martedì 8 maggio 2007
Interventi.
di Vincenzo A. Romano
È accaduto di tutto in questi pochi giorni. Da cataclismi a fibrillazioni, accelerazioni e riflessioni e, pareva addirittura, scissioni. Non ci era sembrato un buon inizio per la nascita della Sinistra in Sardegna. La “massa critica” di Bertinotti più che il nocciolo per innescare un processo unitario era sembrata, a Cagliari, quella di plutonio per una reazione nucleare.
Niente di eccezionale, sebbene intrinsecamente pericoloso, rispetto al capovolgimento politico italiano. La dura mutilazione dei DS che - persi Mussi e puranco Angius - vagolano con un simbolo ormai inutile verso il Partito democratico, il vuoto aperto a sinistra dalla convergenza con la Margherita (dove Rutelli sbraita che non entrerà mai nel PSE e dal canto suo Rasmussen gli ribatte che mai vi sarà accolto), gli sprint di taluno che voleva conquistarsi la palma e l'alloro hanno fatto rischiare di brutto il labile processo che dovrà - irrobustito dal tempo e dalle trattative - necessariamente e naturalmente portare a colmare il vuoto a sinistra che ha lasciato Fassino.
Viene da lontano il leit-motif che da tempo va declinando Diliberto della “unità nella diversità”. Lo ricordiamo come testamento politico di Togliatti quando a Yalta cercava disperatamente di evitare la frattura dell'URSS con la Cina, lo abbiamo risentito nelle ultime dichiarazioni di Enrico Berlinguer quando ripeteva ad Eugenio Scalfari - 1981 - della indefettibilità dell'esistenza di un partito comunista unito, ma diverso dal PCUS, come barriera alla ipertrasformazione capitalistica, per proteggere umili, lavoratori e salariati.
Nelle parole pronunciate con gravità per accentuarne il significato, all'ultimo congresso, il segretario non impartiva lezioni di aggregazione, ma inviti a che non prevalgano pulsioni identitarie né svendite unitarie. «La nostra ambizione è di entrare nella sinistra unita ma farlo da comunisti senza sbavature». È quindi motivo di gioia e di speranza conoscere oggi le dichiarazioni dei segretari regionali di Rifondazione e dei Comunisti Italiani che affannosamente, nei giorni scorsi, leggevamo senza capirne la portata.
Claudio Giorgi vanta, e con ragione crediamo, una proposta unitaria lanciata la scorsa estate a tutti i partiti (minoritari) dell'Unione in Sardegna, essa inglobava verdi e movimenti che sembravano, di colpo, spariti dopo il quasi novennato divorzile dei partiti della falce e martello. Piras riconferma, per Rifondazione, il risultato unitario uscito ieri da Oristano e minimizza (o rimanda a tempi più sereni) la soluzione delle divergenze. Licheri si fa a Russo Spena ed alla proposta accettatta dalla Palermi. Tutto a posto? Staremo a vedere.
Sembrava una accelerata innaturale ieri, dopo che l'invito di Giorgi era rimasto nel cassetto per oltre dieci mesi ma che delineva già i punti essenziali del soggetto “confederato”. In termini militari quindi non si tratta di ritirata strategica, piuttosto di un attestarsi sulle posizioni e pianificare prima delle decisioni irrevocabili.
In ballo - infatti - non c'è il “gruppo” regionale e nemmeno la sorte dell'Assessora (che pur fatti politici rimangono ed accordi di natura connessa ai rapporti istituzionali). C'è ben altro. In tutta l'Isola deve essere risolto lo stesso problema, con uguale soluzione e con tutte le forze che a Sinistra si identificano. Un processo - sicuramente coordinato dai vertici (ad ogni livello) -, ma corale e che coinvolga la base, gli iscritti, i militanti ed i simpatizzanti.
Abbiamo assistito, durante la disintegrazione progressiva di PCI-PDS-DS, ad operazioni verticistiche o che comunque la base considerava tali bocciandone una parte ad ogni passaggio, sino al lumicino cui si era ridotto il partito di Fassino-D'Alema-Veltroni . Quella “cosa” (sempre la definivano in tal modo, attribuendole anche il numero progressivo) che lo zoccolo duro prima e i duri e puri poi non hanno più capito.
Adesso è ancora diverso.
Una Sinistra quale ce la prefiguriamo ha bisogno di tutti. Della falce e martello come delle bandiere della Pace, della neonata sinistra democratica, dei Verdi e dei Socialisti, degli intellettuali e della classe media. Ma ha necessità estrema di riparlare ai lavoratori. Salariati senza potere d'acquisto e precari senza speranza di sicurezza futura, commercianti respinti ai margini dalla grande distribuzione ed artigiani marginalizzati ed umiliati dalla produzione di serie, pensionati e disoccupati, immigrati e lavoratori in nero.
Un mondo nuovo che è ritornato al vecchio. Perché la Sinistra, quella che vogliamo, dovrà battersi per lavoro e pensioni umani, mirare alla pace, ma studiare la riconversione delle industrie belliche, fare emergere il nero, ristabilire il welfare, potenziare scuola e assistenza. Dovrà, in poche parole, ricominciare a fare la Sinistra.
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