l'altra voce.net


sabato 19 maggio 2007

Un anno dopo, appuntamento con la verità
sulla morte dell'ambulante abusivo
legato a un letto per giorni in Psichiatria

di Elvira Corona

Che cosa sia davvero successo la mattina del 15 giugno 2006 in piazza IV Novembre, a Quartu Sant'Elena, non si può dire con certezza. Si sta ancora tentando di ricostruire i fatti in base alle testimonianze di chi quella mattina era là, magari per comprare un po' di frutta dal Giuseppe Casu, 60 anni, venditore ambulante senza licenza. Quello che è certo è che il signor Casu - una settimana dopo quella fatidica mattina - giaceva nell'obitorio dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, ucciso ufficialmente da una trombo-embolia polmonare.

Una morte che lascia tanti dubbi. Per questo, a pochi mesi da quella tragedia, è stato costituito il “Comitato Verità e Giustizia per Giuseppe Casu”, con l'intento di fare luce sull'intera vicenda e garantire che vengano accertate le responsabilità per la morte di quest'uomo che, come dice la figlia Natascia, «godeva di buona salute» eppure è morto in circostanze assurde. Ma ancora di più perché casi come questo non si verifichino più. È passato quasi un anno, e proprio perché questa triste storia non cada nell'oblio e per fare in modo che non ci siano altri Giuseppe Casu, ieri a Cagliari è stata organizzata un'assemblea pubblica alla casa dello studente di via Trentino.

Ma chi era Giuseppe Casu? «Una persona indimenticabile, esuberante, uno che si faceva notare. A volte un po' rompiscatole…»: lo ricorda così, col sorriso sulle labbra, una delle fondatrici del Comitato, Francesca Ziccheddu. Lei lo conosceva e lo vedeva spesso con la sua moto-ape parcheggiata in piazza IV Novembre. Una piazza non a caso, in realtà il signor Casu era solito vendere la sua merce nella via San Benedetto, ma negli ultimi mesi gli era stato intimato dalla polizia urbana di sgomberare, ed era stato raggiunto da numerosissime multe perché lavorava abusivamente.

Multe che lui regolarmente pagava, per poi riprendere la sua attività. Ma l'ultima, arrivata il giorno prima che venisse travolto da questa storia tragica, era di 5.000 euro: davvero troppo alta per poter essere pagata. Il 15 giugno 2006, ricorda chi c'era, si presentano nella piazza i vigili urbani e notificano a Giuseppe Casu l'ennesima multa. Lui perde le staffe, e in pochi istanti compaiono nella piazza anche i carabinieri, che dopo una breve colluttazione ammanettano l'ambulante.

Nel frattempo è arrivata anche un'ambulanza e un giornalista fotografa la scena. Si sta praticando un TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio. Cioè si sta prelevando con la forza - e contro la sua volontà - una persona per sottoporla a un trattamento medico. Un intervento disciplinato dalla legge 180, nota anche come legge Basaglia: quella che nel 1978 ha disposto la chiusura dei manicomi. La motivazione ufficiale del grave intervento è l'agitazione psicomotoria di Giuseppe Casu. Ma molti dicono che ci fu soltanto la normale reazione di una persona esasperata, dopo due multe impossibili in poco più di 24 ore.

Eppure quella reazione ha portato il vice sindaco di Quartu (la firma sulle carte è di Antonio Lai) a giustificare un trattamento «che in realtà è da applicare solo in casi estremi, e comunque sempre a tutela del paziente», come spiega Gisella Trincas, presidente dell'ASARP, l'Associazione Sarda per l'Attuazione della Riforma Psichiatrica. «Il TSO è uno strumento da utilizzare in casi di grave crisi, quando il paziente non accetta volontariamente le cure. Il provvedimento è firmato dal sindaco dietro richiesta di un medico, convalidato da un secondo medico e notificato al giudice tutelare», continua la Trincas. «La procedura è volutamente articolata, perché si limita la libertà delle persone».

