martedì 8 maggio 2007
di Matteo Bordiga e Giorgio Melis
«La Limba Sarda Comuna vivrà solo fra gli scaffali degli uffici amministrativi della Regione. Sarà semplicemente uno strumento di comunicazione “in uscita”, dalla Regione ai cittadini. Senza alcuna ambizione di imporsi come lingua viva e quotidiana dei sardi». Parola di Manlio Brigaglia, storico e giornalista nonché membro della commissione - nominata dal presidente della Regione Renato Soru - che ha assegnato al linguista Roberto Bolognese una ricerca sugli stilemi e sulle possibili forme della limba unificatrice.
Resta da vedere, però, se Soru la pensa alla stessa maniera: il perentorio intervento del presidente nel convegno di sabato a Paulilatino, in difesa dell'esperimento sulla LSC per redigere alcuni atti amministrativi, lascia molti dubbi. Che Brigaglia prova a dissolvere. «Pensare di trasferire la Limba Comuna dalla burocrazia alla società, facendola diventare la nuova lingua dei sardi, sarebbe assurdo. E non può essere questa l'intenzione della Regione». Contro questa ipotesi scendono in campo anche intellettuali e scrittori. Tutti uniti, se non dal radicale rigetto, almeno da una inquieta perplessità. Insomma, l'idea di creare un “sardo dei sardi” proprio non piace.
«Quando la politica si sposa con la religione, nel caso specifico con la religione della lingua, gli effetti non possono che essere di stampo fondamentalista», denuncia Gabriella Da Re, antropologa dell'Università di Cagliari, formatasi alla scuola di Alberto Cirese. Una posizione netta come la profezia infausta sulla LSC dei fondamentalisti: «Chi non è d'accordo, al rogo. Ma il castigo per queste persone è già nelle cose: la loro lingua comuna nasce già morta, sepolta nei documenti e nella burocrazia».
Espressioni che riassumono lapidariamente il diffuso sconcerto, il fastidio, quasi l'incredulità di tanti davanti all'atteggiamento di Renato Soru. Il quale, da profano, durante il convegno di Paulilatino ha contestato con modi arroganti la ricerca socio-linguistica condotta da Anna Oppo e Giovanni Lupinu, dimostrando scarso rispetto per il loro lavoro e per la loro autorevolezza di studiosi. Sono in molti a sottolineare anche questi aspetti. Ironico e tagliente Andrea Pubusa: «Io ho una lingua madre (e anche padre): il sulcitano. Come posso parlare o accettare una LSC inventata? Una cosa sono gli studi seri, i tentativi di usare il sardo nell'insegnamento delle lingue e di valorizzarlo, ad esempio, nel teatro. Altra cosa è inventare un idioma regionale per imporlo come lingua ufficiale e amministrativa. Purtroppo, dei sardi a Soru manca quasi tutto: anzitutto l'educazione e il rispetto per gli altri, che in Sardegna sono diffusi quanto o più della lingua».
Un personaggio molto qualificato, che è stato vicino a Progetto Sardegna ma preferisce non figurare per non alimentare polemiche, scrive: «Ho fatto la mia piccola battaglia nelle sedi possibili contro questa visione burocratica della lingua, e contro il rischio di creare una casta di sacerdoti del (nuovo) rito finanziati con soldi pubblici. Invano, perché Soru non accetta il dissenso. Quest'uomo può essere grande e troppo spesso si fa piccolo per arroganza».
Anche gli scrittori, che utilizzano il sardo nei loro libri, davanti alla prospettiva di uniformare il proprio linguaggio a uno standard regionale precodificato mostrano un certo disorientamento. Francesco Abate, noto romanziere cagliaritano, si dice «combattuto. L'argomento è delicato e, da un lato, trovo che ci sia la necessità di rilanciare con forza il patrimonio linguistico regionale, aldilà delle operazioni meramente conservative e contemplative che mi sanno tanto di “antiquariato e musealizzazione” della lingua. D'altro canto, però, di forme accademiche o burocratiche non ce ne facciamo niente: una lingua, per potersi dire “viva”, deve essere sentita e parlata dalla gente nella vita di tutti i giorni».
Quindi, la domanda di fondo che si pone Abate è «se sia più importante che il sardo si mantenga vivo nel cuore e nei pensieri quotidiani dei sardi o che “ammuffisca” fra le scartoffie della burocrazia. Perciò, bisognerebbe che qualcuno si chiedesse se questa idea della limba comuna, da adottare per ora solo in un ambito così ristretto e “ufficiale”, sia un passo necessario verso la valorizzazione del nostro patrimonio linguistico o, piuttosto, una forzatura».
Di certo, il pensiero di dover rinunciare ad alcune espressioni dialettali uniche e insostituibili non entusiasma affatto Francesco Abate: «Da scrittore, uso il cagliaritano con moderazione. Ma perché dovrei dire addio a stilemi tipici del mio dialetto, come ad esempio buffai a bruncu, in grado di arricchire le frasi di significati che vanno oltre il senso letterale? Se lo facessi, rinuncerei a riproporre lo spirito e la verve del sardo, che “colora” e modifica, anche semanticamente, i toni della narrazione. Insomma, essere costretto a usare un sardo uniforme mi suonerebbe un po' strano. E, francamente, stonerebbe rispetto alla mia sensibilità».
Il romanziere Giorgio Todde liquida la questione con nonchalance, come irrilevante: «A dire il vero, si tratta di un dibattito al quale non partecipo con troppo interesse. Tuttavia, potrei dire che una sorta di “koinè” sarda già esiste: se io vado a Nuoro riesco a capire i nuoresi, pur con qualche difficoltà legata alle differenze fra la loro parlata e la mia. Tra l'altro, un esempio negativo ci viene dal Galles, dove hanno reso ufficiale il gaelico ma la gente, come era prevedibile, non lo sta parlando, ricorrendo piuttosto al caro vecchio inglese».
Secondo Todde, «casi di tentativi di imposizione di una lingua locale ci sono in tutta Europa, ma in genere gli esperimenti non decollano. Poi è chiaro che si commette un errore quando si paragona la Sardegna alla Catalogna: i catalani possono imporre un idioma perché sono in grado di imporre la loro economia a livello nazionale: non mi pare che la Sardegna possa fare altrettanto nei confronti dell'Italia».
Per Antonio Romagnino, decano degli scrittori e degli intellettuali cagliaritani, «l'adozione di una limba comuna non sarebbe un'operazione spontanea e decisa dal popolo. Certo, ora il dialetto non si parla più come una volta. Ai miei tempi, fra le vie strettissime di Castello e della Marina si parlava il cosiddetto “dialetto de sa ventana”, da finestra a finestra: un cagliaritano fittissimo attraverso il quale i vicini di casa si raccontavano la propria giornata». Tuttavia, la necessità di recuperare le radici linguistiche dei sardi non giustifica il «livellamento lessicale e sintattico che si vorrebbe ottenere con l'introduzione di una lingua unica. Già ci sono variazioni espressive fra un quartiere cittadino e l'altro, figuriamoci cosa accadrebbe se tentassimo di far parlare tutti i sardi allo stesso modo. E poi, ripeto, si tratterebbe di una decisione calata dall'alto», chiosa Romagnino, «un provvedimento artificioso che non credo si troverebbe in sintonia con i sentimenti dei sardi».
Oltre ai critici e ai professionisti della parola, numerosi lettori hanno preso posizione su questa vicenda controversa. Come Matteo Portoghese, uno studente sardo emigrato a Siena, che esprime tutto il suo disappunto di fronte all'eventualità dell'adozione della Lingua Comuna: «Avendo da poco sostenuto degli esami di linguistica, sociologia della comunicazione e semiotica», scrive, «ho capito che l'idea di un sardo “unico”, sulla falsariga dell'utopia-esperanto, sarebbe una cosa folle, oltre che un gran spreco di denaro. Perché fra l'altro, senza apparire campanilista, io voglio poter insegnare ai miei figli quegli splendidi e unici morfemi che il campidanese sa offrire».
Guai a chi tocca sa limba comuna. Soru in campidanese rifiuta ogni dubbio e dà lezioni, di Matteo Bordiga e Giorgio Melis
“Tziu Esperantu” imposto ai sardi. Una follia la lingua ufficiale che porta incarichi e soldi da sprecare, di Giorgio Melis
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