martedì 8 maggio 2007
di Michele Fioraso
Quando si rimugina sulla valorizzazione della limba sarda, uno dei riferimenti costanti rimane la Catalogna, che persegue la tutela e la diffusione del catalano con determinazione. Gli esempi sono tanti: gli studenti che frequentano le università di Barcellona possono seguire i corsi e sostenere gli esami sia nella lingua catalana (che devono comunque comprendere) sia in quella castigliana, e gli insegnanti che vogliano lavorare nelle scuole della città di Gaudì devono conoscere obbligatoriamente la lingua locale.
Cose impensabili per la Sardegna, dove - come certificato dalla ricerca sociolinguistica coordinata da Anna Oppo - esistono «luoghi, situazioni, interlocutori e discorsi in cui parlare sardo o altro idioma locale appare tabù» e l'insegnamento scolastico è molto discusso ma per niente attuato. Di sicuro la lingua catalana ha una lunga storia di repressione, che l'ha legata in maniera indissolubile alla spiccata identità della regione orientale della penisola iberica e che ne ha determinato la valenza quasi revanscista. Ma non è tutto. Se l'attecchimento e la resistente penetrazione sociale delle varie parlate del sardo sono fuori di dubbio, il cugino pirenaico può vantare un secolo di vantaggio sul fronte della codificazione ortografica e grammaticale di una versione standard, grazie all'opera di Pompeu Fabra.
Una strada che la Regione sarda sta tentando di intraprendere dando vita, in via sperimentale, a una Limba Sarda Comuna riservata esclusivamente agli atti amministrativi. Un tentativo molto timido dal punto di vista operativo, visto che l'Ufitziu de sa limba sarda dell'amministrazione regionale è operativo da soli due mesi, dà lavoro a quattro giovani - due traduttori e due operatori di sportello pagati mille euro al mese - e si dedica alla traduzione simbolica di pochi documenti.
Con il passaggio della Spagna alla democrazia, i ricchi bilanci della Comunitat Autonoma de Catalunya hanno fatto il resto attraverso gli istituti di cultura, le televisioni e i giornali, che hanno rafforzato il radicamento e assicurato la sopravvivenza futura di un idioma che il dittatore Francisco Franco voleva spazzare via e oggi invece è parlato da dieci milioni di persone.
Un futuro che invece, a giudizio del neurofarmacologo e consigliere regionale Gian Luigi Gessa, ex presidente della commissione consiliare Cultura, la lingua sarda rischia di non avere: «Diventerà una cosa da conservare in un museo, come gli strumenti musicali sardi del museo di Tadasuni», dice Gessa. «La lingua è un mezzo di comunicazione, un'arma: ma la lingua sarda è un'arma poco penetrante, serve soltanto per comunicare dentro la nostra isola. I giovani hanno scoperto un'arma più potente: comunicare in italiano è espressione di una maggiore apertura mentale e di maggiori possibilità di interazioni. Poi c'è qualcuno che conosce l'inglese e altre lingue, e ha un potere e una ricchezza maggiori». Nel giro di pochi anni, secondo Gessa, a causa della globalizzazione e della penetrazione dell'italiano grazie ai mezzi di comunicazione, il sardo diventerà «purtroppo un bene che servirà a pochi: se lo potranno godere i dotti come si gode del greco e del latino».
Nonostante l'appartenenza partitica (fa parte del gruppo di Progetto Sardegna, il movimento del presidente della Regione Renato Soru), Gessa boccia l'esperimento «un tantino incredibile» della LSC: «Una lingua artificiosa, che non avrà vita lunga, un tentativo troppo ambizioso». Tanto, afferma con amarezza, «i giovani sardi tra dieci anni parleranno un italiano sgrammaticato, con frasi inglesi tolte dai serial televisivi ogni due parole. Ai miei tempi c'era il giorno della lingua italiana, intitolato a Dante Alighieri», chiosa lo scienziato/politico. «Ma coi miei compiti dubito di aver contribuito a farla diffondere nel mondo. Secondo me succederà qualcosa di simile anche per il sardo».
Una lingua “in uscita” dell'amministrazione è invece condivisa dal consigliere regionale sardista Giuseppe Atzeri, che però chiede un «maggiore sforzo dei glottologi» e una differenza significativa rispetto alla variante scelta dall'esecutivo regionale: «Il campidanese dev'essere la base sulla quale fondare la lingua istituzionale», dice. «Il dato sociale e territoriale incontestabile è che la lingua più parlata in Sardegna sia il campidanese, usato da un milione di sardi ma negato da alcuni studiosi distratti perchè poco nobile, poco aulico, con una produzione letteraria e lirica non uguale al logudorese che, come tutte le altre varianti è minoritaria».
Per il resto, «ognuno deve esprimersi in libertà, che è la vera ricchezza, secondo la lingua che conosce e che gli hanno insegnato e tramandato nonni e genitori». Ma non c'è rilancio della lingua sarda che possa fare a meno delle risorse finanziarie, «che ora non ci sono», ammonisce l'esponente dei Quattro Mori, e dell'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda parlata sul territorio nelle scuole, «per il quale abbiamo già presentato una proposta di legge».
Si attesta sulla linea della prudenza colui che ha preso il posto di Gessa alla guida della commissione Cultura del Consiglio regionale, il socialista Peppino Balia: «La valorizzazione della lingua sarda, che è un recupero delle nostre radici e della nostra storia, va attuata senza eccessive esasperazioni». Una delle quali sembra essere proprio la LSC della Regione: «Non ho molta fiducia in questa ipotesi di lingua sarda unificata che mi sembra rischi di essere un miscuglio linguistico del quale non capisco l'utilità. Sarebbe una lingua nuova, un'invenzione di difficile applicazione vista l'esistenza di tante varianti, e la lingua sarda ha un significato fintantoché è legata al recupero della nostra identità». Meglio dunque la valorizzazione di ciascuna parlata e un maggiore approfondimento «quando si parla dell'insegnamento nelle scuole», rispetto al quale Balia manifesta qualche perplessità.