Secondo la presidente dell'ASARP, «a volte invece questo strumento, al quale si dovrebbe ricorrere in via del tutto eccezionale, viene confuso e usato per garantire l'ordine pubblico, o comunque per fini che non sono quelli strettamente sanitari, come era nello spirito della legge». Il caso di Quartu lascia ancora molti dubbi. Il Comune in quel periodo stava conducendo una battaglia per la legalità, e Giuseppe Casu era probabilmente una seccatura. Tanto che il giorno dopo l'Unione Sarda raccontava il fatto come una vittoria (dell'amministrazione e della città): Sgombero forzato: se ne va anche l'ultimo ambulante.

Dopo la baruffa per strada, Giuseppe Casu era stato ricoverato presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, legato mani e piedi e sedato. Pratica anche questa estrema, e regolata da norme per la contenzione, cioè la limitazione della libertà di movimento del paziente. Questa misura deve essere provvisoria, in attesa che la cura farmacologia faccia effetto. E proprio per la sua eccezionalità e per la grave limitazione alla libertà del paziente, prevede che siano rispettate regole strettissime: ad esempio l'obbligo di tenere un registro per annotare tutto quello che succede durante questa delicata fase (che dovrebbe essere la più breve possibile, e comunque mai superiore alle 12 ore); deve essere garantito e annotato un controllo del paziente ogni 15 minuti; deve essergli concesso di fare dei movimenti per 10 minuti ogni 2 ore.

Il povero signor Casu invece, raccontano i suoi familiari, è rimasto legato mani e piedi per sette giorni, oltre ad essere stato quasi costantemente sotto effetto di sedativi. E non ha ricevuto cure. Fra l'altro, non risultano accertamenti per una mano gonfia e livida (forse per la colluttazione nel giorno del prelievo coatto), e neppure per la presenza di sangue nelle sue urine.

Il rapporto scritto al termine dell'inchiesta interna disposta dalla ASL - su sollecitazione della famiglia e dall'ASARP - riconosce che «se pur la contenzione fisica poteva essere giustificata come rimedio di urgenza e pertanto momentanea, non è giustificata per un periodo cosi lungo e “sommata” ad una contenzione farmacologica». Le conclusioni dell'inchiesta lasciano pochi dubbi: «La commissione interna ritiene non accettabile, e pertanto censurabile sotto il profilo clinico, oltre che etico, un così prolungato provvedimento di contenzione fisica in assenza di tentativi finalizzati alla sua interruzione, e ha accertato un approccio clinico insufficiente». Cioè per Giuseppe Casu non sono stati effettuati i consueti esami per valutare le sue condizioni di salute generali. La conclusione della Commissione è che dovrà essere «accelerato il processo di cambiamento di organizzazione, dell'operatività e dei protocolli terapeutici in uso nel reparto di psichiatria».

Interrogazioni sulla vicenda erano state presentate subito in sede comunale, regionale e parlamentare. Tra gli altri, erano intervenuti Paolo Pisu, allora presidente della commissione per i Diritti civili in Consiglio regionale, e il senatore Mauro Bulgarelli, entrambi presenti ieri alla conferenza. Ora è in corso un'inchiesta della magistratura.

Rimangono tanti interrogativi. Per Giuseppe Casu, reo di una banale violazione amministrativa - l'abusivismo in commercio, una di quelle che tanti compiono tutti i giorni senza subire magari alcuna sanzione - era davvero necessario utilizzare un trattamento così estremo? E come fa notare Riccardo Combet, anch'egli del “Comitato Giustizia e Verità per Giuseppe Casu”, «il trattamento sanitario obbligatorio è stato utilizzato per fini sanitari o solo per impedire all'ambulante abusivo di continuare la propria attività?». Un trattamento che si registra sempre più frequentemente, e per l'80% dei casi - sottolinea il senatore Bulgarelli - per casi simili a quello di Giuseppe Casu.

Quanta discrezionalità possono avere i medici in situazioni come queste? Ai familiari che chiedevano perché il loro caro fosse ancora legato, veniva risposto che non era ancora opportuno liberarlo, e loro, persone normali senza conoscenze mediche specifiche, si erano fidati dei camici bianchi. Probabilmente non sarà facile stabilire se ci sia stato un legame diretto tra la morte del signor Casu e le negligenze di chi avrebbe dovuto occuparsi di lui. Ma nessuno - l'assemblea di ieri l'ha detto chiaramente - è disposto ad accettare un'archiviazione senza colpevoli. Uno di quei casi di malasanità che ogni tanto capitano e per i quali nessuno paga.


Google
 


© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari