mercoledì 9 maggio 2007
Interventi.
di Alessandro Mongili*
Ho partecipato a molte fasi della ricerca sociolinguistica “Le lingue dei sardi” ma non alla presentazione finale, in quanto mi trovavo (e mi trovo) in California in missione di ricerca. Sono informato del dibattito solo attraverso le fonti su internet, per cui mi scuso, eventualmente, per qualche imprecisione. In particolare non ho assistito alla presentazione, di cui ho letto diversi e contrastanti resoconti.
Mi pare che ormai i dati di questa ricerca che ha coinvolto il lavoro di tanti ricercatori, rilevatori e studiosi - ottimamente coordinati dalla professoressa Oppo - siano disponibili ad essere piegati ad ogni opinione. Purtroppo si tratta di un'operazione poco legittima. I dati ci dicono che esiste un vasto consenso nel campione a favore della lingua sarda, sia come oggetto di politiche pubbliche che come elemento della nostra identità collettiva. Se questo spiace alla maggior parte degli intellettuali sardi, si tratta di un problema particolare e che potrebbe anche essere analizzato, e che è comunque indifferente rispetto all'oggetto della nostra ricerca. Forse dovrebbero adeguare i loro modelli interpretativi, per esempio.
Per quanto mi riguarda, credo che gli attori sociali debbano essere rispettati maggiormente di quanto non appaia da molti interventi e che il nostro compito consista nello spiegare la vita sociale, e non insegnare alla gente come si debba vivere (e parlare) correttamente nel migliore dei mondi possibili. Non esiste solo l'arroganza dei politici, verrebbe da dire.
I dati ci dicono inoltre che esiste una differenza importante fra le competenze e gli usi, e su questo occorrerebbe aprire un dibattito prima di tutto intellettuale, e poi politico. Come mai la gente che sa il sardo non lo parla? Dichiara il falso oppure il sardo “non serve”, o forse esiste una matrice linguistica diversa e alla quale è più onorevole adeguarsi? Se dichiarano il falso, perché lo fanno? Come mai la gente che non lo parla è così attaccata a questa lingua? Si dichiara favorevole non solo al suo insegnamento, ma anche al suo uso ufficiale?
L'argomento del prof. Lupinu, secondo cui il rispondente si orienta sulla base delle attese dell'intervistatore o dell'ambiente sociale, è valido ma si può applicare ad ogni inchiesta e ad ogni domanda della nostra stessa inchiesta, rendendola praticamente inservibile in ogni suo aspetto e rendendo futile ogni ricerca sociale. I problemi posti mi sembrano invece non secondari e non meritano di essere risolti brandendo argomenti d'autorità, ma approfondendo la ricerca.
Mi sembra invece legittimo dar loro risposte politiche, e ancor più legittimo aprire in sede politica un dibattito laico su di essi. I dati ci dicono che non esiste un'opinione precisa sulle politiche di standardizzazione linguistica, ma che non esiste neanche un'ostilità decisa. È però difficile trovare un solo fenomeno sociale che esca dall'uso locale e rimanga inalterato, cioè non subisca una qualche forma di standardizzazione, che non è detto peraltro che non fallisca.
La LSC o il multilinguismo proposto dal prof. Angioni sono due risposte disponibili, ma, per carità, non due religioni. Mi sembra del tutto improprio piegare il nostro lavoro a un sostegno di queste politiche, ma usarlo per attaccarle in modo netto come si è fatto mi sembra anch'esso scorretto.
Semplicemente, la nostra ricerca riguardava soprattutto gli usi, le competenze, le diverse articolazioni dei fenomeni linguistici non italiani in Sardegna, e alcune interpretazioni che ne danno gli attori: e per la prima volta ne ha dato un quadro ricchissimo. Essa, come accade per i lavori migliori, apre una serie di interrogativi più che rispondere alle esigenze immediate dell'opinione o della politica. Grazie al cielo, si è rivelata molto scomoda.
* Dipartimento di Ricerche Economiche e Sociali dell'Università degli studi di Cagliari

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