mercoledì 9 maggio 2007
di Anna Oppo
La stampa ha dato conto della giornata sulla “lingua sarda” organizzata dalla Regione il 5 maggio a Paulilatino. Sono stata relatrice, assieme al professor Lupinu, dei primi risultati di una ricerca scientifica sugli usi linguistici in Sardegna, commissionata dalla Regione poco più di un anno fa.
La ricerca è stata contestata da numerosi interventi a cui l'Ammistrazione non ha opposto la pur minima difesa istituzionale, pur avendo controllato numerosi passaggi del lavoro (il questionario, il campione) e avendo, credo, approvato il rapporto finale.
Non sono personalmente toccata dalle contestazioni di persone della cui competenza in materia si può ragionevolmente dubitare (e poiché non sono nata ieri, mi ero assicurata una “peer review” condotta da sociologi e linguisti di prestigio, dai risultati più che rassicuranti).
E sono alquanto distaccata anche perché io sono ormai fuori dalla mischia, al vertice e alla fine di una dignitosa carriera scientifica e accademica, contrassegnata, credo, da onestà e rigore. E nel rigore entra anche il fatto, in sé secondario, che ho sempre lavorato per la mia Istituzione e che mai ho fatto ricerche per denaro. Anche per questa ricerca io non ho preso un soldo, ad esempio.
Ciò che mi invece mi tocca sono altre cose:
- il non aver voluto cogliere lo stato drammatico delle lingue sarde, che non hanno quasi più trasmissione intergenerazionale nonostante l'attaccamento sentimentale dei sardi ad esse. Forse è anche colpa mia, ho dato grande risalto ai dati “affettivi”;
- lo smarrimento e l'indignazione di quei circa quaranta giovani intellettuali precari che a vario titolo hanno lavorato alla ricerca con passione e competenza e che del loro lavoro malamente retribuito andavano orgogliosi;
- la delusione di quel piccolo drappello di bravissime studiose con Ph.D. in sociolingustica ottenuti in importanti università straniere che si erano illuse - come me - che questa ricerca fosse il primo, imprescindibile passo, per andare oltre, per andare sul campo con registratore e vedere l'uso effettivo dei codici linguistici, la qualità degli stessi, ecc. Avevo contribuito anch'io a dare loro questa illusione poiché mi era sembrato di cogliere un atteggiamento favorevole dell'Amministrazione nei confronti di un lavoro di ricerca rigoroso e di qualità, non come fine in sé, ma come strumento utile per una politica linguistica plausibile e non necessariamente votata al fallimento (il 90% delle politiche di salvaguardia delle lingue minoritarie sono finora fallite, in varie parti del mondo). Fine dell'illusione.
Come docente, come studiosa e come donna considero delittuoso deludere i giovani studiosi, il merito conquistato con fatica, lo spegnersi dell'entusiasmo per un lavoro meraviglioso e ingrato come quello del far ricerca. Io continuerò a lavorare, anche col database delle lingue di Sardegna, ma, purtroppo, in questo campo non potrò più incoraggiare nessuno.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari