sabato 12 maggio 2007
Interventi.
di Roberto Bolognesi
Sono un partigiano de sa limba e me ne vanto.
Da partigiano dichiarato, allora, voglio fare alcune precisazioni sulle cose affermate da Giovanni Lupinu nel suo articolo dell'8 maggio scorso.
Ero a Paulilatino il 5 maggio e, a quanto mi risulta, né Renato Soru né il pubblico hanno contestato i dati della ricerca sociolinguistica. Tutti i “partigiani” che hanno parlato si sono dichiarati molto contenti di quei risultati. Sono state contestate invece l'interpretazione e la presentazione di quei dati.
Lupinu, anche nell'articolo citato, non si è limitato a presentare i dati. Ha detto anche che i dati sono stati falsati dagli intervistati! Lupinu taglia corto: «Se si va a domandare alla gente se è razzista, le risposte si possono attendere in partenza: all'interno di un'inchiesta in cui gli intervistati hanno percepito un interesse verso le parlate locali, hanno detto di saperle parlare anche molti che in realtà non lo fanno mai, ciò che è confermato dai dati sull'uso, che vengono minimizzati dai partigiani della limba (che magari non hanno mai letto in vita loro un libro si sociolinguistica)».
Non sarebbe perciò vero che il 68% dei sardi parla una delle lingue locali. Siamo di fronte a uno spettacolo inusuale: la contestazione dei risultati della propria ricerca. Auguri!
A questo punto viene solo da ridere pensando a quello che sarebbe successo se la ricerca fosse stata affidata a un “partigiano” della limba.
Lupinu deduce dai suoi dati che molti degli intervistati abbiano “contato balle” agli intervistatori. La sua deduzione sarebbe basata sul fatto che poi, da altri dati, appare che il sardo viene usato in poche situazioni, in nessun caso in situazioni formali.
Lasciando stare che questa deduzione è contestabile (ed è stata infatti contestata a Paulilatino), è comunque certo che una deduzione non è un dato. Uno dei dati è che il 68% dei sardi dichiara di parlare la nostra lingua. Un'altro dato è che i sardi usano poco la loro lingua, soprattutto con amici e parenti in situazioni informali.
Bisogna individuare un rapporto convincente tra questi due dati. Evidentemente Lupinu, dando dei bugiardi agli intervistati, non è riuscito a convincere il pubblico di Paulilatino. Il pubblico ha rumoreggiato - e secondo me in modo neanche eccessivo - e Lupinu l'ha invitato «ad essere civile».
Il fatto che i sardi usino la loro lingua in poche occasioni si può spiegare in molti modi, e probabilmente esistono effettivamente ragioni molteplici per questo fenomeno: la stigmatizzazione dell'uso del sardo in occasioni formali è, per esempio, senz'altro una di queste ragioni, ma questa non viene neppure presa in considerazione da Lupinu. L'unica spiegazione che propone è: «Gli intervistati contano balle».
Evidentemente all'Università di Sassari hanno sviluppato una macchina per leggere il pensiero degli altri. Solo cosí Lupinu potrebbe essere riuscito a sapere quanti sono i sardi che parlano effettivamente la loro lingua.
Ma quanti sono quelli che hanno mentito? «Molti» ci dice Lupinu. Si, ma quanti sono questi “molti”?
E come fa a sapere quanti sono quelli che il sardo lo parlano davvero e dai quali bisogna sottrarre il numero di quelli che contano balle?
Ma forse Lupinu ha svolto segretamente un'altra ricerca sociolinguistica, intervistando soltanto gente che non conta balle.
Balla! Attendiamo trepidamente di conoscere i risultati della sua inchiesta segreta, alternativa e contrapposta alla sua stessa inchiesta ufficiale.