Uno che nei marosi della politica ha condotto una lunga navigazione, l'ex presidente della Regione Mario Floris, bolla come «cosa vecchia come il cucco» la questione della lingua unificata. «Ne stiamo discutendo da duemila anni, in tutti i modi. Ci abbiamo provato anche con la mia Giunta, radunando tutti gli studiosi dei dialetti e delle lingue a Oristano. Siamo rimasti tre giorni a discutere, ma le perplessità erano tali e tante che alla fine non se n'è fatto nulla».
Il leader dell'Uds dice che «non basta una scelta di vertice, da calare poi nelle nostre zone interne, in Ogliastra, in Barbagia», dove sarebbe «impossibile ricominciare da capo perché non si possono cambiare le abitudini linguistiche». «Le variazioni non sono tali e tante da giustificare l'eliminazione di determinate inflessioni. Io parlo il campidanese, ma comunque capisco il gallurese o il nuorese: un sardo che parla la lingua fin da piccolo non è mai estraneo in Sardegna», aggiunge Floris. La domanda fondamentale è semplice: « Si vuole una lingua rivolta ai sardi o a chi viene dall'esterno? Vogliamo programmare o inventare una nuova lingua sarda che possa diventare materia scolastica?». È un tema sul quale Mario Floris rivendica il primato della politica sull'esecutivo, auspicando una discussione nella commissione competente e nell'aula consiliare.
«Nelle questioni linguistiche, non ci possono essere soluzioni definitive», puntualizza Giovanna Cerina, insigne studiosa di Grazia Deledda entrata in via Roma sotto lo scudo di Progetto Sardegna. Ma, ricorda, «la scelta di una lingua sarda “in uscita” e burocratica della Regione, comune a tutti i sardi, adottata in via sperimentale - una scelta di cautela sulla quale si può tornare indietro - è un punto che non inficia e non limita la libertà di usare tutte le altre varianti».
Non c'è il rischio che il sardo dei documenti ufficiali scenda in armi contro i fratelli parlati sul territorio e li sloggi con la forza del potere regionale? «Questo equivoco va chiarito, perché non lo dice la delibera della Giunta, né lo dice il presidente Soru e tantomeno lo pensano i sardi», spiega Cerina. «Personalmente sarei contrarissima a una lingua imposta, visto che abbiamo la ricchezza delle varianti». La professoressa, che di queste cose se ne intende, sa che una nuova lingua potrebbe nascere «soltanto se la si parlerà, la si userà letterariamente e nei giochi», perché le lingue sono sistemi aperti e «più stiamo insieme, più le lingue si mescolano, anche con italianismi e con parole straniere». Nelle scuole «devono essere insegnate le varianti del luogo» e la leggibilità «va divulgata varando al più presto criteri ortografici comuni tra tutti».
A sorpresa, dal centrodestra arrivano applausi per le iniziative della Giunta regionale in materia di lingua sarda. Sergio Pisano, sindaco di Selegas e consigliere regionale dei Riformatori che espresse il suo voto finale sulla legge statutaria leggendo un componimento rimato in limba, già all'opera su un altro pezzo in sardo riguardo all'eolico, condivide «totalmente lo spirito dell'iniziativa» della Limba Sarda Comuna, pur criticando «alcune forzature rispetto all'identità propria».
Pisano lascia in disparte «se si debba arrivare a una unificazione della lingua sarda, perchè si perderebbero patrimoni culturali così differenti come, per esempio, il campidanese e il logudorese» e preferisce concentrarsi sull'importanza dei corsi di sardo che permettano «ai giovani che non lo sanno parlare di apprendere la loro variante locale, quella con cui ciascuno di noi riesce a esprimere compiutamente i suoi sentimenti. Il sardo si deve poter esprimere liberamente: non abbiamo di una lingua unitaria, ma del patrimonio cui queste lingue danno accesso», dice ancora il primo cittadino di Selegas.
Ulteriore pollice su per l'idea abbozzata da Soru durante il congresso di Paulilatino: «Al di là del farne una questione di punteggio per i concorsi, la conoscenza della lingua deve entrare nella valutazione di un concorrente», dice. «È evidente che deve costituire un vantaggio per chi acquisisce in maniera totale questo patrimonio, perché ci dev'essere una sorta di premialità della conoscenza».
Mentre la classe politica e quella accademica dialogano, si incontrano e si scontrano (come è successo anche a Paulilatino sabato scorso) su un tema che non passa mai di moda, la naturale evoluzione della lingua prosegue. Basti segnalare che gli studiosi notano come il campidanese inizi a filtrare verso il Marghine incrinando quella che viene chiamata “fascia delle isoglosse” del centro Sardegna (cioè la linea di demarcazione immaginaria che, in una rappresentazione geografica, segna i confini di un'area in cui è presente uno stesso fenomeno linguistico), finora ferma nella zona di Ghilarza. Considerato che in anni e anni di discussioni sulla lingua sarda non si è poi risolto granchè, non è da escludere che il percorso dinamico della lingua sarda finisca per anticipare decisioni che, ancora una volta, non sembrano né pacificatorie né imminenti.
Guai a chi tocca sa limba comuna. Soru in campidanese rifiuta ogni dubbio e dà lezioni, di Matteo Bordiga e Giorgio Melis
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