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venerdì 11 maggio 2007

Interventi.

Il sardo, lingua a rischio estinzione
richiede cure personalizzate
Stiamo attenti ai medici interessati

di Giovanni Lupinu

Esiste una disciplina giovane che si chiama pianificazione linguistica: il suo scopo è la facilitazione della vita linguistica dei parlanti, come è chiarito in un recente manuale, ove si puntualizza anche che, nonostante si tratti di una disciplina complessa, implica un lavoro da linguisti.

Questa disciplina diventa cruciale quando si intenda operare a favore delle cosiddette minoranze linguistiche, riguardo alle quali già da qualche anno si assiste, a livello europeo, al formarsi di un atteggiamento di apertura, finalmente. Si tratta di un fatto di grande democrazia e tutti dovrebbero rallegrarsene.

Uno dei compiti che attendono chi voglia operare in questo campo è quello di avere un quadro aggiornato, puntuale, non ideologico della realtà a favore della quale si intende agire: lo strumento principe per realizzare questo scopo è costituito dalle inchieste sociolinguistiche.

Come quando si va dal medico è opportuno compiere le analisi ad hoc per comprendere quale sia la situazione e, in caso di malattia, vedere quanto compromessa sia la salute per trovare cure adeguate, così succede per le lingue “in pericolo di estinzione” (come le chiama l'UNESCO, che vi include anche il sardo): le misure a sostegno di una lingua minoritaria - ove la politica ritenga utile assumerne - non possono essere standardizzate, fisse, ma devono essere flessibili, tarate sulla situazione concreta.

Questo si è cercato di fare anche in Sardegna: la ricerca sociolinguistica commissionata dalla Regione (dietro indicazione della Commissione tecnico-scientifica sulla lingua sarda) aveva l'obiettivo di rispondere a questa necessità.

Quando si esce dai confini della ricerca e si entra in altri campi, specie quello della politica, affiorano mille problemi. La lingua, la propria lingua, non è un freddo oggetto di studio, ma un qualcosa che implica un riferimento costante alla propria esperienza e alla propria affettività: anche le politiche linguistiche meglio studiate possono fallire perché questi elementi non sono facili da ponderare.

Personalmente, mi è toccato sentir dire e leggere che sarei contro il sardo e a favore dell'italiano perché a Paulilàtino mi sono permesso di affermare, contro i facili ottimismi, che il sardo (ma anche il gallurese, il sassarese e l'algherese) è un malato grave (il che vuol dire che la cura deve essere adeguata): ricordo soltanto che ho dato una buona mano all'amico Raimondo Turtas sulla questione della liturgia in lingua sarda curando il libro “Pregare in sardo”. Chi vuole potrà andarlo a vedere e giudicare da ciò che scrivo nell'Introduzione.

In ogni caso, questo è il destino dei linguisti: mentre nessuno pensa di interloquire coi medici quando parlano di disfunzioni tiroidee o altre cose simili, quando si tratta di lingue tutti sono in grado di fornire etimologie e dare soluzioni a problemi più o meno spinosi; il linguista persuade solo quando ha idee uguali alle proprie (o se accetta di farle diventare tali, come vorrebbe, qualche volta, la politica).

Mi preme dire un'altra cosa: l'Università, da cui sia Anna Oppo che io prendiamo lo stipendio, ci consente grande autonomia. Non penso che quanto noi ricaviamo dai nostri studi possa essere posto sullo stesso piano di quello che dicono persone che - in modo diretto o indiretto - ricevono lo stipendio dalla Regione Sardegna. Non è solo un fatto di competenza, ma anche di libertà intellettuale.

Chi ha davvero a cuore il destino del sardo, dunque, deve operare con grande serietà e rigore: lasciare da parte stupidaggini tipo lo spirito di rivincita nei confronti dell'italiano che troppo spesso viene evocato (con termini quali “colonialismo” etc.: non dimentichiamo che il sardo discende dal latino, che è stato imposto brutalmente dai Romani), e puntare a obiettivi realistici.

Il primo obiettivo, sempre per fare riferimento alla pianificazione linguistica, dovrebbe essere quello di far crescere il sardo non dall'alto, ma dal basso: se si tralascia l'uso del sardo in famiglia, cruciale per la sopravvivenza di una lingua, e si punta direttamente a usi istituzionali e colti, il fallimento è assicurato, come mostrano recenti esempi in Europa. Senza dire del cattivo uso di soldi pubblici.


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