L'altra imprecisione contenuta nell'articolo di Lupinu è la seguente: “C'è un'altra cosa, infine, sulla quale i soriani si son guardati bene dal pronunciarsi: la ricerca ha mostrato in modo netto che i sardi, riguardo a un utilizzo ufficiale della Regione Sardegna, hanno preferenza per una varietà esistente, non per una varietà di compromesso (quale è la LSC). Può spiegare Soru, che ha preteso che questa domanda fosse inserita nel questionario, perché non ha atteso di conoscerne l'esito? Forse il presidente è abituato a circondarsi di persone che dicono solo di sì, e a Paulilàtino si è visto benissimo. Pretendere, però, che una ricerca sociolinguistica faccia altrettanto forse è un po' troppo. Anche per Soru».
Penso che, dato neanche io a Paulilatino ho detto di no a Soru, a questo punto mi debba considerare un “soriano”: devo essermi distratto quando è successo, ma buono a sapersi!
Ma andiamo al sodo: la LSC non sarebbe una varietà esistente, ma una varietà di compromesso.
Lupinu ha apparentemente ragione: la LSC non coincide esattamente, cioè al 100%, con nessuna varietà tradizionale del sardo. Ma chi ha mai decretato che la coincidenza debba essere del 100%? Basta pensare al rapporto tra l'italiano e il toscano.
Stando alle mie misurazioni, la LSC coincide per il 90,03% con il dialetto di Abbasanta. Questo dato vale nel caso in cui si prendano in considerazione anche le differenze lessicali tra le due varietà. Le differenze lessicali si possono però escludere dal confronto, dato che la LSC lascia libera la scelta delle parole. La coincidenza fonetica arriva in questo caso al 92,68%.
Allora Lupinu ha sí ragione, ma soltanto per il 7,32%, o per 9,97% se si tiene conto anche del lessico. Per il resto ha torto.
Lupinu nel suo articolo non fa riferimento a questi dati che ho presentato a Paulilatino e che sono contenuti nella relazione della mia ricerca che anche lui ha ricevuto.
Dato che l'Università di Amsterdam ancora non dispone del software che permette di leggere il pensiero altrui, mi astengo da qualsiasi speculazione su questa omissione.
E colgo quest'occasione anche per anticipare i prevedibili attacchi a i miei dati, e sollevo io stesso il dubbio che la mia posizione di controllore e, fino a un certo punto, di controllato può far sorgere. Io ho collaborato alla stesura della proposta della LSC e poi ho condotto la ricerca per stabilire quali sono i rapporti tra la LSC e i dialetti tradizionali. I miei dati sono affidabili?
Comincio subito dicendo che mi guardo bene dall'autoproclamarmi “persona al di sopra di ogni sospetto”. Sospettare di me è più che lecito. Sono un uomo con i suoi interessi, le sue passioni e i suoi desideri, esattamente come tutti gli scienziati. E la scienza è terreno di scontro di grandi passioni e grandi interessi.
Per questo gli scienziati si sono dotati di metodologie chiare e trasparenti. Per difendersi da se stessi e dagli altri, gli scienziati usano dei procedimenti verificabili e ripetibili da altri scienziati.
Chi dubita dei miei dati ha solo da ripetere la ricerca. Per verificare, per esempio, se la distanza tra la LSC e il dialetto di Abbasanta corrisponde davvero 7,32%, basta andare ad Abbasanta con la lista delle parole impiegate e intervistare alcuni parlanti native, trascrivendo poi la loro pronuncia nell´alfabeto fonetico X-sampa (disponibile in Internet). Dopo aver trascritto anche le parole secondo le regole di pronuncia della LSC, basterebbe mandare il tutto a Wilbert Heeringa all´Universitá di Groninga. Heeringa è una persona gentile e non si rifiuterebbe di farlo.
Chi non si fidasse di Heeringa (che potrebbe essere in combutta con me) potrebbe rivolgersi a John Nerbonne, capo del dipartimento di linguistica computazionale a Groninga, e chiedergli di mettere a disposizione il software necessario. Dopodiché la ricerca potrebbe essere interamente ripetuta.
Chi non si fidasse proprio di nessuno, potrebbe aprire un dipartimento di linguistica computazionale nelle universitá sarde e fare tutto da solo.
Spero proprio che qualcuno decida di non fidarsi per niente e di far partire la linguistica computazionale in Sardegna. Sarebbe finalmente la volta buona per avere anche in Sardegna una linguistica adeguata ai tempi.
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