martedì 29 maggio 2007
di Elvira Corona
«Benvenuti a Juarez, il Municipio più dinamico e progressista della frontiera nord del Messico…». I saluti e l'orgoglio di Héctor Murguía Lardizábal, governatore del Municipio, sul sito istituzionale di Ciudad Juarez. Un milione e mezzo di abitanti, bagnata dal Rio Bravo che fa da confine naturale con gli stati Uniti, la città è il primo passo per i gringos nel “cortile di casa”. Insegne al neon nelle strade del centro, tirato a lustro con i soldi facili del narcotraffico, con i profitti delle maquiladoras (le fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera che godono di particolari privilegi fiscali) e del turismo.
Ma per le giovani donne che arrivano a Juarez da tutto il Messico in cerca di un lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, il benvenuto non è scontato. La maggior parte di loro si stabilisce nelle Colonias, le zone periferiche della città, dove vivono le persone povere e dove neppure il diritto di vivere è garantito. Qui, ombre di assassini liberi e impuniti si aggirano per le strade buie.
Dal 1993, anno in cui si è iniziato a contarle in maniera sistematica, si registrano oltre 400 donne uccise - spesso dopo essere state torturate, stuprate e mutilate - e oltre 600 scomparse. È difficile contare sui dati ufficiali e le cifre probabilmente sono sottostimate e fanno già rabbrividire, tanto da aver portato alcuni studiosi (per lo più antropologi) a coniare un triste neologismo, il femminicidio.
Ma le uccisioni di donne raggiungono cifre allarmanti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala, El Salvador e in tutto il Centroamerica. Questo fenomeno viene per lo più ignorato dall'opinione pubblica e considerato dalle autorità locali inesistente, probabilmente per non turbare equilibri già precari, in questi paesi. Ciudad Juárez comunque è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”.
Loro - le donne e le loro famiglie - si sentono abbandonate e impotenti di fronte a tanta violenza e impunità. Per questo nel 2001, Marisela Ortis Rivera insieme ad altri familiari e amici delle vittime di questi assurdi femminicidi, hanno deciso di fondare l'associazione “Nuestras Hijas de Regresso a Casa” (le nostre figlie di ritorno a casa): innanzi tutto per creare una rete di solidarietà tra le famiglie che hanno perso una parente, ma anche con l'intento di far sapere al resto del mondo che cosa succede a Ciudad Jurez e pretendere giustizia.
È con questo intento che la signora Ortiz Rivera, per la prima volta in Italia, ha partecipato lo scorso fine settimana ad una serie di iniziative organizzate dalla Consigliera di parità della Provincia di Cagliari, Tonina Dedoni, grazie anche all'impegno di un comitato di solidarietà cittadino, affinché Ni una mas (non una di più) sia vittima di questa inconcepibile morte.
Marisela Ortiz Rivera è stata l'insegnate di Lilia Alejandra Garcia Andrade, 17 anni, ritrovata morta dopo cinque giorni di torture e sevizie, in un campo incolto. Solo allora la signora Ortiz Rivera ha capito che quello che raccontavano i giornali e le autorità erano solo falsità, «dei veri e propri insulti all'intelligenza umana». Così ha raccolto il coraggio e si batte per difendere la memoria della sua allieva e quella di tutte le altre vittime, chiedendo giustizia.
Professoressa, come si vive oggi a Ciudad Juarez?
«Ci sono due posizioni predominanti. Una parte degli abitanti vive nel terrore: sono quelli colpiti da vicino da questi omicidi, sconvolti per l'accaduto e ancora con la paura che possa succedere di nuovo, perché magari hanno altre donne a rischio in famiglia. Vivono nel terrore anche gli attivisti, quelli che come me lavorano per fare giustizia: io stessa sono stata minacciata di morte più volte. Poi c'è l'altra parte della popolazione che non si rende conto di quello che succede, che legge i giornali, vede la tv e sente le dichiarazioni di polizia e amministratori pubblici: loro minimizzano il problema, fanno credere che riguardi solo una tipologia di donne, prostitute, drogate, che magari vanno in giro la notte vestite in maniera provocante, o magari hanno delle relazioni con uomini violenti».
Non è così?
«No, non è solo così. Questi omicidi colpiscono donne che in comune hanno solo la modesta estrazione sociale e il fatto di trovarsi sole e indifese. Molte di loro lavoravano nelle maquiladoras, quindi spesso uscivano di casa con un camice da lavoro lungo fin sotto il ginocchio, non certo con vestiti provocanti. Mass media e autorità locali tendono a rassicurare i cittadini, criminalizzando le vittime, per far credere che le persone per bene non hanno di che preoccuparsi. Capita spesso che i giornali mettano in prima pagina le foto delle vittime: magari non si sa ancora neppure il nome, ma loro sanno già che era una prostituta. I parenti non sono stati neppure avvisati, si ritrovano le foto agghiaccianti delle loro care sui giornali, e al dolore per il fatto in sé si aggiunge quello per le menzogne che vengono raccontate».
Che motivo hanno le autorità e i mezzi di comunicazione per comportarsi così?
«Coprono qualcuno, e così facendo si rendono complici di questi omicidi. Dietro questi assassini ci sono i clan mafiosi, i narcotrafficanti. Juarez è ormai un centro nevralgico di traffico di droga con gli Stati uniti, più importante persino di Medellin. Girando per strada si vede ricchezza e benessere nel centro e miseria e discriminazione nelle periferie. I cadaveri di queste donne, bambine, madri, studentesse, vengono ritrovati con dei segni di estrema violenza, sessuale e non solo. Alcuni con dei veri e propri messaggi incisi nel corpo, destinati ad altri gruppi mafiosi. Le persone coinvolte sono dei pezzi grossi, degli intoccabili. La polizia e le autorità spesso sono coinvolte, direttamente o indirettamente. Da un po' tempo a questa parte non fanno ritrovare neppure i cadaveri, così da non andare ad aumentare la lista ufficiale di assassinate».
Perché tanta violenza nei confronti delle donne?
«Non è semplice da spiegare. È un problema sociale molto complesso, il fatto che le donne debbano spostarsi da sole in un'altra città per trovare lavoro, la situazione di città di frontiera quale è Juarez, riti di iniziazione che vengono richiesti per far parte di clan malavitosi. L'impunità nella quale queste persone agiscono non fa altro che dare un senso di onnipotenza a questi criminali e rendere sempre più complicata la soluzione dei crimini e la giustizia».
Vi siete rivolti alle istituzioni federali?
«Si, ai tempi di Vincente Fox: furono individuati un centinaio di responsabili di negligenza nella conduzione delle indagini e per l'impunità dei responsabili, quando individuati. Ma poi non è successo nulla, perché la questione è rimasta interna allo Stato di Chihuhaua. Alla fine è andato tutto in prescrizione. Ho avuto anche modo di incontrare personalmente Felipe Calderon, prima che venisse eletto presidente. Ascoltò con attenzione e con le lacrime agli occhi, promettendo di impegnarsi per risolvere questa gravissima situazione. Ma ora che è alla presidenza, abbiamo chiesto udienza più volte in questi mesi e nessuno ci ha dato ancora risposta. Paradossalmente è più facile richiamare la sua attenzione dall'estero, piuttosto che in Messico».
Per questo ha deciso di portare all'attenzione internazionale la sua battaglia per la giustizia?
«Si, i politici messicani sono molto interessati all'opinione che hanno di loro all'estero. È più facile ed efficace parlare all'estero che nel mio paese. Se quello che succede a Juarez succedesse in Europa, sarebbe inammissibile e provocherebbe delle reazioni immediate. Per fortuna stiamo ricevendo molta solidarietà, e questo è molto importante per noi: non sentirci soli, e sapere che dall'altra parte del mondo ci sono persone che ci sostengono, ci dà la forza per continuare».
Avete l'appoggio della Chiesa cattolica?
«No, l'appoggio si limita alla solidarietà di qualche sacerdote sensibile, che magari dedica una giornata di preghiera per le vittime. Ma il vescovo della città per esempio ha preso una posizione vergognosa e denigrante per noi amici e familiari delle vittime. Ha dichiarato che questi fatti succedono a persone lontane dalla chiesa, prive di valori e per questo punite. Non vogliono che si parli di questo problema sociale perché dà una brutta immagine della città. In realtà noi sappiamo bene che tante chiese sono state costruite con i soldi dei narcotrafficanti, che vivono sotto la protezione delle istituzioni, anche di quelle ecclesiastiche».
Che cosa si può fare da qui per la vostra causa?
«Per noi è molto importante che nel resto del mondo di sappia quello che succede a Ciudad Juarez, la diffusione delle notizie è fondamentale. La solidarietà che riceviamo non ci fa sentire sole: i consigli e il sostegno di tutti ci danno la speranza che presto si possa avere giustizia sociale e politica per queste vittime innocenti».
Il 30 maggio Marisela Ortiz Rivera incontrerà il presidente della Camera Fausto Bertinotti. Un'occasione per mettersi subito al lavoro, visto che l'Italia ora siede nella Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite.
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