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martedì 15 maggio 2007

Interventi.

Troppi profeti di sciagure sul futuro
de sa limba: più che il PIL
dovrebbe contare chi scrive in sardo

di Giacomo Ledda

A giudicare dal numero degli articoli e dalle autorevoli firme, l'interesse del giornale verso il sardo sembra notevole. Escludendo però qualche riflessione pacata e aperta al dialogo, la maggior parte degli articolisti mi sembra più interessata alla sepoltura della lingua sarda, con tutti gli onori ovviamente, che non alla sua conservazione.

Già alcuni titoli non le lasciano scampo: «destinata agli scaffali», «è una assurda violenza», e via affossando. Il bersaglio degli articoli è apparentemente la Limba Sarda Comuna (LSC), ma in realtà, sotto il primo strato di insulti emerge l'ostilità verso il sardo e la sua normalizzazione.

Le cifre dello studio socio-linguistico che mostrano una discreta salute del sardo vengono messe in dubbio da qualcuno, mentre quelle che mostrano uno stato di salute più delicato o critico vengono esaltate e presentate come prova della morte ormai imminente della lingua. Per non apparire comunque come istigatori unici della pulizia linguistica, si chiamano a raccolta intellettuali e scrittori, anzi questi “scendono in campo”. Vengono presentati come scrittori «che utilizzano il sardo nei loro libri» e che non hanno la minima intenzione di «uniformare il loro linguaggio a uno standard regionale precodificato». Sono scrittori più o meno conosciuti, alcuni tradotti in altre lingue; tutti però hanno in comune una cosa: sono presenti nelle librerie nella sezione “narrativa italiana“. Il loro parere conta quanto quello di scrittori in lingua russa che criticano la normalizzazione della lingua estone, o lituana, per esempio.

Manca invece nel giornale il parere, che certamente non sarà uniforme, di scrittori che scrivono in sardo; i lettori hanno il diritto di sapere che esistono e che possiedono un'opinione in merito alla normalizzazione della lingua. L. Pusceddu, G. F. Pintore, G. Carta, M. Puddu, T. Patatu, P. Pillonca, M. Danese sono alcuni di questi nomi. Qualcuno ha chiesto il loro parere sulla normalizzazione?

Un'ultima considerazione: la politica, «che non può sposarsi con la religione della lingua, poichè gli effetti non possono essere che di stampo fondamentalista», sentenzia un altro “sceso in campo”, dando a intendere che le istituzioni non si devono immischiare nelle sorti della lingua. Quindi le istituzioni, per esempio, dello stato di Israele non si sarebbero dovute immischiare nelle sorti della lingua oggi ufficiale in quello stato? E neanche le autorità maltesi, o estoni?

Qualcun altro poi non prende in consederazione il catalano poichè questa lingua si è imposta perché si è imposta la sua economia. Detto in altre parole: l'economia sarda è debole, quindi è inutile tentare di normalizzarne la lingua. A partire da quale cifra di P.I.L., chiedo, è lecito sperare di salvare la propria lingua?


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