione (che oggi deve essere “continua”), nella prassi sociale, nel dibattito democratico e plurilingue in tutti i sensi.
Come conciliare con questo quadro generale le problematiche attuali della lingua sarda? È indubbio, anche senza sondaggi approfonditi, che molti sardi adulti, i più, sono favorevoli a far sopravvivere dignitosamente il sardo, senza però accanimenti terapeutici. Chi per una ragione, chi per un'altra, chi per scriverci letteratura, chi per usarlo in famiglia, chi per usarlo anche in luoghi più formali, in pubblico, chi per pregare, chi per farlo imparare ai bambini che non lo parlano spontaneamente, chi per farci le battute spiritose. L'attaccamento è forte, sentito, ma ognuno lo vive a modo suo e questa varietà di motivazioni potrebbe o dovrebbe rispecchiarsi nella variegatura effettiva, reale, del sardo e dei suoi usi.
Tuttavia, ad un certo punto, pochi anni fa, una commissione regionale istituita per dirimere la questione dell'ufficializzazione del sardo decise all'unanimità per una certa soluzione, per una koiné, cioè per una lingua comune - sa Limba Sarda Unificada - costruita a partire dalle varietà centrali: un esempio per tutti, usare limba e non lingua.
Un po' come voler favorire l'inglese a scapito delle altre lingue europee (mi si conceda il paragone non del tutto corretto). Padronissima di dirlo, di sostenerlo e di volerlo attuare se anche gli altri lo vogliono. Alcuni però manifestano, anche pubblicamente, una profonda disapprovazione dell'eventuale imposizione di una lingua costruita a tavolino e di stampo nuorese e a quel punto parte della commissione, la quale evidentemente non ha fatto i conti fino in fondo con il sentimento linguistico altrui, capitola.
Spaccatura vistosa da cui nascono due tendenze; quella della soluzione binomiale (cioè delle due norme) campidanese/logudorese, l'altra della Limba de mesania che rispetto alla LSU sposta verso Sud e individua nella concreta parlata di Samugheo il modello linguistico della limba (sempre limba!) comune. Con la Limba sarda comuna la situazione è in pratica immutata: «Limba Sarda Comuna. Adotzione de sas normas de referèntzia de caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de s'Amministratzione regionale.»
Con che cosa non aveva fatto i conti, a mio modo di vedere, la summenzionata commissione regionale, della prima volta? Con un dato del senso comune isolano che, diversamente dalla proposta della LSU , ritengo sia ancora operante e che si può raccontare così, sintetizzando il suo processo di formazione.
Sono di vecchia data, in Sardegna, le contrapposizioni e le rivalità tra il Capo di Sotto e il Capo di Sopra. Non solo. Sono profondamente radicate. Ricordo, una quindicina d'anni fa, quanto mi ha sorpresa la battuta di un signore, originario di Sinnai e fiero di esserlo, il quale sosteneva che a Sassari, se una macchina targata Cagliari si fosse trovata con la ruota appena appena sul marciapiede, il vigile immancabilmente l'avrebbe multata.
Alle Contese e rivalità tra Cagliari e Sassari padre Raimondo Turtas dedicò un capitolo nella sua amplissima Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila (1999). Il periodo di riferimento è l'arco di tempo compreso tra il secolo XVI e gli inizi del secolo XVIII, quando la questione del primato, politico ed ecclesiastico - culturale in generale - accende le passioni non soltanto dei ceti dirigenti ma anche della gente comune. “Confronti”, “gare”, “lotte aperte”, falsificazioni (di titoli, documenti e reliquie), episodi di intolleranza, guastarono la convivenza civile ed ebbero effetti duraturi. La richiesta, nel 1543, di fondare l'università sarda si concluse, per queste ragioni, con la costituzione di due atenei.
Come ricorda pure Antonio M. Corda (Le iscrizioni cristiane della Sardegna anteriori al VII secolo, 1999), la gara, nei primi decenni del Seicento, tra le diocesi di Cagliari e Sassari per la dimostrazione della maggiore antichità dell'una o dell'altra portò a scoperte, spurie ma anche effettive, di reperti cristiani (epigrafia, reliquie, ecc.) e in questo modo sviluppò in Sardegna l'interesse e l'attività archeologici.
Un altro autorevole studioso assai famoso, il francese Maurice Le Lannou, pubblicava nel 1941 Pastori e contadini di Sardegna. La «lunga contrapposizione fra pastori (soprattutto montanari e nomadi, cioè transumanti) e contadini (soprattutto abitanti le pianure e stanziali)» sembra costituire uno dei punti nodali della sua analisi. Le mitizzate montagne del globo intero, presunto «luogo di tutte le resistenze» (Brigaglia), paese «per uomini liberi» (Braudel), dove - tornando alla Sardegna - «l'antica razza sarda si è conservata molto più pura che nella pianura» (Max Leopold Wagner), si contrappongono, anche nell'immaginario degli studiosi moderni, romantici tardivi, alla promiscuità (costitutiva, al limite, cioè “congenita”) delle zone costiere, infettate per secoli da barbarie, traffico e commercio (come diceva Giovanni Spano nell'Ottocento e altri prima di lui).
Stereotipi culturali di questo tipo si riscontrano tra Settecento e Novecento un po' dovunque nella letteratura specialistica. Lo affermo con cognizione di causa. Nel lontano 1980-82 mi ero presa l'ingrato compito di raccoglierli e di pubblicarli, soprattutto in riferimento ai giudizi di valore (“autentico, vero, arcaico, puro” e i loro corollari e contrari) che hanno ricevuto le varietà dialettali sarde nei discorsi dei filologi. Condensati in poche pagine davano e danno da pensare. Cava gli occhi che i linguisti-filologi otto-novecenteschi prediligono il logudorese-nuorese, se non altro per inerzia intellettuale. Ed emerge quindi, nuovamente, una contrapposizione tra Nord e Sud.
Niente di strano, quindi, che gli ideatori di uno standard linguistico sardo sovraregionale, i quali non devono essere soltanto specialisti, professionisti della lingua, e che in nessun'occasione del genere lo sono stati, siano già orientati in una direzione o in un'altra, o, per compensare, in entrambe. La consapevolezza, però, dell'esistenza dei pregiudizi serve a ridimensionarli.
Si è insistito troppo, a mio avviso, sulle “accese” discussioni pubbliche sorte intorno alla LSU, a seguito della divulgazione del progetto. E poi sul suo “fallimento”. Vorrei ricordare che il nocciolo di tale problematica, cioè la propensione per una norma di scrittura uniformizzata, circola in pubblicazioni straniere già dal 1999-2000. La commissione allora istituita dalla Regione si era orientata su posizioni simili, e poteva farlo in tutta autonomia. Si possono consultare i verbali.
Essendomi occupata di problemi di ideologia linguistica che caratterizzano l'area della lingua romena, so per esperienza che le fughe in avanti, i progetti pionieristici, i ripensamenti finalizzati alla costituzione di nuovi equilibri cultural-politici, le beghe di corridoio e le “accese” discussioni pubbliche, le presunte coerenze e le evidenti incoerenze, sono parte integrante del gioco, cioè del fenomeno di progettazione di un futuro linguistico, alla cui conclusione e per la cui conclusione si deve però raggiungere un compromesso tra le varie posizioni, variamente motivate. Se si vuole agire democraticamente.
Basta non forzare i tempi, che è l'unica raccomandazione sensata che si può esprimere, e non importare o imporre modelli funzionanti altrove. I tempi storici possono peraltro anche inficiare la validità di tali preoccupazioni, di qualsiasi segno. D'altronde le riforme linguistiche, o comunque le iniziative di politica linguistica - e la standardizzazione consapevole e studiata a tavolino è un'azione politica - spesso sono positive ed opportune, altre volte invece possono diventare incoerenti e grottesche. Dipende dalla situazione storica concreta e dalla cultura politica e storica delle parti in causa.
Grottesco è stato sul piano scientifico, in Romania, l'accanirsi, agli inizi degli anni Novanta, nell'ortrografia, contro la î (“i con circonflesso”, definita dagli ignoranti lettera “comunista”) per favorire nell'ortografia l'estensione della lettera â (“a con circonflesso”, più “latina”). Ha vinto la seconda, proprio quella che non aveva il sostegno della maggior parte dei filologi romeni e stranieri. E si son dovuti rifare i dizionari, e c'è stata una generazione di ragazzi tormentata da questioni ortografiche. Il tutto è traducibile in costi economici e sociali. Anche questo deve essere materia ed occasione di riflessione.
Ultimamente, negli studi linguistici, si parla molto di “sentimento linguistico”, di “giudizi sulla lingua”, di “percezione soggettiva della lingua0ö, come espressi e formulati dai parlanti stessi, che in questo modo riacquistano la posizione che spetta loro, quella di detentori del patrimonio linguistico. Non necessariamente custodi. Ascoltiamoli, pertanto, tutti, con interesse, rispetto e distacco.
La levata di scudi dei campidanesi contro gli articoli determinativi sos - sas è stata un segnale importante; ma pochi sanno che verso la fine del Settecento l'eccellente naturalista Francesco Cetti, nell'introduzione ai Quadrupedi di Sardegna (1774) indicava proprio nel contrasto tra sos - sas del Capo di Sopra contro is del Capo di Sotto, uno dei confini linguistici più importanti. Tale caratteristica linguistica differenziatrice doveva quindi essere già allora oggetto di discussione e probabilmente, come succede, di scherzi. Ha, quindi, ragione chi vuole is.
Ma cosa cambia dire is limbas anziché sas limbas? Perché limba e abba sono oggi tanto ‘identitarie’ mentre non lo erano affatto nell'Ottocento, come testimoniano ottimamente i falsi documenti medievali di Arborea? Ci sarà per caso lo zampino dell'Accademia che ha creato un certo modo di sentire? Io direi di sì.
Le varietà attuali delle lingue nazionali europee devono molto al modello del parlato colto. Se anche in Sardegna accadesse questo, se cioè si sviluppasse un parlato colto urbano, come sembra stesse avvenendo nella Cagliari dei primi dell'Ottocento (secondo quanto si può evincere dai lavori di Vincenzo Raimondo Porru), la partita sarebbe in buona parte vinta. Per due ragioni: innalzamento di prestigio e formazione spontanea di una koinè colta tendenzialmente unitaria. Perché le koinè spontanee popolari esistono già e il sentimento linguistico della bipartizione campidanese-logudorese si fonda certamente anche su questo.
* docente di Filologia romanza, Università di Cagliari
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